Musica sotto sorveglianza: i compositori nelle dittature del Novecento e il caso Šostakovič
di FRANCESCO MARINI ♦
Nel Novecento la musica non è stata soltanto espressione artistica, ma anche terreno di scontro ideologico. Nei regimi dittatoriali, dove il controllo della parola e dell’immagine era già stringente, il suono stesso divenne oggetto di sospetto, strumento di propaganda o al contrario, veicolo silenzioso di dissenso. Molti compositori vissero una condizione ambigua, celebrati ufficialmente e al tempo stesso sorvegliati, ostacolati e costretti a un difficile equilibrio tra sopravvivenza personale, compromesso e integrità artistica.
Dalla Germania nazista all’Unione Sovietica stalinista passando per l’Italia fascista, la musica fu piegata alle esigenze del potere. In Germania, il regime hitleriano condannò come “degenerata” (Entartete Musik) ogni forma di sperimentazione, jazz o influenza ebraica, noto è il caso di Arnold Schönberg costretto all’esilio, mentre altri, come Richard Strauss, tentarono una convivenza problematica con il sistema. In Italia, il fascismo preferì un controllo meno diretto ma non meno incisivo, favorendo un’estetica monumentale e celebrativa, in linea con il mito della romanità e della grandezza nazionale.
È tuttavia nell’Unione Sovietica che il rapporto tra musica e dittatura raggiunse una complessità drammatica senza precedenti. Qui l’arte doveva rispondere ai dettami del realismo socialista, essere comprensibile, ottimista, edificante, funzionale alla costruzione “dell’uomo nuovo”. In questo contesto si colloca la figura di Dmitrij Šostakovič, probabilmente il compositore che più di ogni altro incarnò le contraddizioni dell’artista sotto una dittatura.
Šostakovič fu, fin dagli esordi, un enfant prodige della musica sovietica. La sua Prima Sinfonia (1926) lo impose come talento straordinario, capace di coniugare modernità e tradizione. Ma il successo non garantiva protezione. Nel 1936, dopo che Stalin assistette a una rappresentazione dell’opera Lady Macbeth del distretto di Mcensk, il quotidiano Pravda pubblicò il famigerato articolo “Caos anziché musica”, una condanna durissima che trasformò il compositore, nel giro di una notte, in un potenziale nemico del popolo. Da quel momento, la sua vita fu segnata dalla paura: Šostakovič dormiva con una valigia pronta accanto al letto, temendo l’arresto.
La risposta del compositore fu la Quinta Sinfonia (1937), ufficialmente presentata come “la risposta creativa di un artista sovietico a giuste critiche”. L’opera ottenne un enorme successo e venne interpretata come un atto di redenzione. Eppure, dietro la facciata trionfale, molti hanno letto una profonda ambiguità: un linguaggio che sembra aderire ai canoni richiesti, ma che lascia filtrare dolore, ironia e tragedia. È proprio in questo dualismo che risiede il cuore della poetica di Šostakovič: una musica capace di parlare su più livelli, comprensibile al potere e, al tempo stesso, carica di significati nascosti per chi sapeva ascoltare.
Durante la Seconda guerra mondiale, la Settima Sinfonia “Leningrado” divenne simbolo della resistenza sovietica contro l’invasione nazista. Eseguita anche in Occidente, fu utilizzata come potente strumento di propaganda. Ma anche qui la lettura univoca si incrina, quella marcia ossessiva che attraversa il primo movimento può essere interpretata non solo come ritratto del nemico esterno, ma come metafora di ogni totalitarismo che avanza schiacciando l’individuo.
Negli anni successivi, Šostakovič continuò a oscillare tra riconoscimenti ufficiali e nuove accuse di formalismo, come nel 1948 sotto la campagna ideologica guidata da Ždanov. Accettò incarichi istituzionali, firmò dichiarazioni pubbliche di adesione al regime, ma nelle sue opere più intime i quartetti per archi, in particolare riversò una scrittura sempre più cupa, autobiografica, segnata da un senso di angoscia e disincanto.
Il caso Šostakovič solleva una questione ancora oggi centrale: può l’arte sopravvivere sotto una dittatura senza perdere la propria autenticità? La sua musica suggerisce che la resistenza non passa sempre attraverso l’opposizione aperta, ma può assumere forme sottili, ambigue, talvolta contraddittorie. In un sistema che pretendeva consenso totale, il semplice mantenere una voce personale anche mascherata era già una forma di sfida. Šostakovič ci ricorda che anche sotto la più rigida sorveglianza la musica può diventare memoria, testimonianza e talvolta, silenzioso atto di libertà. L’arte, la musica e la cultura ci aiutano a combattere questi regimi autoritari, ricordando che molte volte, la nostra arma più forte è proprio la lotta culturale e la rivoluzione culturale, MAI quella armata.
FRANCESCO MARINI

io di Sostakovic ricordo il valzer n2 che era la colonna sonora del film di Kubric com Tom Cruise, Wide shut eyes
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Bravissimo, Francesco, bravo, sapessi quanto è importante prr me vedere come i.miei ragazzi “crescono”. GRAZIE
Maria Zeno
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Grazie per aver condiviso queste storie che non conoscevo. Non molto tempo fa ho letto un articolo simile sugli artisti a Budapest che resistono a Orban. Davvero ammirevole.
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