RUBRICA BENI COMUNI, 105. TRE LIBRI DA LEGGERE E RACCONTARE

a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦

Sembra che il rallentamento del ritmo nella periodicità delle uscite di questa rubrica giovi, oltre che alla serenità del curatore, non assillato dalla frequenza eccessiva delle scadenze, che costringeva a volte a interruzioni di salvataggio e a moltiplicazioni delle puntate sul medesimo argomento non riuscendo a finirle in tempo per la spedizione, anche alla ponderazione dei temi con accostamenti meditati e comunque tempestivi e corrispondenti agli avvenimenti di cui informare i lettori. È appunto il caso di questa puntata, che ha anche una particolarità simpatica ed a me profondamente gradita, pur nella tristezza insita in qualcuno dei temi, ossia il fatto di riguardare, nei tre casi illustrati, persone care o amiche e per giunta stimatissime colleghe architette, compagne da lunghissimo tempo di professione e di appassionante impegno di vita proprio nel campo prediletto della difesa dei nostri Beni Comuni.

Inizio partendo dalla prima immagine di copertina, quella in alto a sinistra, dove ho collocato – dopo alcune prove e bozzetti, sottoposti come sempre alla preventiva verifica famigliare («Paola, che te ne sembra?») e sistemati per qualche suggerimento –  l’eloquente fotografia ripresa dal libro di Maria Letizia Mancuso, La sacralità dell’adulterio, Edizioni il Viandante, Collana “Rumore di carta”, Chieti, maggio 2024. Era tempo che aspettavo l’occasione per parlare del libro in questa rubrica, anche perché non si trattava di una delle consuete pubblicazioni di cui noi architetti ci occupiamo in continuazione, per mestiere e necessità, come autori o curatori, come critici, recensori o semplici lettori. Un romanzo, e un romanzo come questo, non è certo frequente nei nostri ranghi, abituati a usare la matita o programmi di grafica e la penna (sia pure ormai in forma di tastiera) di relazioni o commenti d’architettura e urbanistica, di enunciazioni teoriche e studi tematici nei campi poco emotivi (non sempre!) del restauro, delle ricerche storiche o della pianificazione, anche se con implicazioni coinvolgenti di natura politica, sociale ed economica.

Ho conosciuto Maria Letizia Mancuso all’Acquario Romano, la sede del nostro Ordine, nel 1992, quando avevo trovato il tempo per dare un mio contributo come membro del consiglio direttivo e, dal 1995 al 1999, coordinatore del Settore “Patrimonio storico” del CeSArch, Centro Studi dell’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia. Abbiamo condiviso anni di entusiasmante attività e devo a lei e ad altri affettuosi colleghi la nomina a Socio Onorario del Consiglio direttivo con delibera del 5 luglio 2011, «per l’impegno e la dedizione dimostrata nel contribuire alla crescita del Cento Studi». Ma un romanzo è altra cosa. Prima di esprimere le mie impressioni di lettore, credo sia più opportuno lasciare la parola all’Autrice, proprio perché, in questo modo, si colgono – dalle sue stesse parole – quelle “premesse” e quelle “intenzioni” di chi ha pubblicato una propria opera letteraria, sovente non evidenti da una prima lettura. Riprendo, quindi, proprio la lettera inviatami da Maria Letizia alla fine di gennaio di quest’anno, quando le ho espresso la mia intenzione di parlare del romanzo nella rubrica. «Come ti avevo promesso, Francesco, trovi qui alcune note sul mio primo romanzo, nelle quali ho rielaborato un’intervista che mi è stata fatta da Simonetta Sollini per il gruppo Facebook “Veniamo da Venere”».

«Scrive Margot Gallimard, responsabile della casa editrice francese omonima: “A noi donne manca la trasmissione della nostra storia, dei nostri ricordi e quindi della nostra letteratura”, Questa frase l’ho letta qualche giorno dopo la pubblicazione del mio romanzo, avvenuto ad aprile dello scorso anno, e ha illuminato e sintetizzato perfettamente quel pensiero, molto più confuso, che mi aveva spinto, per molti anni, ad appuntare e, ora, a scrivere.

«Il mio primo desiderio era di “Trasmettere”. Ritrovare quello che, quando ero fanciulla, sentivo e vedevo fare alle donne che mi circondavano: scoprire la gioia del racconto e della narrazione, ripercorrendo in infinite occasioni una storia, una memoria.

«Ma non racconti di eroi o di gente importante o famosa, no. Né parlare di guerre, conquiste, affannose lotte per il potere o per la ricchezza.

«Ma poiché anche nei periodi della storia più tragici, le donne continuano a portare avanti la vita, parlare della quotidianità, e parlarne dalla nostra diversità di donne.

«Anche in un periodo di profondi cambiamenti e di sciagure, parlare di donne che sapevano decidere, vedere il proprio futuro, imparare a non sottomettersi, a confrontarsi senza timore con i propri compagni, perché lasciare solo agli uomini argomentare di noi, non riuscirà mai a esaurire tutte le sfaccettature della nostra singolarità per età, provenienza, genere, cultura.

«Alcune volte, poi, il delegare all’altro genere ha creato malintesi, sopraffazione e distorsioni. Bisogna ritrovare il senso del racconto, ripercorrere la storia e ricominciare la narrazione. E siccome le donne hanno sempre opposto alla negazione della loro cultura, il loro raccontarsi attraverso la voce¸ di madre in figlia, da amica ad amica, bisogna che questi racconti si facciano storia e testimonianza di una memoria diversa e più vera da quella che l’universo maschile le ha spesso loro imbastito addosso. Per questo tutto il romanzo è stato impostato come memoria di due amiche che si ritrovano a parlare. Perché nulla esiste se non è raccontato e scritto.

«Il secondo desiderio era di “Ricostruire”. Ricostruire come, dall’inizio del novecento, noi donne abbiamo cominciato quel percorso che ci porta ancora a reclamare e difendere la irrinunciabile necessità di istruzione e cultura. Le mie donne vogliono crescere, affermarsi e accedere, parimenti agli uomini, alla Conoscenza. Non attraverso la ricerca della ricchezza o del potere dell’adulazione, né con l’uso del loro fascino, doti che spesso la storia ha incollato sopra molte di noi per spiegare il nostro successo.

«Nella scelta dello strumento di emancipazione delle protagoniste del romanzo ha influito, certamente, il mio lavoro di docente, così come il mio status ha influito nello scegliere la piccola borghesia come sfondo del racconto. Ma non c’è motivo di negarlo, ognuno si porta dietro la storia di chi ci ha preceduto; se non sbaglio era Cechov che diceva che su qualunque cosa si scriva, si scrive sempre di sé stessi.

«Per entrare più nello specifico del testo, il racconto si svolge tra un paesino del basso Lazio e Terracina, Napoli e Roma tra la fine dell’Ottocento e il 1929, l’anno della grande depressione.  Dopo l’unità d’Italia e la proclamazione di Roma Capitale è stata reso obbligatorio un insegnamento per soli tre anni, e nei piccoli paesi in cui abitava la maggior parte della popolazione italiana, non ci fu altro per decenni. Solo questo e spesso con maestri e maestre impreparati (si rileggano al proposito le stupende descrizioni di Carlo Levi che si riferiscono a ben cinquanta anni dopo il mio racconto).

«Quindi per poter studiare si emigra, presso parenti amici o in collegio. E dal basso Lazio, si va soprattutto a Roma o a Napoli. Si parte a cinque, sei anni, lasciando tutto, in un mondo in cui per fare solo pochi chilometri ci vogliono giorni. Ebbene mi sono chiesta che dolore deve essere stato per quelle bimbe e quei bimbi, e quale spinta ideale deve averli sorretti, e quale forza in più dovevano aver avuto le bambine, che come modello storico si ritrovavano figure completamente diverse. Questo ho provato a descrivere.

«E ho provato anche a descrivere le madri, quanto dovevano essere forti e intelligenti le loro madri! Proprio per affermare questa necessità, o forse solo normalità, di madri tenaci e determinate, ho accennato a due genitrici che hanno rappresentato due punti apicali di tali icone; una la madre di Napoleone, il cui nome Letizia, ho messo alla protagonista, l’altra, la madre di Innocenzo III, il papa che ha costruito la Chiesa Cattolica così come l’abbiamo conosciuta fino ai nostri giorni, e che solo con la sua intelligenza e volontà è riuscita a salvare il figlio appena nato dalle congiure di palazzo.

«Riprendendo le parole di un filosofo che amo molto, Vito Mancuso, “Quando si sa e si è in grado di esprimere quello che si sa, si è in possesso dell’arma principale per difendere la propria autonomia”. Ancora oggi, nel mondo, a molte donne è proibita la conoscenza perché forse c’è stata un’altra storia, e se è esistita un’altra storia, è anche possibile credere in un diverso modo di vivere il mondo.

«A breve dovrebbe essere edito il seguito delle storie narrate. Ho continuato a narrare le loro vite. Le donne, e anche gli uomini, del “La Sacralità dell’Adulterio” crescono, purtroppo trovandosi a vivere nel periodo più tragico del Novecento, tra Fascismo, guerre coloniali e la seconda guerra mondiale. Il secondo romanzo “Al tempo delle guerre” inizia dove è terminato il primo, alla fine degli anni Venti, per concludersi con l’arrivo degli alleati e la caduta delle dittature in Italia e Germania

A questo punto, essendo mio dovere di curatore della rubrica esprimere il mio pensiero di lettore, devo dire senza alcuna piaggeria di collega e indulgenza di amico che la prosa della scrittrice Mancuso è piacevole.

I luoghi son quelli di un Lazio più vero, sarei per dire “più laziale” di quello da me frequentato, conosciuto, vissuto. Che, infatti, il mio, è Lazio di nome, d’appartenenza amministrativa imposta, non di fatto, a parte le forti influenze indotte nel tempo, essendo invece Etruria e Tuscia e Patrimonio del Beato Pietro. Quello di Maria Letizia, a guardarlo sulle carte del Touring o su quelle preziose e dotte del Frutaz, è un Lazio che si spinge verso l’Abruzzo e verso il Regno di Napoli, è la Ciociaria di Frosinone, Casamari, Sora, Aquino e Cassino – terre antiche e abbaziali (Sao ke kelle terre…) – e l’Agro Pontino delle antiche paludi e delle bonifiche littorie, col Circeo, l’Appia e i cento borghi turriti, dove persistono i resti delle spelonche preistoriche e delle “Sperlonghe” imperiali, i castelli, le chiese, i monasteri, le leggende omeriche ed i meravigliosi spettacoli naturali godibili tra frammenti residui di paesaggi ancestrali, passaggi e soste di svariate specie dell’avifauna migratoria ed aree protette del Parco nazionale e delle riserve integrali, salve da una speculazione feroce.

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Su quello sfondo di panorami arcaici, tra mura e pareti anguste, nella gabbia sociale di mentalità ristrette, conformismi ipocriti e severi tabù, la narrazione della protagonista si addentra fra le ragnatele dei ricordi e svela lentamente ma con crescente consapevolezza un mondo femminile insospettabile che vince la rassegnazione e i divieti di quella società ancora tenacemente patriarcale.

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Sul secondo volume mi sono espresso molte volte. Vi sono illustrate la vita, l’attività, le caratteristiche professionali di innumerevoli persone care, in quanto mie docenti o colleghe, compagne di studio o di lavoro, spesso amiche per fortunate e gratificanti coincidenze anche al di fuori dei rapporti formali. Naturalmente affettuosa ma sempre ed anzi ancor più riconoscente e ammirata, la mia partecipazione ai doverosi riconoscimenti per le pregevoli architetture di Paola e delle colleghe di tanti progetti. E la riconoscenza e l’ammirazione si mutano in un sentimento di gratitudine e, direi, di rimpianto accorato quando si aggiunge il dolore della perdita: al primo posto dei ricordi, per tutti noi in famiglia, Vittoria Calzolari Ghio, con Mario e con Francesco. E le altre non meno care, come Renata Bizzotto e le tante, purtroppo ormai numerose, con cui abbiamo vissuto gli anni della gioventù e poi della maturità, che via via sono scomparse prima del tempo.

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Ho lasciato per ultimo il terzo dei libri, quello di maggiore impatto emotivo. Un libro che da qualche tempo sta divenendo argomento di crescente notorietà, sollecitatore di discussioni e riflessioni, nella drammaticità di una vicenda molto dolorosa che colpisce e commuove. L’impegno, la tenacia, la forza di volontà degli autori è quella di chi ha dovuto provare un sentimento atroce e indicibile, che ha preso il posto della più dolce e confortante delle emozioni di una coppia, del maggiore degli affetti umani, quello dei genitori per i figli. La data fatale, il 3 novembre del 2020.

Il libro Le tre vite di Lisa, composto con la speranza di impedire altre tragedie analoghe da Margherita Eichberg e Maurizio Federico (Armando editore, Roma, aprile 2024), ha già avuto numerose presentazioni in tante località – quali, di recente, Cerveteri (Redazione di OrticaWeb), Civitavecchia (Museo Nazionale Archeologico), Viterbo (Terme dei Papi), Santa Marinella (Castello di Santa Severa) – e con diverse modalità di diffusione, tra le quali quella di ampia e forte eco della trasmissione Report di Sigfrido Ranucci su Raitre, il 4 marzo scorso. Ho sentito come un dovere civile aderire all’intento del libro con un piccolo apporto alla sua diffusione, anche nel ricordo del mio fratellino “Ciccino” e del dolore dei miei genitori (ne ho scritto in Beni comuni n° 102, 31 maggio 1924-2 aprile 1925: un anno e un secolo, SpazioLiberoBlog del 3 aprile 2025). Ho trovato immediata adesione alla mia proposta di organizzare un incontro nella sensibilità attiva e partecipe di Claudia Maciucchi, sindaco alla guida dell’amministrazione del Comune di Trevignano Romano.

L’incontro con un pubblico numeroso, attento e coinvolto, è avvenuto nella Sala consiliare, aperta verso il lago, nel pomeriggio della luminosa giornata del 31 maggio scorso. La locandina inviata dal Comune per invitare all’evento illustrava con chiarezza il programma:

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«Quando si parla di Ucraina, la mente vola immediatamente al conflitto, ma per molti italiani è anche il ricordo di percorsi spesso dolorosi, affrontati per esercitare un atto di altruismo: l’adozione.

«Claudia Maciucchi, sindaco di Trevignano Romano, e l’architetto Francesco Correnti accoglieranno Margherita Eichberg e Maurizio Federico, autori de Le tre vite di Lisa, accompagnandoli nel racconto del breve viaggio di una giovane donna, adottata ancora bambina in Ucraina, che è per quello che loro definiscono “malasanità” ha interrotto il suo cammino a 17 anni.»

La stessa pressante esortazione rivolta insieme a Claudia Maciucchi agli amici intervenuti a Trevignano Romano ad ascoltare le accorate testimonianze di Margherita e Maurizio e la lucida esposizione del dottor Quinto Tozzi, cardiologo ed ex ispettore dell’AGENAS, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, sui diritti del malato, di ogni cittadino ricoverato in una struttura sanitaria, la rivolgo qui alle Lettrici ed ai Lettori: unitevi a noi in questa sacrosanta azione di sostegno civile e di umana solidarietà, accanto al forte e rigoroso impegno per la tutela sanitaria dei giovani, dei più fragili e di tutti senza distinzioni, nelle nostre città, nella nostra Repubblica, nel segno della Costituzione e del monito di Stefano Rodotà sul nostro «diritto di avere diritti».

FRANCESCO CORRENTI