Domicidio: reato contro l’umanità

di SIMONETTA BISI

Il peluche tra le macerie è l’ultimo testimone di un amore perduto.

SIMO COPERTINA

C’è un tema che, purtroppo, è tanto antico quanto tragicamente attuale: il domicidio, termine che utilizziamo per descrivere la distruzione sistematica e violenta delle case durante i conflitti armati. Se il termine può suonare inusuale, la realtà che descrive è fin troppo familiare a chi ha vissuto la devastazione della guerra.

La parola “domicidio” deriva dal latino domus (casa) e caedere (uccidere) e rappresenta l’annientamento di abitazioni, simbolo di sicurezza, rifugio e identità personale. Non si tratta solo della perdita di mattoni e cemento, ma di una violazione profonda della vita domestica e della sicurezza psicologica delle persone.

Le guerre, dalla più remota antichità alle moderne operazioni militari, hanno sempre portato con sé la distruzione delle abitazioni, non solo come danno collaterale, ma spesso come strumento strategico per sottomettere o punire le popolazioni. Questo punto è rilevante: se la perdita della propria casa è sempre un evento traumatico, l’abbattimento sistematico e volontario di un paese, di una città, equivale alla volontà di fare ‘scomparire’ quei luoghi, la loro memoria, la loro cultura.

La devastazione delle case, infatti, va oltre la semplice perdita materiale: essa spezza legami familiari, comunitari e culturali, privando le persone del loro senso di appartenenza e stabilità. Gli edifici abbattuti raccontano storie di vite infrante, di memorie perdute, di futuri compromessi.

Prendiamo ad esempio i recenti conflitti in Siria, Ucraina, Yemen, Gaza: le immagini di città ridotte in macerie e di famiglie costrette a vivere in rifugi di fortuna sono testimonianze dolorose della brutalità del domicidio. Case che, fino a poco tempo prima, risuonavano di voci, risate e vita quotidiana, sono diventate simboli muti di una violenza che cancella non solo le strutture fisiche ma anche la dignità e l’identità delle persone.

Ecco la foto di Mariupol distrutta al 90% vista dal drone: un ammasso di macerie rende impossibile immaginare come una volta in quel luogo vivessero esseri umani come noi: giovani anziani e bambini che fino all’invasione di Putin avevano una casa, una scuola, un ospedale…

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È importante riflettere su ciò che rappresenta la casa per l’individuo e la comunità. La casa è il luogo in cui costruiamo i nostri sogni, in cui troviamo riparo e conforto. La sua distruzione è un atto che colpisce al cuore stesso della nostra umanità, un crimine che si ripercuote sul tessuto sociale per generazioni.  Il livellamento sistematico e indiscriminato di interi quartieri con armi esplosive – come è accaduto ad Aleppo, Mariupol e Grozny, e nelle città del Myanmar, o più acutamente in questi giorni, a Gaza – dovrebbe essere considerato un crimine contro l’umanità.

Il New York Times ha pubblicato in vari saggi alcune testimonianze particolarmente commoventi, per aiutare la coscienza collettiva a una riflessione su cosa significhi la distruzione di un’intera comunità, nel tentativo di cancellarla, di togliere la volontà di vivere nei luoghi della loro terra, di rendere più facile l’occupazione per poi appropriarsene definitivamente. Molti ucraini sono dovuti fuggire all’estero, sono stati accolti da molte nazioni europee e alcuni hanno provato a tornare nel loro paese: ma dove? Della loro casa non esistevano che blocchi di pietre, calcinacci e pezzi di legno …  Si augurano che prima o poi questa assurda guerra finisca, ma per loro niente sarà più come prima.

Voglio citare un saggio ‘ospite’ pubblicato sul New York Times il 29 gennaio 2024, dal titolo esplicito: Domicide: The Mass Destruction of Homes Should Be a Crime Against Humanity.

“C’era una volta una piccola casa nella città di Jabalia, nel nord di Gaza, piena di amore e di vita, fondata dal sudore di un giovane uomo che cercava stabilità per la sua famiglia”, ha scritto Yaqeen Baker dopo che lei e la sua famiglia avevano perso quella casa in un attacco aereo. “Era un regno preziso, che ti abbracciava con il suo calore non appena entravi. Il mio regno è stato ridotto in macerie sotto gli attacchi aerei israeliani a Gaza. Piango mentre cerco di ricordare ciò che mi sono lasciato alle spalle quando siamo stati costretti ad andarcene. La mia macchina fotografica che cattura i momenti felici della famiglia, distrutta. I vestiti acquistati in preparazione alla nascita di mia figlia e i nuovi cappotti invernali, tutti bruciati. La nuova bambola di mia figlia di 3 anni, persa per sempre.”

Non è un caso se il primo atto di conquista, ieri come oggi, si attua distruggendo le case, espellendone brutalmente gli abitanti e riducendo tutto in macerie per non ridare più loro quello che avevano prima.

Un esempio particolarmente drammatico lo troviamo nella situazione della Cisgiordania occupata da Israele, ben descritto nell’articolo di Francesca Mannocchi, corredato da eloquenti foto e che invito alla lettura completa (04 Settembre 2024 la Stampa): Cisgiordania, la resistenza dei beduini che sfidano i coloni. “Gli abitanti di Zanuta hanno provato a chiedere sicurezza e protezione alle forze armate israeliane, senza successo. Così una mattina d’autunno, hanno preso quello che potevano e sono andati via. Nei giorni successivi i coloni hanno raso al suolo tutto: la sede del consiglio della comunità e la scuola, finanziati – come riportano le insegne ormai in frantumi – anche dall’Unione Europea, le stalle e le case, sulle macerie del muro della scuola hanno disegnato con la vernice una stella di David.”

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Sono molti gli scrittori, i fotografi e le organizzazioni non governative che raccolgono testimonianze e rispondono all’appello di Balakrishnan Rajagopal, il relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto a un alloggio adeguato, autore con la Baker del saggio citato, che sostiene che il ‘domicidio’ dovrebbe essere riconosciuto come un crimine di guerra. “Comprendiamo tutti che uccidere può essere un omicidio, un crimine di guerra, un crimine contro l’umanità o un atto di genocidio, a seconda della gravità e dell’intenzione dell’atto – ha scritto – Lo stesso dovrebbe valere per la distruzione delle case”.

SIMONETTA BISI

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