RUBRICA BENI COMUNI, 72.* LA BARCACCIA DEI BERNINI. Come papa Alessandro vuole spartire l’Arsenale di Civita Vecchia.
a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦
Ero accompagnato da Paola e da Paolo, quella mattina in cui sono salito, io stesso Paolo come secondo nome, dopo Francesco – i nomi dei miei nonni –, al piano della sala di lettura della Biblioteca Apostolica Vaticana (la BAV, di cui fanno parte la Sale Paoline di Paolo V Borghese), in attesa dell’arrivo dei documenti richiesti compilando i moduli con le indicazioni necessarie. Quelli che ci furono consegnati al nostro tavolo erano dei fogli di varie dimensioni, più o meno rettangolari, di una cinquantina di centimetri di base per circa trenta d’altezza. Tutti appartenenti al fondo di casa Chigi ed in particolare ai codici P VII 12 e 13, che alla BAV – diversamente da quanto si potrebbe credere – furono «aggregati» nel 1923, provenendo direttamente da Palazzo Chigi a piazza Colonna, quando lo Stato italiano acquistò quella dimora principesca per farne una sede governativa. Nel mio racconto qui, riassumo e unifico i risultati di diverse giornate di studio nelle sale dove il silenzio di ogni rumore volontario è attenuato da fruscii di carte sfogliate, passi felpati, pensieri sussurrati, sguardi discreti ma attenti, protesi a catturare ogni minimo dettaglio, segno di grafite, bava d’acquerello di quei fogli. Fogli che (allora, ma presto non lo si sarebbe potuto più fare) possiamo toccare con le nostre dita, i nostri polpastrelli, che idealmente si sovrappongono a quelle e quelli di centinaia di studiosi, bibliotecari, archivisti, e prima ancora delle tante persone d’ogni tipo che quegli stessi fogli li hanno spostati, sistemati, ordinati, catalogati, per risalire indietro, su, su, fino alle dita di Alessandro VII, Fabio Chigi, che quei fogli l’ha presi dalle mani del cavalier Bernini, che a sua volta l’ha avuti da quelle del giovane Fontana, che… e qui mi fermo, lasciando alla fantasia di immaginare tutte quelle invisibili impronte digitali lasciate su quelle carte dal 1655 o dal 1660 in poi, ognuna con le sue creste epidermiche diverse da tutte le altre, senza che se ne possano identificare i possessori. Eppure, a guardar quei fogli e le “impronte” non delle dita ma del pensiero degli autori, noi siamo in grado di “vederci” la “mano” dell’uno o dell’altro…
Infatti, quei fogli preziosi, a parte tanti altri motivi evidenti d’importanza, di valore, appunto di preziosità, lo sono perché – come tante altre opere e rappresentazioni, in questi “sacri palazzi” particolarmente numerose, in un tempo in cui non esistono altre forme di comunicazione al committente (qui, il più alto e potente) dello stato d’esecuzione delle opere da lui volute che il disegno (o addirittura l’affresco) – ci consentono di seguire ogni fase dei lavori di costruzione di quell’opera straordinaria che fu (e purtroppo non è più) l’Arsenale voluto da Alessandro VII Chigi, concepito da Gian Lorenzo Bernini e attuato da Carlo Fontana e da molti altri collaboratori. Per cui siamo in grado di riconoscere di ogni foglio l’autore materiale (che peraltro, appone la sua firma sul foglio), ma anche l’ideatore e l’ispiratore, per lo stile inconfondibile del segno, della forma e dell’idea che è rappresentata. E come diciamo di “vederci la mano” di Fontana o di Cerruti, io vi posso dire che ci vedo proprio l’impronta del papa, anche nel foglio iniziale di mano del Bernini, un appunto sommario, essenziale, quasi sgraziato, che possiamo assimilare al famoso foglio di Antonio da Sangallo con la scritta «Chome lo papa uole partire la rocha di Ciuita chosì» di cui ho fatto il titolo delle mie note sulla storia urbanistica di Civitavecchia (Chome lo papa uole…, Civitavecchia 1975, 1985, 2005), dove – come detto e ripetuto – i puntini sono miei… Quindi, ecco il titolo di questa puntata: «Come papa Alessandro vuole spartire l’Arsenale di Civita Vecchia».
Nelle figure di queste pagine, i Lettori interessati troveranno alcuni gruppi di illustrazioni riferite agli argomenti trattati nel mio racconto, in modo da poter seguire in modo diretto lo sviluppo dei pensieri suscitati in noi, in quelle lontane giornate, dai disegni del Fondo Chigi – come di tutti gli altri fondi consultati prima e dopo – con sentimenti di ammirazione e di sincera gratitudine.


Di questa gratitudine ho parlato anche nella puntata n° 69.5 del 7 marzo scorso e non saprei come descrivere diversamente la sensazione di poter vedere ed apprendere l’aspetto che avevano più di tre secoli e mezzo fa certi luoghi di abituale frequentazione, oggi totalmente diversi da allora. Come quel punto della città attuale – tradizionalmente detto “la Scaletta” – dove abbiamo realizzato nel 2002 una sofferta scala in legno lamellare di collegamento con il piano della Calata, scegliendo volutamente la meno appariscente delle soluzioni, aborrita da qualche nostro amico, ma invece molto apprezzata dal presidente Francesco Nerli proprio perché semplice e discreta (ne parleremo prossimamente). A proposito di alcuni miei disegni di masserie siciliane poi scomparse, mi auguravo che qualche postero li «considerasse alla stregua di quelli che io ho utilizzato, benedicendone gli autori (certamente di statura ben maggiore, trattandosi del Sangallo jr., di Carlo Fontana o di Gian Lorenzo Bernini) che mi hanno consentito la ricostruzione di edifici e strutture scomparse, perché distrutte nella guerra o demolite nel dopoguerra, delle quali altrimenti non sarebbe rimasto neppure il ricordo».
Perché, veramente, i disegni dell’équipe berniniana (chiamiamoli per brevità “i Bernini”, semplicemente, quel gruppo di tecnici, architetti, disegnatori e capimastri) hanno il carattere (e avevano lo scopo) di render conto a Sua Santità Papa Alessandro VII, quasi giorno per giorno, il progredire dei lavori dell’Arsenale di Civitavecchia, grande opera monumentale e strategica, che il pontefice aveva voluto fortemente, dando senza dubbio una propria impronta personale alla concezione urbanistica ed architettonica. Una impronta concettuale che ha poi visto tante impronte “manuali” all’opera. Alla serie di disegni puntuali, a brevi scadenze, fatti con cura, iniziando da uno schizzo ripreso dal vero sul posto, rimesso in pulito con maggior precisione e miglior tecnica allo “studio” dei Bernini (quello presso il cantiere o quello romano) e finalmente consegnato al pontefice, fanno riscontro, infatti, le annotazioni frequenti e precise del Diario che Alessandro VII scrive quotidianamente, registrando la sua attività e gli argomenti di cui si occupa, e che noi possiamo leggere in un altro dei codici di quel Fondo ricordato prima (BAV, Chigi O IV 58), nella comodità della sua trascrizione nell’esauriente volume del Comitato Vaticano per l’Anno Berniniano, Bernini in Vaticano, Braccio di Carlo Magno, maggio-luglio 1981, De Luca Editore, Roma 1981, Catalogo pp. 207-217, “Civitavecchia, 1659-1663” (Dott.ssa Angela Cipriani); Diario, pp. 321-340 (Giovanni Morello, Bernini e i lavori a S. Pietro nel «diario» di Alessandro VII).
Ho dedicato molte ore di lavoro all’Arsenale chigiano. Avvalendomi dell’accurata ricostruzione grafica di Paola Moretti, ho eseguito un plastico in scala 1:500 riproducente la zona dell’Arsenale e le aree limitrofe, di cui ho mostrato in varie pubblicazioni alcuni scorci, ripresi dagli stessi punti di vista dei disegni del Fontana e di Giulio Cerruti. A questa stessa scala, il plastico è stato esteso all’intera città seicentesca, mentre per i cantieri berniniani ho predisposto la realizzazione d’un modello in scala 1:50 che fu realizzato da Massimiliano Ercolani, allora ancora studente, per la mostra in Giappone del 2001. Nel mio metodo di lavoro, una fase fondamentale è sempre rappresentata dalla verifica dei dati, delle elaborazioni e delle conclusioni dei documenti analizzati e della relativa letteratura prece- dente. Ciò mi ha portato a rilevare di frequente errori in calcoli di aree, in misurazioni di distanze e anche in asserzioni concettuali.
Nel caso dell’Arsenale chigiano, i riscontri sui disegni originali di progetto, sui rilievi ottocenteschi, sulla ricostruzione sopracitata e sulla cartografia di base “compensata”, cui ho accennato in precedenza, mi hanno permesso di accertare le esatte dimensioni e la posizione reciproca delle tre coppie di navate. Come già osservato da Andrea Busiri Vici, è risultata errata l’affermazione del padre Alberto Guglielmotti (ripresa da Raffaello Niccoli e Filiberto Dondona nell’Enciclopedia Italiana), secondo la quale, in pianta, i tre lati del prospetto berniniano si sarebbero inseriti in un esagono regolare; ma anche la correzione operata dallo stesso Busiri Vici, col riferire la pianta della facciata ad un dodecagono, s’è rivelata inattendibile, come pure la raffigurazione pubblicata da Paolo Portoghesi nel Dizionario Enciclopedico di Architettura e Urbanistica, che in realtà riproduce una delle soluzioni iniziali studiate dal Fontana e presto abbandonate, in cui il poligono di riferimento aveva sedici lati e non era ancora stata concepita la modularità del prospetto posteriore.
La mia ricostruzione porta a riconoscere come matrice dei tre lati anteriori un poligono regolare a 14 vertici e come matrice dei cinque lati posteriori un poligono regolare a 28 vertici. Ma questo è un dato che dipende dalla trascrizione delle misure e può variare facilmente, data la scala delle mappe e le imprecisioni delle restituzioni grafiche anche delle fotografie aeree.
Per quanto riguarda la genesi dell’Arsenale, va detto che la scelta della posizione, come ha rilevato il Calisse, era praticamente obbligata: la precedente ipotesi di sistemarlo intorno alla Darsena, già proposta dal Sangallo ed ancora riesaminata negli anni immediatamente precedenti la realizzazione, con diverse ubicazioni, presentava problemi per mantenere al luogo la sua funzionalità di base della flotta pontificia e ne comportava complesse trasformazioni; la sola altra zona idonea era quella tra le mura e la Fortezza, chiamata “piazzetta dello sbarco”, dove Urbano VIII – come ho già detto – aveva aperto la nuova porta da cui si saliva alla “piazza detta il monte delle ciarle”. Già al tempo del Barberini si era profilata la preferenza per questa zona (sembra, su suggerimento di Camillo Pamphili, capitano generale della squadra e governatore della piazza), con l’idea di realizzare la costruzione sopra un riempimento a mare, proprio per non ostacolare il transito attraverso la nuova porta.
Veniva però gravemente compromessa la visuale della Fortezza e si limitava il raggio d’azione delle sue artiglierie, per cui si optò per la soluzione di addossare i cantieri alla cortina, anche a costo di coprire la porta per la città. La decisione fu indubbia- mente presa dal papa Alessandro VII in persona e credo di poter indicare come documento di questa fase, in cui l’arsenale è ormai definito nei suoi elementi costitutivi ma ha ancora le navate tutte parallele, il disegno B.A.V., Chigi P. VII, 13, foglio 109, con la trascrizione del chirografo del 4 dicembre 1658 e la planimetria del piano di ampliamento urbano in cui è inserita la pianta della nuova attrezzatura portuale prevista.
È a questo punto che Gian Lorenzo Bernini concepisce la sua magistrale soluzione, molto probabilmente in base ad una precisa indicazione formale del pontefice. Per ridurre l’ingombro totale e allontanare il più possibile il fianco dell’Arsenale dalla Fortezza, egli spezza in cinque segmenti, secondo un andamento arcuato, il lato a monte (che si accorcia, meglio inserendosi nello spazio disponibile, e s’arretra all’interno del terrapieno posteriore) e stringe la fronte anteriore, accostando tra loro direttamente le coppie di navate e lasciando tra esse due asole triangolari più che sufficienti a dar luce ai locali. L’impianto così definito non nasce, quindi, da una stravaganza estetica, ma da una geniale e meditata soluzione dei diversi problemi posti dal tema e dal sito, cui può aver dato forse uno spunto iniziale l’immagine dei cantieri messinesi, appunto a forma di ampio ventaglio, che il Bernini poteva aver osservato, tra l’altro, proprio nei Palazzi Apostolici, nella pianta di Messina della serie di Egnazio Danti.
FRANCESCO CORRENTI (1 – segue alla prossima puntata)

Grazie davvero.
Tutta questa bellezza purtroppo, oltre che lasciare ammirati e arricchiti, acuisce anche la sofferenza per ciò che venne distrutto e la rabbia per l’insipienza della ricostruzione.
Comunque grazie di nuovo, questi racconti sono preziosi.
Michele Capitani
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Quanto abbiamo perduto…E con le “cose” abbiamo soprattutto perduto l’etica della bellezza.
Grazie , Francesco, dei tuoi coltissimi contributi.
Maria Zeno
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Grazie Francesco per questa lezione interessantissima sul secondo monumento più prestigioso di Civitavecchia, che purtroppo, haimé per troppa ignoranza è stato distrutto….non finiremo mai di rimpiangerlo ed immaginarlo dov’era….com’era….chissà se qualcuno avrà l’audacia di ricostruirlo dalle sua fondamenta che ancora sono lì ….un caro saluto.
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Grazie Francesco, bella lettura in fieri.
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