RUBRICA “BENI COMUNI”, 66. LA NOSTRA PALESTINA (parte 3^)

di FRANCESCO CORRENTI

L’idea per il presepio che ho avuto per il Natale del 1966 era originale: si trattava di rappresentare il borgo dell’evento, il paese della “discesa dalle stelle”, come scolpito a rilievo, inglobato in una colonna, che alla base ricordava da vicino la Colonna di Traiano o quella di Antonino, con la teoria di pastori e pecorelle, magi e dromedari, che saliva lungo la spirale, avvolgendosi al fusto cilindrico come un nastro istoriato dai bordi a cordone. Ma poi la fascia terminava e la colonna si trasfigurava, come quei villaggi scavati nella roccia o le architetture di Petra, plasmandosi in una serie di case, di torri, di scale, di arcate, rientranti o in aggetto, che si susseguivano l’una sull’altra fino alla grotta-capanna fatidica, sopra la quale iniziava un cilindro stellato, traforato, con infine la cometa, dalla coda terminante in un capitello ionico e nella sua trabeazione superiore, a toccare il soffitto della stanza.

L’idea, disegnata pezzo per pezzo, fu via via realizzata con varie lastre di polistirolo espanso, ritagliate col seghetto elettrico da tutti noi – Donatella, Simonetta, Grazia, Paola ed io – ed il risultato fu più che soddisfacente. La bianca colonna, che abbiamo chiamato “stilo-presepe” era peraltro leggerissima e fu montata pezzo per pezzo, ancorandoli gli uni agli altri saldamente, all’ingresso dello studio. Come certe vedute di città metafisiche, era costituita dai volumi e dalle loro forme, dai pieni e dai vuoti, dalle bucature delle superfici, porte e finestre, ma senza le figurine o statuine degli altri presepi, salvo quelli sul nastro alla base. Era una scultura e nello stesso tempo conteneva gli elementi urbanistici che si trasformavano idealmente in una espressione unitaria, in un habitat impossibile ma suggestivo. Di tutto quel lavoro, mi è rimasta solo la parte più alta: capitello, architrave, fregio e cornice. Debitamente impolverata, occhieggia da sopra una libreria nella mia stanza del nostro studio attuale. Non finge nemmeno, adesso, di reggere il soffitto, a cui non arriva. Ci sono dieci centimetri di vuoto, sopra. Ma quando mi capita di guardarla, la rivedo intera e intatta, tranquilla e sicura di sé, con tutte le certezze di quegli anni, come eravamo noi, con il futuro di là da venire, la vita tutta da vivere…

Quello del 1966 fu l’ultimo presepio progettato per lo studio di via Lante. L’anno successivo fu pieno di avvenimenti cruciali, a cominciare da febbraio, con la discussione delle nostre due tesi coordinate su Civitavecchia e la laurea e poi il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio della professione e la partecipazione al concorso internazionale della CECA per unità d’abitazione in acciaio con lo studio Severino, la Comtec e lo studio Briganti, con i contemporanei preparativi del matrimonio tra Paola e me, finalmente celebrato il 22 maggio. Un rapido viaggio di nozze con tappa a Matera ed ai suoi Sassi, all’epoca apprezzati da pochi, la doverosa visita al villaggio della Martella progettato dal mio relatore alla tesi prof. Ludovico Quaroni, alcune tappe tra Puglia, Basilicata e Calabria e i giorni nella casa di campagna a Ragalna, sull’Etna, movimentati da gite con le amicizie siciliane, bagni a Mazzarò e spettacoli di Pupi ad Acireale. E quindi l’inizio della vita coniugale, dell’attività professionale, l’iscrizione all’ordine degli architetti e il primo Natale a casa nostra. Gli anni successivi hanno visto nascere e crescere i nostri due figli e ogni anno, dalla cantina, la grande scatola “dei pastori” (avvolti in carta di giornali d’epoca) di quel lontano presepio del 1948 è tornata a casa nostra per popolare, sia pure in numero limitato, la “Betlemme” di turno.

Beni comuni 66.3 figura 5

Beni comuni 66.3 figura 6 cerchio

Finché nel 1983, sulla base di un piano urbanistico unitario, con una rapidissima esecuzione con un leggero cartoncino acquistato da Vertecchi e disegnato con pennarelli, forbici e taglia-balsa, ha preso il suo posto nel mobile cinese, animandosi di un buon numero di pastori dai più alti ai più piccini, lassù in lontananza sulle mura e sulle ripide strade del paesello di Giudea, tanto somigliante nell’aspetto edilizio alle case di tufo della terra di Tuscia. Sempre e comunque accompagnato dall’albero di Natale e da addobbi, festoni e luci che si protendevano sui balconi e sul pianerottolo di casa. Siamo andati avanti negli anni, a volte trasferendoci a Trevignano, dove la stalla si è adattata a grotta in un ciocco di legna da ardere, mentre i pastori si sono ridotti ad alcune statuine di suonatori peruviani, finiti dalle Ande al mercatino della domenica sul lungolago.

Nel frattempo, le case dei figli, cresciuti e moltiplicati (di stretta misura), hanno accolto nuovi alberi e nuovi presepi, con nuove interpretazioni e soluzioni, in sintonia con l’evolversi delle idee, dello spirito dei tempi e dell’età dei loro figli e nostri nipoti. Io stesso, per gli auguri agli amici e per un presepe essenziale, ho ripreso la Sacra Famiglia della grotta del tronco, realizzata con pochi tratti di pennarello ritagliati e l’ho posta in fondo ad una cornice che simula una lunga prospettiva, un cannocchiale squadrato e riquadrato, come in un mio antico progetto tiburtino, riecheggiante le ben note gallerie prospettiche della Roma barocca.

Ma questa volta, per gli amici di SpazioLiberoBlog, voglio fare di più, offrendo loro una “veduta mai vista” (se preferite, una “vista mai veduta”), rimanendo assolutamente fedele alla tradizione di mantenere intatto l’ingenuo presepe ottocentesco di Nonno Francesco, ma approfittando della possibilità che mi offre il computer di intervenire virtualmente su quella base cartacea. Il foglio ingiallito e fragile rimane intatto e lavoro solo sulla sua scansione, senza forbici, per ampliarne lo spazio, allargarlo, creare un paesaggio inventato sullo sfondo di un cielo stellato “scaricato” dalla rete (ma avrei potuto anche riprendere una “volta celeste” da una fotografia di qualche chiesa, come la Cappella Guglielmi in Santa Maria dell’Orazione e Morte di Civitavecchia). Volteggianti su quello sfondo ho posto gli angeli del «Gloria in excelsis Deo» e la Cometa dall’insolita coda ondulata (?), con andamento sinuoso, come se avanzasse nel firmamento con le movenze “serpeggianti” d’un rettile squamato. E sotto il resto, cose e personaggi, intorno alla Sacra Famiglia, ciascuno a interpretar la sua parte.

Beni comuni 66.3 figura 7

Beni comuni 66.3 figura 8Giunti ormai i Magi, passato anche nella nostra realtà il 6 gennaio, verificato ancora una volta il detto che «l’Epifania tutte le feste porta via» e quindi riprese le pubblicazioni di articolo e rubriche sul nostro Blog, chiudo la puntata con una “Befana” disegnata per i nipotini, che sono moderni e smaliziati, ma non rinunciano a festeggiar la vecchierella, visto che – assistita dal gentile tramite di genitori e nonni – esaudisce i desideri e porta con grande puntualità i doni richiesti. Per la nostra storia, resta l’episodio finale della Natività: la fuga in Egitto, di cui parla il Vangelo secondo Matteo, con la strage degli Innocenti voluta da Erode. E qui, purtroppo, la storia antica, il racconto evangelico e la cronaca di oggi, le fughe e le stragi, l’Olocausto e i genocidi, gli stermini e gli orrori, si mescolano e si confondono, si sovrappongono e si espandono, senza pietà, senza misericordia, senza umanità, con le vittime innocenti d’una parte e dell’altra in aumento giorno dopo giorno, in troppe regioni del mondo, coi nuovi morti che fanno dimenticare quelli del giorno prima, quelli dell’altra guerra.

Per rimanere ancora un momento, nella “nostra Palestina”, quella vera e reale che è tutt’altra cosa da quella dei nostri presepi, a cominciar dai nomi delle regioni (per cui ci orientiamo con difficoltà tra Giudea e Galilea, Samaria e Perea), ho messo insieme nell’ultima figura a tutta pagina, insieme ad una cartina recente e all’affresco del Battesimo di Cristo di Masolino da Panicale, dipinto intorno al 1435 nel Battistero di Castiglione di Olona (Varese), alcune foto di un nostro viaggio in Giordania e in Siria a maggio del 2010. Un viaggio fatto con la necessaria lentezza, in molte tappe, con mezzi e itinerari di nostra scelta, esplorando quei luoghi anche con la compagnia di amici lì residenti da tempo e di nuovi amici proprio di quelle nazionalità, in tempi anteriori alla terribile guerra civile scatenatasi l’anno dopo e quindi con i luoghi, i panorami, le città, i monumenti e tutto il patrimonio storico-artistico ancora nella totale, secolare integrità. Le foto mi vedono nella visita al Giordano, nel sito tradizionale del Battesimo, tanto simile per colori e dimensioni a quello di Masolino, e la scena del mio piede a bagno l’ha scattata proprio la sentinella giordana.

Nel dipinto in basso, a conclusione dei pensieri che vorrei possa suscitare questa puntata, una rappresentazione pittorica sicuramente insolita e poco nota. Nel dipinto, le immagini di Cristo, della Madonna e di San Giovanni sono poste insieme ad un ritratto del Profeta Maometto senza veli, di dimensioni “gerarchicamente” ridotte. È una delle icone su fondo oro (ma questa a parete) che si trovano in un convento del VI secolo nel villaggio montano di Saydnaya (Sayda Naya = Nostra Signora), in cui si conserva anche la “Notre-Dame de Sardenaye”, ritratto della Vergine attribuito a san Luca, ritenuto miracoloso fin dal tempo dei Crociati. In quel 2010 del viaggio, il convento era ancora una meta di pellegrinaggio e di devozione tanto per cristiani quanto per musulmani. Poi, e ci provocano una reazione angosciata d’infinita tristezza, le migliaia di vittime, la drammatica situazione della popolazione infantile, la povertà e la fame, le distruzioni insensate di luoghi e monumenti, cui sono seguiti gli ulteriori lutti, le nuove macerie e gli aggravati disastri sociali provocati dal terremoto.

FRANCESCO CORRENTI                                                                                                                                 (FINE)

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