BERLINGUER TI VOGLIAMO BENE! (Davvero e’ cosi’?).
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
In occasione del film “La grande ambizione” che potrebbe essere proiettato in alcune Feste dell’Unità prendo spunto per questo brevissimo ricordo. Parlo di Berlinguer ma, come fosse un Giano bifronte, nel retro della narrazione si scorge l’ombra di Aldo Moro. Due esempi che dovrebbero essere non nostalgico ascolto di un tempo remoto ma “catarsi” dell’azione politica per il futuro.
Il ricordo avviene attraverso due punti sostanziali.
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Al dominio si deve opporre l’egemonia!
Sembra una tautologia, tanto l’egemonia si palesa quale dominazione. Eppure tutto si chiarisce se per egemonia si intende il polo del consenso rispetto al polo della forza. La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata….Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere..( Quaderni dal carcere, quaderno dedicato al Risorgimento, pp.2010-11, Gramsci).
E’ il grande recupero della “sovrastruttura” inteso a superare l’insulso materialismo deterministico inserendo in essa a pieno titolo la “società civile” (sovrastruttura = Stato+ società civile).
E’ da queste basi che “la via italiana al socialismo” si attua in Berlinguer. Pensiamo che in Italia si possa e si debba non solo avanzare verso il socialismo, con il contributo di forze politiche , di organizzazioni, di partiti diversi, e che la classe operaia possa e debba affermare la sua funzione storica in un sistema pluralistico e democratico (Discorso al XXV Congresso del Pcus, 1976).
Ecco perché la nostra lotta unitaria – che cerca l’intesa con altre forze di inspirazione socialista e cristiana in Italia e in Europa occidentale- è rivolta ad utilizzare una società nuova, socialista che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello stato, la possibilità di esistenza di diversi partiti, il pluralismo nella vita sociale, culturale e ideale (Discorso a Mosca per il 60°della Rivoluzione, 1977).
L’egemonia culturale tramite la stampa, i libri, la cinematografia, l’università, la scuola, i sindacati, la religione organizzata, i partiti, l’associazionismo, è possibile e in effetti lo è stato nei decenni dal dopoguerra fino al Duemila. Ma come si può pensare al successo, dopo il Duemila, quando la struttura comunicativa è mutata radicalmente e la tecnologia è divenuta l’ambiente per cui il consenso non è atto razionale, ma costruzione estetica….la politica diventa marketing, il carisma un prodotto, la democrazia uno spettacolo ( Simonetta Bisi, L’eclissi del pensiero critico, 2025, pag.121).
Nel tempo dell’algoritmo si assiste ad un duplice mutamento. In primo luogo, la sparizione dell’attore della comunicazione: il “funzionario dell’egemonia” e il partito quale “intellettuale collettivo”. In secondo luogo lo stravolgimento dei canali di diffusione e dunque le modalità di influenzare ( si pensi a face book, agli influencer, alle piattaforme digitali, al ruolo invasivo dell’I.A.…). Ne deriva da ciò un rapporto delle varie narrazioni con la verità del tutto diverso dalla tradizione a cui eravamo abituati (si pensi alla strategia delle fake news).
Questa la grande crisi che investe l’attuale sinistra: non solo la damnatio memoriae di Berlinguer (sul versante dell’etica, come vedremo) ma anche il fatto che se si volesse perseguire l’egemonia culturale la sovrastruttura avrebbe, nella sottostante struttura tecnologica, non un mezzo ma un “nemico”. Insomma, l’eclissi del pensiero critico ha anche (soprattutto) la sua causa nella rivoluzione dei mezzi comunicativi! Non potremmo più perseguire la via della egemonia culturale in una società fluida, iperinformata, autoreferenziale, disimpegnata, manipolabile con l’I.A.
Se si volesse perseguire a tutti i costi l’eredità di Berlinguer , nonostante l’ostacolo della “comunicazione populista”, è sul tema del lavoro, della precarietà, dei giovani che si dovrebbe insistere e non soltanto sui diritti civili. Una “egemonia dell’attenzione”, della cura verso il debole, l’emarginato, del precario, del disilluso. Alla cultura invasiva d’un tempo si dovrebbe sostituire la “cura” del debole (I care! Ma per davvero!).
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Ed ecco un secondo punto da sollevare.
Esiste un accusa rivolta al Segretario del PCI. Accusa diffusa da varie parti , oppositori e non.
Insistere in modo assiduo sull’etica della responsabilità in politica nuoce alla strategia negoziale. Troppo moralismo conduce ad un immobilismo. Questa in breve l’accusa.
I miglioristi non potevano sopportare questo insistere su ciò che sembrava arido moralismo perché questo era di ostacolo alle alleanze con il partito socialista. Ma Craxi significava per il Nostro l’antipolitica che offendeva l’etica, dunque, rigetto completo.
Il punto essenziale da comprendere per capire bene lo spessore politico di Berlinguer è la grande differenza fra moralismo ed etica. Il moralismo è una patologia mortale dell’etica!
Moralismo è il giudicare in modo rigido essenzialmente sull’apparenza delle cose e non sulla sostanza. Chi è moralista non vuole il bene e la giustizia ma solo il conformismo, l’obbedienza alle regole che non debbono essere discusse. Esiste, nel moralismo, una dicotomia manichea fra il bene ed il male che nessun dialogo può sanare. E’ il grande regno dell’ipocrisia, il regno dell’ apparenza non della sostanza. E’ il dominio del fondamentalismo sociale, politico, religioso. Si ha ragione a priori, senza lasciare spazio all’ascolto dell’altro.
Etica, al contrario, è dialogo sul bene e la giustizia. E’ coerenza fra ciò che si dice e ciò che si fa. Si obbedisce alle regole solo perché si reputano giuste. Si giudica solo dopo una riflessione, un dialogo mai a prescindere.
L’appello berlingueriano è etico, mai moralista.
Il politico può essere disonesto penalmente e sarà la magistratura a giudicare. Ma esiste un altro tipo di disonestà che non ha alcuna rilevanza penale: la disonestà politica!
Perché un politico può essere “disonesto politicamente”? Perché ha tradito il mandato costituzionale (art, 49). Ci si serve dei cittadini anziché servirli. Si trasforma l’elettorato in clientela. La politica è dominio del marketing al pari di un prodotto qualsiasi. A distanza di quasi duemilacinquecento anni la civiltà sembra aver realizzato il sogno della sofistica ateniese e posto in soffitta il petulante socratismo.
Lo strumento attraverso il quale l’élite ha tradito il mandato è il sistema di potere che non è più basato sulla logica razionalità-legalità ma sul carisma di un leader (Max Weber). Ecco il vero grande peccato di origine che Berlinguer denuncia. I partiti non rappresentano più i desiderata del popolo ma sono solo “macchine di potere” che hanno il compito non di intercettare il pensiero popolare ma di occupare lo Stato a tutti i livelli. Disporre della macchina burocratica, della Giustizia, del potere locale, delle imprese pubbliche significa dominare (è il cosiddetto patronage degli impieghi di weberiana memoria). Il costo di tutto questo è uno solo: la destrutturazione dei partiti e la trasformazione della società civile in una platea da utilizzare per il consenso. E’ il grande tradimento dei chierici! (intervista a Scalfari del 1981).
Questa e non altra la lotta etica di Berlinguer. Lotta non solo nei confronti degli altri ma nei confronti del proprio partito (almeno come monito per il futuro! E oggi ne sappiamo qualcosa).
L’ascesa successiva di Berlusconi ha documentato con forza l’intuito etico espresso dal Segretario circa dieci anni prima.
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Mi sembra una buona cosa concludere questo fugace ricordo in questo modo:
Quando Berlinguer parlava eri felice perché sentivi di far parte di una comunità che il mondo lo voleva cambiare per davvero (Pierpaolo Farina, Per Enrico, per esempio,2025).
CARLO ALBERTO FALZETTI
