Il Board of Peace e la trasformazione del multilateralismo: tra mandato ONU e nuove spheres of influence.
di PAOLO POLETTI ♦
- Attori, interessi e controllo di Gaza: la geometria politica del Board of Peace.
La nascita del Board of Peace va letta nel contesto geopolitico successivo al conflitto e all’adozione della Risoluzione 2803 (2025) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che autorizza una forza internazionale di stabilizzazione e apre la fase della ricostruzione di Gaza. Sul piano dichiarato, l’iniziativa statunitense – formalizzata tra novembre 2025 e gennaio 2026 – mira a garantire sicurezza, coordinare i finanziamenti, promuovere una governance transitoria e sostenere lo sviluppo infrastrutturale della Striscia. Ridurla a risposta emergenziale sarebbe però fuorviante: il Board incide sull’architettura del controllo politico, securitario ed economico di uno spazio altamente conteso, sollevando la questione di chi governi la transizione, definisca le priorità di sicurezza e controlli i flussi finanziari nel delicato equilibrio tra sovranità palestinese, esigenze israeliane e competizione regionale.
Il 22 gennaio 2026, a Davos, la Casa Bianca ha annunciato la ratifica del Charter (atto costitutivo) del Board of Peace, presentandolo come “official international organization” chiamata a mobilitare risorse globali e guidare demilitarizzazione, riforma della governance e ricostruzione. È stato inoltre indicato che Donald J. Trump avrebbe servito come Chairman, configurando una leadership personalizzata. La natura politica dell’iniziativa emerge proprio dalla struttura del Charter.
Un elemento centrale è l’assenza di un riferimento espresso a Gaza quale unico ambito di intervento: la missione è formulata in termini generali, come promozione della stabilità in aree colpite da conflitti armati. Politicamente il Board nasce per Gaza; giuridicamente si configura come format potenzialmente replicabile. Nel diritto internazionale, un mandato territoriale è circoscritto nello spazio e nel tempo; un format istituzionale è riutilizzabile. Nel caso del Board, il mandato politico è Gaza, ma l’architettura normativa è potenzialmente globale, con conseguente elasticità applicativa, rafforzamento della leadership fondativa e trasformazione del multilateralismo da universale a selettivo. Gaza diventa così banco di prova di un modello istituzionale.
La governance delineata dal Charter chiarisce le ragioni di adesioni e riserve. Il Board è composto da Stati membri con un voto ciascuno, ma le decisioni sono soggette all’approvazione del Chairman, che può intervenire in caso di parità, istituire o sciogliere organi sussidiari, esercitare autorità interpretativa finale e influire sulla successione. La leadership è quindi strutturalmente incisiva e, concentrando tali prerogative in una figura non collegiale, distingue il Board dai modelli multilaterali fondati su bilanciamenti istituzionali.
L’adesione avviene su invito del Chairman e la membership è limitata nel tempo, salvo rinnovo. Una clausola stabilisce che gli Stati che contribuiscano con oltre un miliardo di dollari nel primo anno non siano soggetti al limite triennale. Il nesso tra capacità finanziaria e stabilità della membership introduce una gerarchia sostanziale in una struttura formalmente egualitaria. Il Board può ricevere contributi volontari da Stati e organizzazioni, con fondi dedicati e meccanismi finanziari strutturati: la ricostruzione diventa così anche leva di influenza geopolitica. L’enforcement non prevede un apparato coercitivo autonomo, ma si esercita tramite direttive del Chairman, condizionamento finanziario e coordinamento con la International Stabilization Force autorizzata dall’ONU.
Le adesioni confermano la natura selettiva del dispositivo. Secondo Reuters (21 gennaio 2026), circa 35 leader avrebbero espresso impegno su 50 inviti. Tra i Paesi indicati figurano, in Medio Oriente, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Giordania, Qatar ed Egitto; in ambito NATO ed europeo, Turchia e Ungheria; tra gli altri, Marocco, Pakistan, Indonesia, Kosovo, Uzbekistan, Kazakhstan, Paraguay, Vietnam, Armenia, Azerbaijan e Bielorussia. Il 15 febbraio 2026 Reuters riportava oltre 20 adesioni formalizzate e impegni finanziari superiori a 5 miliardi di dollari. L’ingresso di Israele è stato formalizzato con la firma di Benjamin Netanyahu a Washington, alla presenza del Segretario di Stato Marco Rubio. L’Unione Europea partecipa come osservatore; Polonia e Italia hanno espresso riserve ma l’Italia ha partecipato come osservatore.
Gli sviluppi successivi hanno mostrato un quadro ancora più articolato. Alla prima riunione formale di Washington hanno preso parte, oltre ai membri effettivi, numerosi Stati dell’UE in qualità di osservatori o rappresentanti ministeriali: Romania e Ungheria hanno confermato l’adesione; la Bulgaria ha manifestato l’intenzione di aderire subordinandola alla ratifica parlamentare; Italia, Repubblica Ceca, Cipro, Grecia, Polonia, Slovacchia, Croazia, Paesi Bassi, Finlandia, Austria e Germania hanno partecipato in forme differenziate. La Commissione europea, tramite la Commissaria per il Mediterraneo, ha ribadito che la mancata adesione non equivale a disimpegno rispetto al Piano di Pace.
Il quadro resta fluido: su circa cinquanta Stati invitati, poco più della metà ha formalizzato l’adesione, mentre Francia, Germania, Norvegia, Danimarca e Santa Sede hanno scelto la non partecipazione o una posizione di distanza. La prima riunione si è concentrata sull’attuazione del piano in venti punti e sull’attrazione di investimenti, con la partecipazione del capo del comitato tecnocratico palestinese e dell’Alto rappresentante per Gaza, confermando la centralità della dimensione economica.
Nella narrativa ufficiale, Washington presenta il Board come strumento pragmatico per superare l’inerzia multilaterale. Tuttavia, la centralizzazione dei poteri e la figura del Chairman suggeriscono la volontà di riaffermare una leadership statunitense nelle transizioni post-belliche. In questo contesto si colloca anche la suggestione di trasformare Gaza in un polo turistico e immobiliare (“Gaza Resort”), concezione che lega sicurezza e sviluppo economico ma accentua la percezione di una progettazione esterna.
Va inoltre rilevato che, nonostante la proclamazione di una “fase successiva del piano di pace”, le ostilità sul terreno non sono cessate del tutto: le operazioni militari israeliane e la permanenza di Hamas come attore armato mostrano una stabilizzazione incompleta.
Per Israele, il Board offre la possibilità di evitare una rioccupazione diretta mantenendo un controllo indiretto sotto coordinamento statunitense. La Turchia mira a un ruolo nella ricostruzione e nella definizione dell’assetto politico di Gaza, rendendo il contrasto Ankara–Tel Aviv rilevante sul piano della sicurezza e dell’influenza economica. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti vedono nella Striscia un’area di stabilizzazione e contenimento dell’Iran; la clausola del miliardo rafforza la loro potenziale influenza. Il Qatar cerca di preservare il proprio ruolo di mediatore; l’Egitto privilegia la stabilità del Sinai e un assetto coordinato dagli Stati Uniti rispetto a un’espansione turca. Per l’Autorità Palestinese, la ricostruzione è insieme opportunità e rischio di marginalizzazione.
L’Unione Europea partecipa con cautela, mentre l’Italia, richiamando l’articolo 11 della Costituzione, ha espresso riserve sulla forma istituzionale del Board: la concentrazione del potere decisionale in una figura non paritaria solleva interrogativi circa il rispetto della “parità tra Stati” richiesta per le limitazioni di sovranità.
La ricostruzione di Gaza non è dunque soltanto un progetto umanitario, ma un terreno di competizione tra leadership statunitense, sicurezza israeliana, ambizione turca, potere finanziario del Golfo, stabilità egiziana e aspirazioni palestinesi. Il Board nasce per Gaza, ma si presenta come possibile precedente istituzionale, incarnando la duplicità tra mandato territoriale concreto e format potenzialmente globale che caratterizza l’attuale trasformazione del multilateralismo.
- Obiettivi dichiarati e obiettivi impliciti: legittimazione, diritto internazionale e frattura del multilateralismo.
Occorre affrontare il nodo più delicato dell’iniziativa: la questione della legittimazione nel diritto internazionale e la tensione tra obiettivi dichiarati e implicazioni strutturali dell’architettura istituzionale. Il problema non riguarda soltanto ciò che il Board intende fare a Gaza, ma la cornice giuridica entro cui opera e il modello di ordine internazionale che contribuisce a consolidare.
La frattura centrale emerge nel rapporto tra mandato ONU e struttura autonoma del Board. Da un lato, esso è collegato alla Risoluzione 2803 (2025) del Consiglio di Sicurezza, che ne accoglie l’azione fino al 31 dicembre 2027 nel quadro della stabilizzazione di Gaza. Dall’altro, la centralità del Chairman, la selettività della membership e l’autonomia organizzativa lo rendono difficilmente sovrapponibile al multilateralismo universale classico.
Il termine del 31 dicembre 2027 non è un dettaglio tecnico ma un passaggio cruciale. Fino a quella data il Board può essere ricondotto alla legittimazione ONU; oltre tale limite, la sua natura cambia radicalmente. Se cessasse o fosse riassorbito in un meccanismo ONU, resterebbe uno strumento temporaneo interno al sistema universale. Se invece proseguisse o estendesse il proprio raggio d’azione oltre Gaza — eventualità evocata in dichiarazioni pubbliche — si consoliderebbe come organizzazione distinta, potenzialmente alternativa all’architettura multilaterale. In tal caso non sarebbe più mero strumento attuativo, ma precedente sistemico.
La questione può dunque essere formulata in termini strutturali: il Board è complemento del mandato ONU o architettura competitiva rispetto al multilateralismo universale? Si tratta di rafforzamento pragmatico dell’universalismo o di normalizzazione di logiche di spheres of influence?
Sul piano dichiarativo, la risposta appare lineare: la Casa Bianca presenta il Board come strumento necessario per attuare il piano di pace, mobilitare risorse e garantire accountability nella transizione “from conflict to peace and development”. In questa lettura, l’ONU fornisce la legittimazione, mentre il Board assicura efficienza operativa. Se ci si arresta a questo livello, esso appare come meccanismo agile inserito in un quadro multilaterale esistente.
Tuttavia, la legittimazione non si esaurisce nel richiamo formale alla Risoluzione 2803. Il mandato ONU è territorialmente e temporalmente delimitato; il Charter del Board non menziona Gaza tra i fini specifici né contiene un vincolo territoriale espresso. L’organismo non è un organo sussidiario dell’ONU né una missione incardinata nel suo sistema, ma un’organizzazione internazionale autonoma con propria governance e struttura finanziaria. Il Chairman è un capo di Stato nazionale e non un funzionario internazionale; la membership avviene su invito; i poteri decisionali sono concentrati; la stabilità della partecipazione è collegata ai contributi finanziari.
L’ombrello ONU conferisce dunque legittimazione politica e giuridica all’intervento su Gaza, ma l’architettura del Board resta distinta e potenzialmente replicabile. Proprio su questo terreno si sono collocate prese di posizione critiche. La Santa Sede ha richiamato la centralità delle Nazioni Unite nella gestione delle crisi internazionali; il Patriarca latino di Gerusalemme, Cardinale Pierbattista Pizzaballa, ha definito il Board “un’operazione colonialista”, esprimendo riserve sulla sua impostazione. Tali posizioni non negano l’obiettivo della ricostruzione, ma evidenziano il rischio che strutture parallele, pur formalmente legittimate, indeboliscano il ruolo dell’ONU quale sede primaria di governo delle crisi.
Nel linguaggio delle relazioni internazionali, la tensione si traduce nel confronto tra universalismo e logica delle spheres of influence. Il primo si fonda sull’eguaglianza sovrana e su organi collettivi universalmente legittimati; la seconda presuppone che un attore guida organizzi coalizioni per governare uno spazio specifico. Il Board presenta elementi di entrambe le logiche: è collegato a una Risoluzione ONU e richiama la cooperazione globale, ma è guidato da una leadership nazionale, seleziona membri su invito, lega stabilità istituzionale e capacità finanziaria e concentra poteri in modo non collegiale.
La cautela dell’Unione Europea e le riserve espresse da vari Stati non riguardano la ricostruzione in sé, bensì il rischio che il Board diventi modello competitivo rispetto al multilateralismo universale, normalizzando una governance “a geometria variabile” fondata su adesioni selettive e leadership personalizzate.
Sul piano degli obiettivi impliciti, l’architettura del Board consente di centralizzare la gestione della transizione, selezionare gli stakeholder rilevanti attraverso la membership su invito e la valorizzazione dei grandi contributori, e incardinare la sicurezza israeliana in una cornice multilaterale controllata, evitando una rioccupazione diretta ma garantendo un perimetro compatibile con gli interessi strategici statunitensi e israeliani. Tali effetti non sono formalmente enunciati nel Charter, ma emergono dalla configurazione dell’organismo.
Nel medio-lungo periodo, se il Board si consolidasse come strumento efficace, si affermerebbe un precedente significativo: la possibilità di governare un dopoguerra attraverso una coalizione istituzionalizzata su invito, legittimata dall’ONU ma non strutturalmente integrata in esso. Ciò comporterebbe una trasformazione del multilateralismo dall’universalismo normativo verso piattaforme selettive e transazionali, rafforzando la leadership statunitense nella gestione delle crisi e ridefinendo il rapporto tra legalità internazionale e potere politico.
Gaza, in questa prospettiva, non è soltanto un territorio da ricostruire, ma il banco di prova di una possibile riconfigurazione dell’ordine internazionale. La questione non è semplicemente se il Board contribuirà alla stabilizzazione della Striscia, bensì se il suo consolidamento segnerà un rafforzamento del sistema ONU attraverso strumenti più agili o l’emergere di un modello alternativo fondato su coalizioni selettive e leadership guidate. In questa tensione si colloca il significato più profondo del Board of Peace.
- Posizioni degli attori e scenari di medio periodo: traiettorie e possibili derive.
La configurazione del Board of Peace non si esaurisce nel testo del Charter né nella cornice del mandato ONU fino al 31 dicembre 2027. Essa prende forma nella concreta interazione tra gli attori coinvolti. Comprendere la traiettoria del Board nel medio periodo significa quindi analizzare non soltanto ciò che gli Stati dichiarano, ma ciò che cercano di ottenere e le modalità attraverso cui il dispositivo può essere utilizzato, orientato o persino trasformato.
In questo senso, il Board non è un meccanismo neutrale. È una piattaforma nella quale si intrecciano convergenze tattiche e divergenze strategiche.
3.1 Dinamiche degli attori.
La configurazione del Board of Peace non si esaurisce nel testo del Charter né nel mandato ONU fino al 31 dicembre 2027: essa prende forma nella concreta interazione tra gli attori coinvolti. Il Board non è un meccanismo neutrale, ma una piattaforma in cui convergenze tattiche e divergenze strategiche si intrecciano, incidendo sulla sua evoluzione.
Per gli Stati Uniti, la posizione dichiarata è quella di garantire stabilità e coordinamento efficace della ricostruzione, evitando il ritorno di Hamas e il vuoto di potere. Sul piano implicito, tuttavia, il Board consente a Washington di esercitare una regia politica della transizione post-bellica attraverso la centralità del Chairman e la selettività della membership. Nel medio periodo, la leadership americana potrà essere percepita come complemento pragmatico al multilateralismo — se produrrà stabilizzazione tangibile e coordinamento fluido con l’ONU — oppure come riaffermazione di una sfera di influenza, qualora emergano accuse di marginalizzazione o tensioni interne.
Per Israele, l’obiettivo resta la sicurezza. Il Board offre una soluzione intermedia: evitare una rioccupazione diretta mantenendo un controllo indiretto sotto garanzia statunitense. La sostenibilità di questo equilibrio dipenderà dalla capacità di prevenire escalation ricorrenti, dalla solidità delle nuove strutture di sicurezza locali e dal coinvolgimento effettivo della componente palestinese nella governance. Successi operativi rafforzerebbero la legittimazione del dispositivo; incidenti gravi o sfiducia locale la indebolirebbero.
La Turchia rappresenta un attore particolarmente sensibile alla configurazione del Board. Ufficialmente impegnata nella ricostruzione, Ankara mira implicitamente a evitare che Gaza venga modellata esclusivamente dall’asse Stati Uniti–Israele–monarchie del Golfo. La competizione con Israele potrebbe manifestarsi non in forma diretta, ma attraverso l’influenza su governance, appalti e formazione delle forze di sicurezza. Una marginalizzazione turca genererebbe frizioni; un’inclusione sostanziale potrebbe invece contenere la rivalità.
Le monarchie del Golfo dichiarano sostegno alla stabilizzazione, ma il loro peso finanziario costituisce anche una leva politica. Il legame tra contributo economico e stabilità della membership rende plausibile una traduzione del sostegno in influenza. La continuità dei finanziamenti e la trasparenza nella loro allocazione saranno indicatori chiave: contributi accompagnati da condizionamenti politici segnerebbero una crescente politicizzazione. L’Egitto, prioritariamente interessato alla stabilità del Sinai e al controllo delle dinamiche di confine, vede nel Board uno strumento da presidiare in coordinamento con Stati Uniti e monarchie del Golfo, per evitare che la competizione regionale si traduca in instabilità.
Per l’Autorità Palestinese, la ricostruzione rappresenta insieme opportunità e rischio: opportunità di recuperare legittimità, rischio di marginalizzazione in un assetto tecnocratico internazionale. Il suo coinvolgimento effettivo nelle decisioni strategiche costituirà un banco di prova della sostenibilità politica del Board.
L’Unione Europea partecipa come osservatore, segnalando sostegno ma anche cautela. La sua traiettoria – verso maggiore integrazione o permanenza in una posizione ambivalente – sarà indicativa della valutazione europea sulla natura del dispositivo. Tuttavia, è stato imbarazzante il comportamento della commissaria Dubravka Šuica che ha partecipato alla riunione inaugurale come rappresentante della Commissione europea in qualità di osservatrice: ha rilasciato comunicazioni pubbliche dai toni entusiastici, tra cui un messaggio con il ministro degli Esteri israeliano in cui affermava che la ricostruzione e la stabilità di Gaza richiedono il sostegno internazionale e che il supporto di Israele è essenziale. Tali dichiarazioni sono problematiche, poiché la distruzione della Striscia è in larga misura attribuita a Israele e i palestinesi non risultano coinvolti nel Board, circostanza che rischia di tradursi in una legittimazione implicita dell’impostazione adottata.
L’Italia, richiamando il principio di parità tra Stati sancito dall’articolo 11 della Costituzione, ha scelto una partecipazione operativa ma non pienamente istituzionale: la sua evoluzione costituirà un ulteriore indicatore della capacità del Board di rassicurare gli ordinamenti più sensibili alla tutela dell’eguaglianza sovrana.
Nel complesso, la traiettoria del Board dipenderà dalla combinazione di stabilità securitaria, inclusività politica, trasparenza finanziaria ed equilibrio tra leadership e collegialità. È da questa interazione cumulativa che emergerà se il dispositivo si consoliderà come rafforzamento pragmatico del multilateralismo o come strumento di competizione strutturale all’interno di un ordine internazionale sempre più segnato dalla logica delle spheres of influence.
3.2 Traiettoria complessiva: stabilizzazione, competizione o trasformazione dell’ordine?
Nel medio periodo, la traiettoria del Board dipenderà dall’interazione tra stabilità sul terreno, sostenibilità finanziaria, equilibrio tra leadership e collegialità e capacità di contenere la competizione regionale. Se la stabilizzazione procederà con continuità, la governance locale acquisirà credibilità e il coordinamento con l’ONU resterà solido, il Board potrà essere percepito come rafforzamento pragmatico del multilateralismo.
Tuttavia, sul piano finanziario, gli impegni annunciati — circa cinque miliardi di dollari — devono essere confrontati con le stime delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale e dell’Unione Europea, che quantificano in almeno settanta miliardi il fabbisogno complessivo per la ricostruzione. Il divario solleva interrogativi sulla capacità del Board di sostituire o integrare efficacemente i tradizionali meccanismi multilaterali di assistenza. Qualora emergessero escalation ricorrenti, blocchi decisionali, politicizzazione dei fondi o marginalizzazione palestinese, il dispositivo rischierebbe di essere interpretato come strumento di competizione piuttosto che di cooperazione.
Esiste inoltre una terza possibilità: che il Board dimostri sufficiente efficacia da diventare precedente sistemico. In tal caso Gaza non sarebbe soltanto teatro di ricostruzione, ma banco di prova di un modello di governance post-bellica fondato su coalizioni istituzionalizzate e leadership guidate, con l’ONU in funzione prevalentemente legittimante. Gli scenari non costituiscono alternative statiche, ma traiettorie determinate dall’equilibrio tra legittimazione giuridica e distribuzione effettiva del potere.
Sul piano interno italiano, la questione più delicata riguarda la compatibilità con l’articolo 11 della Costituzione. Il problema non attiene all’obiettivo dichiarato – la promozione della pace – bensì alla struttura istituzionale attraverso cui esso viene perseguito. L’articolo 11 consente limitazioni di sovranità solo “in condizioni di parità con gli altri Stati” e a fini di pace e giustizia internazionale. Nel sistema ONU, pur in presenza di asimmetrie (come la distinzione tra membri permanenti e non permanenti del Consiglio di Sicurezza), tali differenze sono interne a un quadro universalistico fondato sull’eguaglianza sovrana.
Diversamente, lo statuto del Board configura una struttura in cui la figura del Chairman, individuata in una persona fisica, esercita poteri estesi – dalla nomina dell’Executive Board all’autorità interpretativa finale – senza meccanismi di bilanciamento equivalenti da parte degli Stati membri. La previsione di un regime preferenziale per i grandi contributori finanziari, che rafforza la stabilità della loro partecipazione, introduce ulteriori elementi di asimmetria. Non si tratta necessariamente di una violazione manifesta del dettato costituzionale, ma di un assetto che solleva dubbi interpretativi rilevanti circa il rispetto del requisito di parità.
In tale contesto, la scelta italiana di partecipare come osservatore può essere letta come soluzione prudenziale, volta a mantenere un coinvolgimento politico senza assumere pienamente gli effetti di un’adesione a un organismo dalla struttura non pienamente simmetrica. Il nodo, in definitiva, non è la legittimità dell’obiettivo di pace, ma la coerenza tra forma istituzionale e principio costituzionale di parità sovrana.
- Sintesi critica e conclusione: Gaza come laboratorio della trasformazione del multilateralismo.
Il Board of Peace non può essere compreso unicamente come dispositivo per la ricostruzione di Gaza: esso si colloca all’incrocio tra dinamiche di politica interna statunitense, competizione geopolitica regionale e trasformazione dell’ordine multilaterale. In una fase segnata da calo di consenso dell’amministrazione Trump, incertezza economica e dalla decisione della Corte Suprema che ha dichiarato illegittimo l’uso dei poteri di emergenza per imporre dazi globali, la politica estera assume anche una funzione di distrazione strategica. L’indebolimento della leva protezionistica riduce uno degli strumenti centrali dell’agenda presidenziale, rendendo iniziative come il Board politicamente rilevanti anche sul piano domestico.
Questo elemento interno si intreccia con una trasformazione più ampia. Sebbene il Board nasca formalmente sotto l’ombrello della Risoluzione 2803 (2025) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tale copertura non elimina la tensione tra mandato ONU e architettura effettiva dell’organismo. Il Board non è un organo delle Nazioni Unite né una missione incardinata nel sistema universale: è un’entità autonoma che utilizza la legittimazione ONU senza esserne strutturalmente parte. Il nodo non riguarda l’obiettivo dichiarato – la stabilizzazione di Gaza – ma la forma attraverso cui esso viene perseguito.
La clausola che stabilizza la membership dei grandi contributori, derogando al limite triennale per chi versi almeno un miliardo di dollari, introduce una differenziazione sostanziale tra Stati formalmente eguali. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma del segnale di una trasformazione del multilateralismo in senso transazionale: l’eguaglianza sovrana resta principio formale, mentre l’effettiva capacità di incidere si lega alla potenza economica e alla prossimità alla leadership. In tal modo il Board non si limita a reinterpretare il diritto internazionale, ma ne ridisegna le modalità operative, istituzionalizzando forme regolate di spheres of influence: non più esclusivamente informali o fondate sul potere militare, bensì strutturate attraverso dispositivi organizzativi che concentrano leadership e risorse.
La copertura offerta dalla Risoluzione 2803 appare dunque più formale che sostanziale, poiché il Charter prescinde dal perimetro territoriale e temporale fissato dall’ONU e si presenta come modello potenzialmente estensibile ad altri teatri di crisi. Se tale evoluzione si consolidasse, il Board diverrebbe un precedente istituzionale alternativo al quadro multilaterale universale.
Il comportamento degli altri attori contribuisce a normalizzare questa logica. Le principali potenze non hanno contestato l’iniziativa nella sua natura sistemica, ma soltanto nella misura in cui incide sui propri interessi strategici. L’adesione di numerosi Stati – talvolta in tensione con obblighi sovranazionali – segnala l’attrattività della sfera statunitense quale centro di gravitazione politico-economica. In ambito europeo, la partecipazione della Commissione come osservatore, pur in assenza di adesione formale, ha suscitato critiche interne per il rischio di alterare l’equilibrio istituzionale e conferire legittimazione implicita a un organismo dalla collocazione ambigua rispetto al sistema ONU. L’adesione formale di Paesi come Ungheria e Romania, e l’intenzione della Bulgaria di procedere in tal senso, mostrano come tale attrazione possa prevalere su logiche di coordinamento sovranazionale, suggerendo anche la ricerca di opportunità di allineamento politico ed economico in un contesto meno vincolato rispetto ai meccanismi regolativi dell’Unione.
La configurazione dei poteri del Chairman, assimilabile a quella di un chief executive officer, e la possibilità di revoca unilaterale di inviti o partecipazioni – come nel caso del Canada – confermano una relazione tra leadership e membri lontana dalla collegialità tipica delle organizzazioni multilaterali universali.
Sul terreno, inoltre, la legittimità sostanziale dell’iniziativa resta problematica. La Risoluzione 2803 non richiama precedenti fondamentali, dagli Accordi di Oslo alla Risoluzione 476 (1980) sull’inammissibilità dell’acquisizione territoriale con la forza e consolida di fatto la separazione tra Gaza e Cisgiordania. Il disarmo richiesto ai palestinesi non è accompagnato da analoghe pretese verso la potenza occupante, creando un’asimmetria strutturale. Nel frattempo, l’occupazione e il processo di annessione di fatto della Cisgiordania proseguono, mentre la distruzione sistematica delle infrastrutture di Gaza rende sempre più fragile qualsiasi prospettiva di vita normale nella Striscia.
La ricostruzione proposta appare fortemente orientata a logiche economiche e di investimento, con una gestione concentrata nelle mani dell’executive board e del Chairman. La dotazione iniziale, limitata rispetto ai decenni di assistenza europea e alle stime complessive necessarie, rafforza l’impressione che il progetto sia meno un dispositivo multilaterale di ricostruzione e più uno strumento di gestione politico-strategica di una tregua fragile. È vero che, allo stato, il Board rappresenta l’unica iniziativa concretamente avviata per affrontare la crisi di Gaza e potrebbe favorire un riassetto delle alleanze regionali o l’uso della leva economica come fattore di stabilizzazione e pressione sul disarmo di Hamas. Tuttavia, tali prospettive non modificano il dato strutturale: il dispositivo si inserisce in un contesto di competizione tra potenze, nel quale il ruolo dell’Iran e dei suoi alleati regionali costituisce una variabile decisiva e potenzialmente destabilizzante.
In definitiva, il Board of Peace non è soltanto un tentativo di ricostruzione post-bellica, ma un passaggio nella ridefinizione dell’equilibrio tra universalismo multilaterale e istituzionalizzazione delle spheres of influence. Gaza diventa il banco di prova di una scelta più ampia: se il diritto internazionale continuerà a fungere da cornice ordinatrice universale o se sarà progressivamente utilizzato per legittimare coalizioni selettive guidate dalle potenze dominanti.
PAOLO POLETTI

Grazie di questo informatissimo contributo. Difficile inquadrare i fenomeni storici quando sono in fieri, la storia viene “classificata” a posteriori e spesso è oggetto di revisioni. È importante cercare di capire in medias res, anche perché siamo nel tempo della rapidità, quindi ben vengano le tue robuste analisi del nostro tormentato tempo.
Maria Zeno
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