“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – STORIA DI UNA CANTONIERA
di MICHELE CAPITANI ♦
La ex-casa cantoniera di Santa Marinella: sì, un centro balneare, che dai ponti di primavera fino a tutta l’estate si affolla di romani, una luminosa cittadina di mare allungata al sole dell’Aurelia e abbellita da palme e da ville e palazzine anni Trenta e Quaranta… eppure, anche qua gli interstizi della città divengono nicchie per la città parallela, per il mondo sommerso dei senzatetto.
Stasera, dopo un salto alla stazione, io e altri volontari coi senza dimora eccoci a questo edificio, che dà ancora sull’Aurelia, come un tempo, ma è luogo oscuro e svuotato da decenni, per assenza di elettricità e abbandono dei tenutari. L’atmosfera è di un’enclave nerissima dentro una città normale; le case attorno sembrano quasi averle voltato le spalle.
Entriamo dalla porta nord, e l’oscurità è troppo silenziosa per immaginare che ci sia qualcuno… è come entrare nel castello fatato di Giovannin-senza-paura.
Sotto: vaste stanze, del tutto buie, spoglie e desolanti.
Saliamo. Ci abitano dei rumeni, in un numero pazzamente fluttuante. Tutti giovani, si dice tutti potenzialmente pericolosi, e tutti bevitori, e questo lo constatiamo subito.
Alla lucetta malata d’una fiammella in un angolo, sembrano tutti asciutti e prestanti; dico “sembrano” poiché in verità non siamo di fronte a uomini, piuttosto a silhouette nere nella penombra. Una penombra imbevuta di acre sentore alcolico. Un mucchio di coperte in un angolo si alza, era un uomo anch’esso. Mi sembra di trovarmi dentro un affresco di Goya.
Uno di questi uomini-ombre, malcerto ma diretto, mi avvicina e mi dice:
«Sai cosa vorei? Io vorei dire preghiera, lo fai co me? Siete cristiani anche voi, no?»
«Be’… sì».
Lui si siede su un materasso, e dice insieme a noi un Padrenostro in italiano; alla fine lo ricomincia in rumeno, e tutti gli altri subito si uniscono, in un unito borbottio, unisono e intenso. Sono trenta secondi goffi, surreali, poetici e umanissimi. Apparentemente caricaturale, è in realtà una preghiera urgente, perché solo dopo ci dicono, tra l’altro, della bombola da ricaricare e di altre miserevoli impellenze; ci accordiamo per mandare uno dei nostri, domani, ad accompagnarli: noi cerchiamo di non dare soldi, e certe volte un passaggio in macchina è anche più prezioso.
Salutiamo, usciamo. Dentro me sento muoversi pensieri brucianti, ma anche la pulita certezza che l’aria grottesca di quella spelonca oscura sia stata spazzata via dalla sincerità di quelle preghiere etiliche, disperate, e condivise. A differenza che nel lager, Dio non risputerà in terra questo Padrenostro.
*****
Scendiamo e giriamo attorno costeggiando ampie porte spalancate verso stanze che sono grotte contenenti il nulla, enormi occhi neri e vuoti.
Dal lato opposto della casa, quello meridionale, entriamo in un ambiente abbastanza illuminato e scaldato da un camino. Mariella è ancora alzata, mentre Antonio è già a letto; ci dovrebbe essere anche il polacco Walter, e non si sa chi e quanti altri nelle altre stanze, fuori dal cerchio di luce che il fuoco crea.
Quaggiù il calore si emana anche sui volti, e si chiacchiera; la signora Mariella ci dice di essere siciliana, e di stare qui da alcuni anni dopo avere lavorato molto tempo a Como (mi chiedo cosa intenda per “qui”).
Con Walter parliamo dei suoi dolori alla schiena e dell’imminente visita che siamo riusciti a procurargli.
Poi passa per un minuto un tale Pietro, cortese e sfuggente, anche lui polacco, e anche lui riscompare per sempre nel buio.
Ecco Antonio: non dormiva, esce cantando nel suo bravo alone alcolico, sfrontato e innocuo come al solito, nelle sue risposte insensate:
«Oh, Antonio, buonasera!»
«Eh, da mo’ che s’è fatta sera».
«Come stai?»
«Come l’antichi».
Ci dice che sta aspettando che un medico di Sant’Egidio gli dica cosa c’è scritto sulla sua cartella clinica. Un po’ perché è alticcio, un po’ per strane reticenze, ricostruiamo con fatica la sua situazione: è stato ricoverato non si sa perché, ma probabilmente per dolori alla gamba sinistra; è stato dimesso senza che gli dicessero niente (forse con l’accordo che avrebbero informato appunto il collega), e ora aspetta di sapere.
La gamba se la sbriciolò nel ’75 per un incidente: un autotreno lo prese in pieno mentre guidava la macchina di un ufficiale dei Carabinieri («Li mortacci sua», commenta). Non perché fossero amici, bensì per riconsegnarla dopo che era stata riparata.
Si fece tre anni di ospedale, forse non consecutivi, e poi undici di galera, ma su questi non chiediamo lumi, almeno per stasera.
*****
Il lato nord, invece, ha una storia impossibile da ricostruire: lo squadrone di giovanotti romeni a inizio estate comincia a scomporsi, e per varie settimane rimane impossibile capire e prevedere chi e quanti sono: una volta nessuno, un’altra volta tantissimi (mai tutti gli stessi), un’altra ancora svuotato… Parlo solo del piano superiore, poiché le grotte di quello inferiore, stranamente, resteranno quasi sempre deserte.
Andare là nell’estate successiva è penetrare davvero in un mondo fantastico, che non sai se è fatto di buio o di candele, di racconti o di alcol, di ciarpame sparso o di un ordine faticoso, e quanto il rischio sia vero o apparente.
Una bella sera di fine luglio, in verità, qualcosa cambia… come il lato sud è italo-polacco, il lato nord resta comunque romeno, ma ora c’è la nostra vecchia conoscenza Marian (con altri amici), persona apparentemente affidabile e lavoratrice, e poco incline al bere; in realtà kapò su alcuni connazionali. Non più accessibile la zingaresca casa di Paola, che lo ospitava (ne riparleremo…), non poteva prima o poi non capitare qui, era ovvio.
Dal resoconto del gruppetto che ci andò quella sera: «Dall’altro lato, Marian e altri quattro stanno sdraiati sul terrazzo a pigliare il fresco; li troviamo bene, nessun sentore etilico (siccome sono molto in déshabillé, le due donne del nostro gruppetto non salgono). Tra l’altro mi indicano con notevole orgoglio l’orticello giù di sotto, che hanno messo a coltivazione col permesso del padrone della palazzina accanto (ma il terreno non sarebbe della cantoniera? Mah); mi dicono poi con ancor maggiore orgoglio dell’ottimo rapporto coi vicini, che a volte gli offrono anche qualcosa, e questa è una notevole notizia visto che eravamo abituati a pensare alla cantoniera come un mondo a sé».
*****
Il lato sud lo vedremo scendere una china dapprima deprimente, poi sempre più angosciante: una sera, per esempio, troviamo Walter, Antonio, Mariella e Pietro sotto il pergolato: una parodia notturna, triste e alcolica di una cenetta al fresco estivo. Io parlo un po’ con Pietro, l’unico lucido, che poi è l’autore della carbonara, avendo lavorato sempre nei ristoranti. Mi dice che i due anziani, Antonio e Mariella, gli fanno pena, e che cerca un po’ di aiutarli con qualche soldo, oppure, appunto, cucinando. Non saprebbe dire chi stia messo peggio fra i due, di sicuro bevono già dal mattino.
Nei mesi successivi il buio diviene sovrano, perché anche le candele comunque qualcosa costano, e perché la legna è meglio centellinarla. Spesso non riscuoteremo Antonio dalle sue ossessioni mortuarie, e non sarà raro sentirlo parlare, piano ma fissamente, di «quando non ci sarò», di «sarà tutto finito»…
La sera che Antonio raccontava dell’incidente, non sapevamo che era l’ultima volta che avremmo visto Walter in piedi e lucido: in seguito, sempre brillo, uscirà brevemente dal suo antro, bofonchiando qualcosa, per riscomparire dopo un minuto nell’oscurità. Molto più spesso se ne udirà un verso quasi da orso, da qualche punto oscuro, o più spesso niente.
Per qualche settimana nelle grotte superiori starà anche un certo Stanislao, altro polacco, di cui conosceremo solo il nome, e che nessuno riuscirà mai a vedere.
Dopo alcuni mesi, Walter se ne andrà. Lo troveremo a dormire col connazionale Stefan in una macchina abbandonata, nel parcheggio sterrato di un’arena estiva, in centro città, e lo ritroveremo finalmente che risponde e che sorride. Ci torneremo più avanti…
*****
Lato nord: un anno dopo, non c’è quasi più nessuno fisso. Da qualche mese una piccola scomposta folla di uomini, molto variabile, un assemblo poco coerente e solido di cani sciolti, bravi uomini, che a volte vediamo alle docce, altre volte non si sa dove se ne siano andati.
Al piano superiore in genere c’è buio, e qualche forma umana a cui nemmeno le lucine dei cellulari riescono a dare un volto e un nome.
Al piano terra si appoggiano la ceca Gabriella e il compagno Adam.
Il lato sud invece si è trasformato: come ogni vero castello fatato, è avvenuta una metamorfosi, una trasfigurazione, però non ad opera di un mago, né di un principe, né di un valoroso cavaliere…
Erano comparsi in città un giorno con una piccola tenda, e ben lontano da qui, il napoletano Enzo e la calabrese Daria, personaggi incredibili, tra quanti ne abbiamo conosciuti (e ne conosceremo) qui alla cantoniera. Erano comparsi sotto un boschetto di eucalipti accanto alla massicciata della ferrovia. Si piantarono vicino alla roulotte del solitario Bruno, che lì viveva da anni; qualche settimana e si aggregò anche la tenda di Renato e Rita, da Roma.
Dopo pochi mesi, per qualche furto avvenuto nei dintorni, il “campeggio” venne additato, ispezionato, infine sgomberato e trapiantato in un enorme spiazzo erboso, che in estate è il parcheggio libero per le spiagge: un’allucinante steppa arida e assolata, lontanissima dal centro, dall’acqua, dalla stazione, dalla fermata degli autobus, dal supermercato. Insomma dalla vita.
Ognuno dei cinque, in quell’estate e poi nell’inverno che seguì, nella propria tenda o roulotte, cominciò a morire dentro, di isolamento, di freddo, di incertezza.
Enzo proveniva da un passato che non ci ha mai detto per intero, fatto di lavoro, di qualche reato, e di uno sfascio familiare. Con lui è facile scherzare, ma capisco solo ora, mentre scrivo, che non ne ha mai parlato molto; al contrario di Daria, di buona famiglia, ma finita in povertà in seguito alla separazione e a un marito che non dà mai l’assegno, salvo ogni tanto quando gli arriva il pignoramento. Alle volte va a trovare i parenti, o i figli che studiano a Roma e a L’Aquila, e un poco si rincuora.
Ebbene, stanchi di prendere umidità, acqua e fango nella tenda in mezzo a quel deserto, e stanchi di nutrirsi di attesa, amarezza e isolamento, sono venuti alla cantoniera, nelle stanze sopra Antonio e Mariella, portando la luce. Ma luce vera, altro che i lumini da camera ardente usati in precedenza! E luce interiore, perché ora sono tutti lieti e vivi, e anche Angelo si veste bene e ha deciso di curarsi e seguire le terapie.
Tutti lieti e vivi con gli orticelli da curare, messi a melanzane e basilico e altro, e la dépendance adibita a dispensa, e soprattutto il forno esterno da pizza, con cui Enzo ha dimostrato, per primo a sé stesso, di essere ancora un capace e appassionato pizzaiolo napoletano.
*****
Questa era la ex-cantoniera, buia come il molto buio che c’era fra le manchevoli notizie e le storie dei suoi abitatori, nel loro presente come nel passato; quasi tutti nomadi fra quei suoi ambienti neri e i tanti anfratti della città di mare.
Ora parlo al passato poiché un giorno essa venne murata.
E con essa vennero murati i suoi spazi e le sue ombre che si scambiavano i metri cubi d’aria che i corpi umani occupano.
E vennero murati documenti e bagagli che qualcuno non aveva fatto in tempo a mettere in salvo.
Vennero murati gli anfratti notturni ed esistenziali il cui fondo e la cui vitalità, le cui speranze e angosce i bagnanti estivi non avevano potuto nemmeno immaginare, e dove i poveri stessi, a volte, potevano portare luce ad altri poveri.
MICHELE CAPITANI

Caro Michele, ci apri un altro capitolo di umanità ai margini, ombre che vivono accanto a noi e che non vediamo.
La tua casa cantoniera è un non-luogo che , come nella poesia di Pascoli, si accende si spegne come un’allucinazione mentale.
Maria Zeno
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