RUBRICA BENI COMUNI, 92. MODELLO 1131
a cura di FRANCESCO CORRENTI
«Mondaino [si pronuncia Mondàino], 420 metri d’altitudine sul mare, manca una spanna per essere montagna tra le colline al confine di Romagna e Marche, lembo meridionale della Provincia di Rimini. Una manciata di chilometri da Urbino. Dal paese si vedono il mare Adriatico da un lato e il Montefeltro dall’altro. È un po’ come essere al centro del mondo, di un piccolo mondo, magari senza saperlo. Mondaino è monte del daino e anche monte di Diana, la dea della caccia che qui si sussurra avesse un tempio decisamente importante. Oggi nei boschi, i daini ci sono ancora…». E ancora: «Mondaino: Piazza Maggiore, detta anche la Padella per la forma circolare». Con quella fotografia più che eloquente, il primo piano del padellone porticato e il lungo manico dell’asse viario, che mi ricorda molto l’immagine di Caprarola, con il suo lungo rettifilo, la sua “spina del borgo”, come l’ho vista tante volte da Palazzo Farnese. E come l’avevo disegnata da studente in una delle “pezze” (d’appoggio) dell’esame di Storia e Stili che ho riutilizzato per il manifesto del convegno del giugno 2012, la terza giornata di studio “Punti di fuga”.
Leggo queste notizie – inseguendo ancora una volta la voce “padella” – sul profilo Facebook “Bagni 18-19 Flora&Carmela”, un antico stabilimento balneare sul Lungomare Rasi Spinelli di Cattolica (Flora ha compiuto 89 anni), gestito da Roberto e Davide e completamente rinnovato. Sul cui sito, oltre ad essere illustrati i servizi e le attività offerti alla clientela, sono ottimamente descritte le attrazioni della Riviera romagnola, divise per categorie (Borghi e Castelli, Cultura e Tradizioni, Divertimenti, Sport), tra le quali lo straordinario borgo di Mondaino, i cui abitanti chiamano affettuosamente “Padella” la loro Piazza Maggiore. Questa piazza ha forma semicircolare, evidenziata da un porticato neoclassico a esedra del 1818-1820, opera dell’architetto Francesco Cosci (nota 1), e conclude la lunga ed unica via del paese (Via Roma), in origine terminante sulla Rocca Malatestiana, alta e rappresentativa, coronata da merli ghibellini. Le case sono allineate sul crinale del colle, ai due lati della via, seguendone l’andamento, che ha una lieve flessione a metà della sua lunghezza, dove è situata la chiesa di San Michele Arcangelo, il cui campanile costituisce l’altro elemento emergente del profilo urbano. Naturalmente, oltre ai Bagni, la mia ricerca in rete ha avuto molti altri risultati, da cui ho tratto le immagini per le mie figure.
Appare già ben evidente dalla descrizione, ma balza agli occhi con forza ad osservare la parte del borgo verso la piazza, quanto questa e la strada che vi si innesta richiamino la forma del recipiente culinario che ci sta tanto interessando in queste puntate. Eppure, a parte il nomignolo popolare, questa che tra le tante Piazze Padelle esaminate sarebbe la più adatta a fregiarsi di quel nome, è invece chiamata ufficialmente in altro modo. Mentre per tutte le altre, la forma e la funzione hanno poco o nulla a che vedere col toponimo, come è appunto il caso di Civitavecchia, dove appare impropria anche la stessa denominazione di piazza per uno spazio tanto esiguo e sbilenco. Nelle figure 90.2 e 90.3 della scorsa puntata, riprese e ingrandite nelle 92.B di questa, il luogo è chiaramente indicato. Si tratta – come ho detto – della denominazione d’un piccolo spazio pubblico accessibile dalla Quarta Strada (oggi via Manzi), che ho potuto scoprire nel 1975, insieme a molte altre notizie prima sconosciute, grazie alla lettura (con decifrazione e trascrizione delle pagine rese illeggibili dall’acqua, come ho spiegato in molti miei scritti sull’argomento), del grande cabreo domenicano Campione. Ho riportato, nelle figure, il brano che ci riguarda, nella bella calligrafia dell’autore, il padre Giuseppe Maria Fati, Lettore e Priore di Santa Maria, che a proposito della Casa numero 4ꝏ (cioè 48) di proprietà del Convento, scrive (sciolgo le abbreviazioni per facilitare la lettura):


«Questa Casa n° 48 è nel Libro Mastro T, segnata con n° … è posta in 4a Strada nel Cantone di Piazza padella ai piedi della scala che conduce all’altra nostra Casa segnata n° 49. Confina verso porta Corneto con la Casa degli Eredi Antonelli, ora sono gli Eredi di Sebastiano Rossi, e verso porta Romana con una Stalla degli Eredi d’Andrea Conti, oggi di Lorenzo Caroselli. Consiste in una stanza terranea di misura e grandezza della già descritta pianta. Come il Convento la possieda e da chi veramente ci sia stata lasciata non se ne trova nei libri una total certezza, mancando come altre volte si è detto i libri migliori del Convento quali furono gettati in mare da frate Ambrogio che impazzò.»
Alle gentili Lettrici che hanno commentato la puntata n° 90, ricordo che ho fornito diversi chiarimenti sul cabreo e sui beni stabili del Convento domenicano di Santa Maria, nelle due puntate della rubrica n° 57 e lì mi ero soffermato, in particolare, sull’episodio messo in luce da quella annotazione ricorrente e dalla spiegazione datane dal dotto frate, circa la scomparsa di antichi libri e registri della Libreria conventuale, lanciati in mare – diverso tempo prima – da una finestra affacciata sul porto da frate Ambrogio, improvvisamente impazzito (ho anche ricostruito la scena in un disegno attendibile). Per quanto riguarda la possibilità, suggerita da Rosa Maria, che il nome della piazzetta possa essere attribuito al padellone delle fritture di pesce allestito dall’Azienda autonoma di soggiorno e turismo in alcune festività, devo dire che, a prescindere da ogni altra considerazione (neppure padre Labat e le sue minacce avrebbero convinto i pescatori puteolani a donare tanto pesce da friggere), in quello spazio angusto si poteva mettere sul fuoco solo un padellino per due uova.
Suggerisco comunque alle carissime Lettrici ed a chiunque voglia approfondire la conoscenza di Mondaino, di visitare i siti ben documentati di cui fornisco i link nella nota 1. Con ciò, considero chiuso per il momento ma non risolto l’argomento “padellaro”, in attesa di qualche nuovo dato illuminante. Per quanto riguarda la figura 92.A, penso sia chiaro che l’accostamento delle fotografie di Mondaino a quelle di Caprarola ha solo lo scopo di far notare come quel tipo di impianto urbanistico sia stato ripetuto in tanti luoghi ed in molte epoche. Sostanzialmente, è il modo più spontaneo di organizzare la viabilità e le costruzioni di un centro urbano avendo un elemento da porre come meta e come riferimento simbolico. L’urbanistica romana di Sisto V Peretti è tutta imperniata su questo concetto. Motivi difensivi o di conformazione dei luoghi hanno suggerito in altri casi andamenti sinuosi senza punti focali. Di fatto, la distruzione della Spina di Borgo con la realizzazione di Via della Conciliazione, completata per il Giubileo del 1950, non fu altro che la riproposizione del vecchio schema. Piacentini contro Bernini: più “Manico e Piazza Padella” di così!
Ora un inciso: la lettura di “certi scritti” è senza dubbio noiosa se non si hanno motivazioni impellenti. Ho dovuto constatare che, comunque, da parte del pubblico “normale”, non “addetto ai lavori”, è necessariamente sommaria, per cui le tante notizie che ho cercato di dare sulle mie ricerche e i loro risultati – così come avvenuto per altri autori di scritti consimili – sono poco note anche a quei volenterosi che hanno affrontato la materia, conducono ricerche e raccolgono materiale iconografico con buoni risultati. In questa rubrica le puntate dedicate a questo tema sono state numerose. In Beni comuni n° 61 del 16 novembre 2023, nella figura 2, è riportata per intero la pianta in cui ho individuato tutte le proprietà di Santa Maria, ammirando lo scrupoloso lavoro del priore Fati. Lì stesso, ho precisato anche alcuni aspetti pratici delle tecniche di documentazione e le sigle della classificazione da me adottate. Il titolo di oggi, Modello 1131, si riferisce alle schede dei Registri Buffetti (formato 14 x 9,5) che usavo, a centinaia, anzi a migliaia, per schedare manualmente i vari oggetti di studio. Sulla copertina ho riprodotto uno dei contenitori metallici di tali schede, quello destinato ai nomi di persone e cose di interesse storico, ai toponimi e ad altre nomenclature. Lo schedario della copertina contiene 1750 schede, che furono a suo tempo trasferite su file informatico, con lavoro tanto encomiabile quanto paziente, dall’allora borsista presso il mio ufficio Vincenzo Allegrezza, oggi avvocato e studioso ben noto.
Non resta, a questo punto, che tentare di dare risposta alla domanda sul Serraglio: cosa avrà voluto dire Carlo Fontana indicando sulla planimetria il sito dove se ne doveva fabbricare uno “nuovo” in quell’anno 1661? Siamo sulla piazza detta il Monte delle Ciarle, alle nostre spalle è la Porta della Guardia, ossia la Porta Romana della cinta bastionata, avanti a noi è l’altra Porta Romana, quella nella Torre del Barone delle cosiddette mura castellane, a sinistra è ormai ultimato l’Arsenale costruito dov’erano la rampa e il portone di collegamento con il porto (realizzati sulla Cortina dopo che Urbano VIII aveva chiuso la fronte dell’abitato sul mare con il suo muraglione) e alla nostra destra vediamo la modesta chiesa di San Francesco. Li oltre, tra la chiesa e le mura della Terra, dovrà sorgere il Serraglio. Quello nuovo perché forse un vecchio Serraglio c’era già da qualche parte del porto che adesso non è più utilizzabile.
Scartate le altre soluzioni improbabili, mi sembra possibile supporre che la grande area rettangolare, di dimensioni maggiori di quella della vicina chiesa francescana, possa essere destinata ad un recinto, direi in muratura e con caratteristiche opportune, in cui accogliere in gabbie o voliere, in attesa di trasferimento altrove, una ”merce” che certamente era tra quelle in arrivo nel porto da paesi lontani, forse inoltrate dal Portogallo, dalla Spagna e dalla Francia (nota 2): animali esotici. Doni del genere al pontefice da parte dei regnanti europei non mancavano e proprio dal re Manuel I del Portogallo era arrivato (ma sbarcando a Orbetello), nel 1514, in dono a Leone X de’ Medici, con una cinquantina di altri animali tra cui un rinoceronte, il piccolo elefante bianco pakistano che fu poi chiamato Annone. Erano gli anni delle “nostre” dieci teste di leone in bronzo della darsena, ma Annone fu poi protagonista nel 1667, quindi sei anni dopo il Serraglio del Fontana, quale modello della notissima e divertente questione della scultura con soprastante obelisco davanti alla chiesa e al convento domenicano della Minerva, voluta anch’essa da Alessandro VII Chigi. Ne ho parlato tempo fa e non aggiungo altro, lasciando al giudizio di Lettrici e Lettori la mia stravagante ipotesi del Serraglio.
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nota 1 – Secondo altre fonti, l’opera, cioè il loggiato a crescente, va «attribuita al giovane Ruffillo Righini, architetto di Forlimpopoli e Accademico Clementino, che già aveva realizzato un porticato con archi e nello stesso periodo segue lavori di restauro al Cimitero Monumentale di Forlì» (Giovanni Rimondini e Dino Palloni, Il castello e la rocca di Mondaino, 2ª ed., Comune di Mondaino, 2016). È stata anche notata la somiglianza (ma senza altri nessi di alcun genere) del portico con il «maestoso Foro Annonario, edificato nel 1837 nel luogo dell’antico ghetto, ad opera dell’architetto senigalliese Pietro Ghinelli, che con la sua struttura di porticato semicircolare a 24 colonne doriche si snoda intorno alla piazza ospitando numerose botteghe ed il mercato del pesce». Una simpatica rappresentazione del borgo, delle sue peculiarità (tra cui anche la presenza della banda municipale, la MYO, Mondaino Young Orchestra, e della fabbrica di fisarmoniche dei fratelli Galanti), delle feste e delle molteplici attività produttive e culturali è sul sito dell’Associazione L’arboreto (info@arboreto.org, www.mondaino.com), impegnata con la comunità, l’amministrazione, il sistema museale e gli artigiani «a collegare al futuro la cura per le radici, la storia e le tradizioni». Altra iniziativa valida e intelligente – del tipo che ho cercato io stesso di realizzare – è il libro Mondaino Cartoline d’identità, nato a conclusione del progetto “Paesaggio e identità, di carta e virtuale” con relatore il Prof. Piero Pozzi, svoltosi il 14 e 15 ottobre 2016, organizzato dal comune di Mondaino e da Centrale Fotografia. All’evento hanno partecipato dodici fotografi i cui progetti vengono oggi raccolti in una pubblicazione unitaria al fine di darne divulgazione.
nota 2 – Su Wikipedia alla voce Serraglio (recinto): «L’epoca d’oro dei serragli fu indubbiamente inaugurata nel Seicento da Luigi XIV, il Re Sole. Con la costruzione della sua reggia, il serraglio di Versailles venne concepito e realizzato per manifestare l’onnipotenza del sovrano. Con l’epoca del Re Sole il serraglio divenne noto col nome francese menagerie. Fu dalla medesima epoca che, accanto ai serragli, iniziarono a svilupparsi altri due filoni funzionali: il primo era di natura scientifica, con l’inizio dello studio dell’anatomia comparata degli animali, mentre il secondo era di natura più meramente pratica. I serragli divennero infatti il luogo ideale per ospitare anche le fattorie destinate ad approvvigionare la tavola reale, non solo allevando gli animali destinati poi al consumo diretto, ma anche e soprattutto gli animali destinati alle cacce».
FRANCESCO CORRENTI

Nei miei ricordi infantili domina il padellone in zona Lega navale per friggere il pesce, ma credo che abbia una genesi molto tradizionale e marinara, visto che ricorre nelle località appunto di mare.. Ma Francesco offre anche a noi profani studi così particolari da risultare altamente suggestivi oltre che distruttivi!
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Caterinaovviamente istruttivi! San Pietro padellone stupendo.. L’ho sempre pensato così più che tenaglia!!! Caterina
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Io sono una profana affascinata, anzi FASCINATA -per rendere più immediato il riferimento a fascinum- dagli scritti di Francesco.
E mi viene voglia di andare a scovare luoghi, cantucci, edicole votive, Chiese dimenticate…che tuffo nella storia e nelle tradizioni popolari, Francesco!
La tua Architettura vive, la palesi a noi come uno scrigno.
Maria Zeno
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