VIOLENZA SOCIAL

di STEFANO CERVARELLI ♦

In occasione della seconda giornata  internazionale – 18 giugno – contro gli Hate spech, indetta dalle Nazioni Unite, la FIFA, massimo organismo mondiale del calcio, ha diffuso i dati raccolti, per la prima volta, riguardanti gli insulti social e numeri riguardanti i mondiali: sono numeri da brivido.

Senza offendere l’intelligenza di nessuno, vorrei dare la definizione di Hate spech-( discorsi d’odio)

così come definita dalla raccomandazione n.15/2015 della Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa.

“Si intende per discorso d’odio il fatto di fomentare, promuovere o incoraggiare, sotto qualsiasi forma, la denigrazione, l’odio o la diffamazione nei confronti di una persona o di un gruppo, nonché il fatto di sottoporre a soprusi, insulti, stereotipi negativi, stigmatizzazione o minacce una persona o un gruppo e la giustificazione di tutte queste forme od espressioni di odio testé citate, sulla base della “razza”, del colore della pelle, dell’ascendenza, dell’origine nazionale o etnica, dell’età, dell’handicap, della lingua, della religione o delle convinzioni, del sesso, del genere, dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale e di altre caratteristiche o stato personale”.

Gli atleti, in questo caso i calciatori, sono divenuti dei veri bersagli mobili, attirano insulti molto più di qualsiasi altro atleta e  nell’ultimo mondiale, in un mese di partite, le 32 squadre presenti in Qatar hanno fatto collezione di almeno 19.636 post scritti per ferire o destabilizzare, offese che naturalmente non hanno mancato di suscitare commenti: 287 mila  dei quali cancellati prima che pervenissero ai destinatari, 434 mila pescati dall’algoritmo e messi sotto la lente dell’analisi  grazie a un sistema elaborato proprio dalla FIFA in collaborazione con il sindacato Fifpro, per poter affrontare il problema.

Non c’è il minimo dubbio che si tratti veramente di una piaga di enorme gravità sociale, non certo un banale rumore di fondo.

Per la prima volta abbiamo dati certi che ci danno l’immagine, forse sarebbe meglio dire, la definizione di un  problema, di un mondo che forse troppo facilmente è stato liquidato come inevitabile, un inevitabile contorno che accompagna ogni evento pubblico e, ancor più, quasi un ombra molto molesta, di qualsiasi personaggio conosciuto.

La maggior parte dei discorsi, purtroppo, convergono verso tesi delle quali tento qui di darne una definizione: “Sui social viaggia il meglio ed il peggio: in completa libertà e moltissime volte in forma anonima, ci sono canali che sembrano essere nati per dare spazio agli sfoghi  di veri individui frustrati”.

Purtroppo dietro questa comune, banalissima constatazione, si chiudeva il discorso, senza andare oltre.

Non so se pecco di presunzione dicendo che è troppo facile asserire, quasi a mo’ di resa, che non si può fare nulla, che viviamo in una società dai toni ringhiosi e che si tratta, alla fine, di una fetta, più o meno larga (aggiungo: anche spessa) di  blatelatori seriali che impiegano la loro vita a diffondere violenza, razzismo, sessismo, infangando, credi, immagini e personaggi, una incancellabile fetta di stolti.

Si dice che dal vivo non avrebbero il coraggio di dire quanto dicono online e che appunto, avvalendosi della loro anonimità,  danno sfogo agli istinti più bassi. Indubbiamente la presenza fisica delle loro mire velenose potrebbe indurli a “moderare” il loro linguaggio e depurare i loro pensieri. Ma a questo riguardo alcuni ultimi avvenimenti mi inducono a non essere così convinto di questa tesi; la vedo molto meno tranquillizzante di quanto sembra, ma questo è tutt’altro discorso, che ci porrebbe lontano.

Resta il fatto che questi “social-killer” stanno aumentando e con loro lo schifo che “colora” il loro linguaggio; a questo proposito mi sono fatto una domanda: “Ma la continua uscita di questa   immondizia e il diffondersi dei profili, impegnandosi un po’ non diventerebbero  più facilmente tracciabili?”

A questa domanda una risposta  puntuale viene proprio dai dati diffusi dalla FIFA perché quella dettagliata fotografia permette di decodificare  nickname, fesserie e dare una nazionalità, una frequenza ed individuare tipologie  di reati.

Entriamo allora nel dettaglio di quella fotografia.

Trecento protagonisti del mondiale hanno subito il razzismo via social.

La piattaforma più usata da chi vuole insultare è Twitter; inoltre più si è andato avanti nel torneo mondiale e più si sono fatte crudeli le provocazioni; il peggio arrivava quando c’erano i rigori, qui davanti  all’errore, non vi era pietà. Chi sbagliava non si prendeva quei soliti insulti che tanto sembravano orribili  un po’ di anni fa, ma che oggi non farebbero arrossire neanche le più timide fanciulle; no, oggi chi sbaglia un rigore viene sommerso da attacchi discriminatori verso ogni direzione: nazione di origine, nazione del campionato di appartenenza, sesso e sessualità, genere, omofobia spinta, islamofobia. Un catalogo molto ricco!

Altro che ”da un rigore sbagliato non si giudica una persona”!

Siete curiosi di sapere  quale è stata la partita più  ricca di epiteti usciti dal catalogo sopra descritto?

Ve lo dico subito: è stata Inghilterra – Francia, quarti di finale dai quali sono usciti gli inglesi, ai francesi andare avanti non ha portato molto bene; oltre perdere la finale contro l’Argentina, sono divenuti i più massacrati.

Più eliminazioni andavano avanti e più i singoli  diventavano facce  sulle quali indirizzare esplosioni di meschinità.

Non parliamo poi dei portieri. Se paravano venivano incensati, se sbagliavano  venivano letteralmente “divorati” dalla cattiveria.

Beh,  a questo punto credo che vogliate anche sapere quale era la parte più cattiva del Pianeta.

Il grosso del marciume è arrivato dall’Europa e dal Sudamerica. Mentre Africa e Nordamerica si sono fermate  all’8 per cento;  i due continenti sopra detti hanno dato origine al 74 per cento delle ingiurie; l’Asia ha contribuito con il 10 per cento.

Ognuno degli 864  giocatori monitorati, insieme  agli arbitri ed alle altre figure ufficiali, ha raccolto epiteti  specifici e continui;  inoltre diversi calciatori si sarebbero trovati al centro di una violentissima tempesta mediatica  se avessero letto ogni frase lanciata per colpirli.

Ultima, triste, curiosità. Il più colpito in questa stagione dalla discriminazione è stato l’attaccante del Real Madrid Vunicius.

In questo gioco al massacro Tik Tok si è mosso abbastanza poco, ma bisogna dire che le varie piattaforme hanno fatto davvero molto poco per limitare i danni, stando appunto ai dati pubblicati.

Ora che la FIFA ha avviato il sistema sicuramente questo, a quanto detto, verrà usato anche per il prossimo mondiale femminile in programma dal prossimo 20 luglio in Australia e Nuova Zelanda.

Ultima cosa. Se si possono cancellare in tempo reale messaggi xenofobi che partono dai computer di tutto il mondo, come non si può zittire un settore di uno stadio?

E se lo stadio diventa intero, non sarebbe il caso di adottare soluzioni drastiche, radicali, tipo smettere, fermarsi, interrompere la partita come ha chiesto Ancellotti dopo l’ultimo incontro Valencia-Real? Non  sarebbe meglio togliere un peso a chi non è tenuto a sentirsi vulnerabile solo perché la società è così?

Se spinte a farlo le società cambiano.

STEFANO CERVARELLI

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