Il consenso cancellato: la legge Bongiorno e l’arretramento culturale

di VALENTINA DI GENNARO ♦

Quando una parola scompare da una legge, non è mai un incidente. È una scelta. E dice molto più di quanto sembri. La legge Bongiorno viene raccontata nel dibattito pubblico come un rafforzamento della tutela contro la violenza sessuale. Ma a leggerla con attenzione e soprattutto a osservare ciò che è stato tolto lungo il percorso, emerge un quadro diverso, più opaco, più fragile. Non siamo davanti a un avanzamento, bensì a una ritirata. Una ritirata culturale prima ancora che giuridica.

Al centro della proposta iniziale c’era una parola tanto semplice quanto dirompente: consenso.

Una parola che non serve solo a descrivere un atto, ma a ridefinire le relazioni. Perché il consenso non è un dettaglio tecnico: è una grammatica del vivere insieme. È la possibilità concreta di dire sì e di poter dire no senza che quel “no” debba trasformarsi in una prova di coraggio, di resistenza fisica, di eroismo postumo.

Quella parola, però, è sparita. E non è sparita per distrazione.

Il consenso è una parola scomoda perché sposta il baricentro della responsabilità. Non chiede alle donne di dimostrare la violenza subita, ma agli uomini di interrogarsi sul proprio comportamento.

Non invita a misurare lividi o a ricostruire colluttazioni, ma a riconoscere una volontà. Non si accontenta dell’assenza di coercizione manifesta: pretende presenza, ascolto, chiarezza. Introdurre il consenso in una legge significa cambiare paradigma. Vuol dire dire apertamente che la libertà sessuale non coincide con l’impulsività, che il desiderio non è un diritto acquisito, che il corpo dell’altro non è uno spazio neutro. È per questo che il consenso viene spesso percepito come un’invasione: obbliga a una rieducazione emotiva, linguistica, simbolica.

Senza il consenso come criterio centrale, la legge torna a fare ciò che ha sempre fatto. Scarica il peso della prova su chi denuncia. Tornano le domande implicite — e spesso esplicite — sulla condotta della vittima.

Torna l’analisi del comportamento, del corpo, del prima e del dopo. Torna la diffidenza strutturale verso la parola delle donne, che deve essere corroborata, verificata, quasi sempre messa in discussione. È una pedagogia del sospetto che attraversa tribunali, media e immaginario collettivo.

La riforma proposta dalla senatrice Bongiorno, pur presentandosi come una tutela più efficace, mantiene in realtà una visione arcaica della violenza: quella che esiste solo se è eclatante, rumorosa, visibilmente riconoscibile. Come se tutto ciò che avviene nella zona grigia, come il blocco, la paura, la paralisi, fosse meno reale, meno degno di essere nominato.

È soprattutto una legge che non educa. C’è un’assenza che pesa quanto quella del consenso: l’assenza dell’educazione. Educare al consenso significa entrare nei luoghi della formazione, parlare di relazioni, di potere, di desiderio, di limiti. Significa riconoscere che la violenza non è un incidente isolato, ma il prodotto di una cultura che tollera l’ambiguità e normalizza la sopraffazione.

Ma l’educazione spaventa. Perché mette in discussione modelli, ruoli, privilegi. Perché chiede un cambiamento che non si esaurisce in un articolo di legge.

Una legge che elimina il consenso non protegge: normalizza. Normalizza il silenzio. Normalizza l’immobilità. Normalizza l’idea che, finché non c’è una resistenza visibile, allora tutto sia lecito.

Le leggi parlano sempre del tempo in cui viviamo. E questa legge dice che non siamo ancora pronti a una vera democrazia dei corpi. Che continuiamo a chiedere alle donne di essere forti, invece di chiedere agli uomini di essere responsabili. Finché il consenso non tornerà al centro come parola, come pratica, come educazione civica e sentimentale, questa non sarà una legge giusta.

Sarà solo l’ennesima occasione mancata, scritta sulla pelle di chi, da troppo tempo, è costretto a spiegare perché non ha urlato abbastanza forte.

VALENTINA DI GENNARO

  • Illustrazione di Elisa Talentino