RUBRICA “BENI COMUNI”, 71. TRENTA E LODE

a cura di FRANCESCO CORRENTI

Questa puntata della rubrica “Beni comuni” si ritrova – in quel canovaccio di titoli che avevo preparato per trattare gli argomenti con un minimo di programmazione, tanto per dare un ordine ai molti possibili temi di qualche interesse – con un oggetto di discussione che ho via via procrastinato, spostato più in là, a causa dell’imprevisto allungarsi del capitolo “siculo-etneo”. Già al momento di decidere – eravamo alla fine di gennaio – le nuove materie da trattare in quella che doveva essere la puntata n° 69, quel numero birichino “della simmetria degli opposti” suggeriva una serie di immagini riferite alla “posizione” delle forme che ho inserito nella copertina nella versione semplificata del simbolo. «Il numero 69 – per usare le parole del sito Anahana Wellness, Inc. piuttosto che quelle del Kamasutra – risuona con le energie yin e yang, rappresentando la perfetta armonia tra forze opposte: riflette le leggi spirituali universali, guidandovi a comprendere le verità spirituali più profonde e a raggiungere l’illuminazione spirituale». Il mio racconto, in linea con i riferimenti della magia e della superstizione, si è concentrato sui ricordi folkloristici, per poi prolungarsi nelle nostalgie doppiamente “etniche” dell’infanzia e di persone care, durante le cinque puntate che hanno coperto altrettante settimane. Dopo quella maratona di ben 36 pagine, con 10 tavole illustrative dense di immagini, la successiva puntata n° 70 ha evitato di evocare assonanze del tipo «SETTANTA: La gazza canta. SETTANTUNO: Come te non c’è nessuno.» Ho preso spunto da una sorpresa, determinata dalla simpatica iniziativa dell’Amministrazione comunale verso l’amica Maria Letizia (accogliendo volentieri, con Paola, il suo invito ad essere presenti all’evento nella “nostra” Infermeria, all’interno del “nostro” Antico Ospedale, nel cuore del “nostro” Centro Storico della “nostra” Civitavecchia…), con l’ulteriore sorpresa per me d’essere nominato per primo tra quanti hanno contribuito a salvaguardare e restaurare quell’insieme di muri, di capriate in legno e di ambienti che sono divenuti il cardine monumentale, materiale e spirituale, della Cultura rappresentativa della Città di Civitavecchia. Così la 70a puntata ha assunto doverosamente e con pieno trasporto il senso di un omaggio a «Maria Letizia e alle Altre», senza esclusioni, anche con qualche aggiustamento (foto)grafico assolutamente innocuo e non subdolo, anzi veritiero ben oltre la fisicità. Che sia piaciuto o no, scusatemi, non mi interessa. Parlo di fatti reali e non di “Reali”, tanto più che non siamo neppure in Gran Bretagna.

Questa puntata n° 71, per quanto ho detto, ha visto giungere “in caduta” dalle puntate precedenti l’argomento più semplice che mi ero proposto di trattare dopo quelli molto impegnativi delle volte scorse. Anche per limitare secondo le raccomandazioni di Fabrizio e di Marcello il numero di pagine di ogni puntata, pensavo di affrontare uno alla volta i singoli punti della famosissima Variante 30 al Piano regolatore di Civitavecchia, così da indicare in una scheda d’una pagina ed una pagina di illustrazioni il perché della sua importanza. Con toni leggeri, non troppo tecnici, tanto la variante non c’è più… Per questo avevo scelto di mettere in copertina un titolo e delle figure che giocavano sulle parole. «30 e lode», perché il plauso di quando fu adottata in Consiglio comunale nel 2000 fu unanime, come i riscontri sulla stampa e tra gli esponenti (d’allora) della cultura cittadina e della capitale. La bella immagine patriottica riproduce il quadro messo al posto d’onore nel soggiorno (lì si chiamava salotto) di casa Correnti a Paternò. Era del nonno Francesco di mio nonno Francesco, cospiratore contro il governo borbonico con il fratello Santo (Nota 1), membri del Comitato Insurrezionale Centrale, che nel 1861, appena sbarcato Garibaldi a Marsala con i Mille, erano partiti al galoppo da Enna (all’epoca, Castrogiovanni) per raggiungere tutti i paesi della zona etnea e innalzare sul balcone dei vari municipi la bandiera tricolore con lo stemma sabaudo. Incorniciata, è una grande stampa a colori (cm 60 x 85) dove Patria Italia, sotto lo Stellone, abbraccia Trento e Trieste, proclamando: «Son figli miei quanti il mio Astro avviva, dall’Alpe a Scilla, dall’Adria al Mar Tirreno». Di Trieste, lì di lato su un cespuglio d’alloro, il blasone «Di rosso, all’alabarda di San Sergio d’argento». Anche se non di alabarda ma di spiedo furlano si tratta, in realtà.

Beni comuni 71. Figura 1

Sul cippo vicino, un’epigrafe descrive l’obiettivo dei patrioti irredentisti (che mi fa datare la stampa al 1866 o poco dopo): «PRO PATRIA. CORSICA, MALTA, NIZZA, SAN MARINO, TICINO, TRENTO, TRIESTE. UNA SARÀ DALL’UNO ALLO ALTRO MARE (DANTE). L’ITALIA È FATTA MA NON COMPITA (VITTORIO EMANUELE)».

Ho poi completato la copertina con lo stralcio della mappa del Catasto Gregoriano (cioè la Mappa Originale della Città di Civitavecchia, del 1818, Nota 2) che comprende per intero l’isolato tra la Seconda e la Terza Strada (che diventeranno rispettivamente Via Trento e Via Trieste dopo il 1918, la Vittoria del IV Novembre e l’annessione al Regno. In questo, ho voluto giocare ancora con le parole, come d’abitudine, alludendo all’assonanza tra Trento e Trenta. Sottintendendo anche che a Civitavecchia la Via Trento era scomparsa per allargare la Prima Strada, ossia il Corso Marconi, secondo (una volta tanto!) le previsioni del piano di Ricostruzione del 1945 ed era “scomparsa” anche la Variante Trenta (30), ma questa senza alcuna previsione di piani o di leggi, anzi in assoluto contrasto con gli uni e con le altre, oltre che con i metodi e le procedure di norma.

Nel mio articolo di SpazioLiberoBlog del 23 novembre 2022La sera andavamo in via Trento (a proposito di Eugenio Scalfari)”, ho ricostruito una veduta di come doveva essere quella strada, piuttosto stretta, che iniziava a sud dal vicolo che saliva verso la chiesa della Stella e piazza Leandra e terminava a nord sulla piazza d’arme davanti al palazzo della Rocca. Fiancheggiata da case che negli anni Trenta (di nuovo!) e Quaranta del ’900, prima delle distruzioni, erano state molto sopraelevate rispetto alla dimensione originaria dell’edilizia di base, la possiamo immaginare con una pavimentazione in sampietrini o in selci abbastanza dissestata, con frequenti scoli d’acqua di varia provenienza, compresa l’usanza di rovesciare dalle finestre liquidi ed altro, e con una grande quantità di panni e indumenti stesi ad asciugare alle finestre e balconi ed anche attraverso la via. In fondo, le chiome degli alberi del giardino impiantato dopo l’Unità nella piazza ch’era stata lo spazio delle esercitazioni della truppa compensavano con quel poco di verde l’assenza di vegetazione in tutto l’insieme, dove il sole penetrava a stento e brevemente nel suo percorso quotidiano.

In quell’articolo sul “civitavecchiese” Scalfari, avevo voluto ricordare alcune delle occasioni che ho avuto di dialogare con lui, quale suo lettore e quale urbanista del Comune della sua città natale, ed avevo anche esordito affermando che «tutti gli amici del Blog sono perfettamente a conoscenza della lodevolissima iniziativa, germogliata all’interno dello stesso, con il contributo di varie idee finalmente convergenti su un fine comune, di istituire un premio giornalistico intitolato ad Eugenio Scalfari, illustre figlio di Civitavecchia scomparso il 14 luglio di quest’anno». Però, anche quella tenue apparenza di ottimismo che traspare in questa frase è stata messa a dura prova da altri avvenimenti cui abbiamo assistito in diverse riprese.

Tornando alla rubrica, devo dire che avevo avuto una idea inconsueta. Mi ero detto: e se questa volta facessimo l’inventario dei mali comuni? In altri articoli e in altre puntate della rubrica ho già parlato delle occasioni mancate e di tanti fatti negativi venuti a peggiorare le cose, riferendomi alle famose parole di un illustre e saggio padre domenicano posto di fronte a progetti ammirevoli di Le Corbusier non realizzati. Che dire poi, come nel caso della chiesa matrice di Santa Maria di Civitavecchia, demolita dalla protervia interessata e dalla stupidità colpevole di “servitori infedeli” del bene pubblico? Anche quello poteva essere un inventario degno di attenzione, visti i tanti fatti negativi che spesso si verificano sulla scena urbana che hanno a loro volta, come le cose positive, degli autori ben precisi. La curiosità di verificare se il numero della puntata poteva aiutarmi a trovare ispirazione per il mio scritto mi aveva “raggelato”. Cercando sulla rete, era venuta fuori una serie di “avvertimenti” riferiti alla Cabala: «Il numero 71 nella smorfia napoletana viene rappresentato dall’uomo senza valore. L’uomo senza valore è una persona cattiva, disonesta, abietta ed egoista. Viene definito in questi termini in quanto manca di decoro e di dignità ed è sempre pronto a sferrare dei colpi bassi. È una persona da evitare come la peste e con la quale sarebbe meglio non avere nulla a che fare.» Francamente, quel 71 non si prestava davvero a spunti narrativi e poi, dopo le mie “sacrosante” prese di posizione contro le superstizioni, le interpretazioni scaramantiche e tutte le sciocchezze sulla pretesa scientificità delle indagini sulla magia su cui mi ero dilungato nel testo e nelle note delle puntate precedenti, mi sono letteralmente bloccato.

Ero così fermo nel non saper decidere come andare avanti, quando sul cellulare mi è pervenuto un messaggio inaspettato che – devo ammetterlo con la massima schiettezza e sincerità – mi ha molto meravigliato, tanto ero lontano da quella novità. Si è trattato di un messaggio – per l’esattezza un WhatsApp, un tipo di comunicazione che ormai ha sostituito ogni altra forma di corrispondenza usuale – che ho immediatamente considerato una nuova dimostrazione della cordiale, lusinghiera amicizia e sincera stima che ho ricevuto da Carlo Alberto Falzetti e che ricambio di cuore.

Da Carlo Alberto Falzetti, giovedì 14 marzo alle ore 11:00, ho ricevuto un messaggio WhatsApp del seguente tenore: «Carissimo Francesco in qualità di presidente della Centumcellae ti comunico che ieri l’assemblea ordinaria ti ha nominato socio benemerito come da statuto. Assieme a te figurano: Insolera e la Verzani. Nel complimentarmi, ti comunico che presto ti arriverà lettera ufficiale. Ti prego comunicarmi e-mail. A maggio faremo presentazione pubblica. Ciao».

Circa mezz’ora dopo ho risposto a Carlo Alberto Falzetti scrivendogli: «Ti sono veramente molto grato perché la Centocelle è stata una delle istituzioni di Civitavecchia a cui mi sono sentito più legato e in cui ho avuto senza alcun dubbio il maggior numero di amici carissimi, purtroppo per la maggior parte scomparsi. La mia email: fcorrenti@mclink.it».

Lo stesso giorno, alle ore 13:18, Carlo Alberto Falzetti ha scritto sulla chat di SpazioLiberoBlog:

«Ho il piacere di comunicare, in qualità di presidente, che l’Associazione Archeologica Centumcellae ha nominato ieri 13 marzo, quali soci benemeriti a norma del suo statuto (art. 5b) Maria Grazia Verzani, Francesco Correnti, Giovanni Insolera. A maggio verrà indetta una presentazione pubblica dell’Associazione nei suoi 112 anni di vita.»

Questa sua esternazione mi ha rassicurato sul fatto di poterne parlare qui su SpazioLiberoBlog in questa rubrica, togliendomi dall’impasse dei miei dubbi precedenti e aprendo la mia mente alla folla di ricordi che mi ha investito e che ho tentato di riassumere nelle immagini della figura 1. Nella prossima puntata mi rivolgerò come di consueto ai lettori per alcune riflessioni in comune che desidero meditare e condividere.

           Note

 Nota 1
Francesco Correnti di Antonino nasce a Paternò (CT) nel 1810. Il fratello minore Santo nasce nel 1818. Hanno entrambi un passato di cospirazioni e rivolte, quando partecipano agli esaltanti avvenimenti del ’41 e del ’48. Collaborano con Francesco Ciancio al nuovo tentativo insurrezionale, sventato dai borbonici nei primi di dicembre del 1849, a seguito del quale si pongono in clandestinità, rifugiandosi in campagna. Riappaiono in paese nel 1857, a seguito di una amnistia, e pur sorvegliati dalla polizia, mantengono strette relazioni con i comitati segreti dell’Isola. Dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, i fratelli “don” Francesco Correnti, di circa 50 anni e “don” Santo di 42 guidano l’insurrezione antiborbonica, cui partecipa anche il figlio di Francesco, Antonino, di anni 24. Partiti da Castrogiovanni (l’attuale Enna), nella notte tra il 16 e il 17 maggio issano a Paternò la prima bandiera tricolore con lo stemma sabaudo, utilizzata quale segnale per l’insurrezione. Lo stesso avviene negli altri paesi dei dintorni. Il 23 agosto 1861, Santo Correnti viene decorato con la medaglia d’argento al valore.
 Nota 2
Questa la dicitura completa del cartiglio sulla mappa: Stato Ecclesiastico. Provincia del Patrimonio. Delegazione di Civitavecchia. Mappa Originale della Città di Civitavecchia, elevata dal sottoscritto Ingegnere Geometra, e di lui Aiutante con l’intervento dei Signori Assistente ed Indicatore Comunitativi dal giorno 1° Luglio alli 30 detto mese 1818. Ciao sotto la direzione del Sig.r Ing. Ispettore Costantino Delfrate.

FRANCESCO CORRENTI                                                            (1 – segue alla prossima puntata)

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