Professione: Youtuber

di ROBERTO FIORENTINI

Il titolo, molti lo avranno colto, occhieggia il celebre film di Michelangelo Antonioni “Professione: reporter”. Nel film, presentato al Festival di Cannes del 1975, Antonioni continua la sua esplorazione del senso di estraneità dell’individuo nella società moderna e del carattere impenetrabile ed illusorio della realtà che ci circonda. Partendo da qui vorrei condividere alcune riflessioni suscitate dal caso che ha coinvolto gli youtubers “The borderline” nell’incidente di Casalpalocco, dove ha perso la vita un bambino di cinque anni. In qualità di boomer, epiteto che rivendico con fierezza, non sono particolarmente pratico di youtubers, tiktokers ed altra varia umanità digitale. Perciò ho deciso di documentarmi. Partiamo dal gruppo di cui si parla, coinvolto nell’incidente. La loro pagina ha 599.000 iscritti ed alcuni loro video più di tre milioni di visualizzazioni. Come si guadagna su Youtube e su altre piattaforme? Per poter guadagnare su YouTube, devi presentare con esito positivo una domanda di adesione al Programma partner di YouTube. La possibilità di attivare la monetizzazione è ammessa solo per i canali che rispettano le Norme sulla monetizzazione dei canali YouTube. Diciamo che per iniziare a guadagnare soldi postando video sul proprio canale bisogna avere almeno 100.000 iscritti. Con questo metodo è possibile guadagnare con YouTube e AdSense, da 0,5 a 5 dollari ogni 1.000 visualizzazioni. Di conseguenza, con un milione di visualizzazioni si può arrivare a ricavare dai 500 ai 5.000 dollari. C’è poi la possibilità di vendita di prodotti in merchandising, sponsorizzare altri brand e guadagnare con gli abbonamenti. Insomma, postare video stupidi può diventare un vero e proprio lavoro con ricavi da piccola se non media impresa. Ad alcuni, ad esempio, credo sia sfuggito che il noleggio del suv Lamborghini che ha causato l’incidente, che sembra sia costato 1500 euro, è stato pagato ricorrendo ad una raccolta fondi sullo stesso canale Youtube.

Detto ciò, ho trovato particolarmente ipocrita e sgradevole l’alzata di scudi nei confronti dei ragazzi coinvolti nell’incidente che, purtroppo, ha causato la morte di Manuel Proietti, 5 anni. Contro di costoro è partita una ondata di odio da social univoca e massiccia. La condanna è stata unanime e senza appello, nonostante le indagini sulla dinamica dell’incidente siano ancora in corso e l’avvocato del guidatore, il ventenne Marco Di Pietro, sostenga che la Lamborghini aveva la precedenza in quel tratto di strada e che non ci sono tracce di eccitanti o simili nelle analisi del guidatore. Quanto alla folle velocità di cui molti parlano, i rilievi hanno dimostrato che la macchina degli youtuber andava a 30 km all’ora in più di quella consentita in quel tratto di strada. Insomma, a 80 km all’ora. Credo che a molti di noi sia capitato di andare ad ottanta all’ora in città. Intendiamoci: non sto cercando di giustificare nessuno. Ciò che mi interessa è provare a capire i meccanismi psicologici che governano le reazioni a questo incidente. “La notizia di Casal Palocco degli youtuber coinvolti nel terribile incidente ha toccato un nervo scoperto che tutti fingono di non vedere. Le migliaia di comprensibili e terribili offese arrivate ai ragazzi sono di sicuro un modo di far uscire la rabbia ma dentro c’è anche una buona lavata di coscienza”. Frank Matano – tra i primi youtuber italiani e oggi noto volto televisivo – ha rilasciato su Instagram una interessante riflessione. “Qual è il confine tra esprimere sinceramente sé stessi e il bisogno apparentemente fisiologico di tutti di ricevere approvazione da parte di sconosciuti su internet?”, si chiede Matano. “Una voglia di approvazione che colpisce soprattutto i giovani, me compreso quando ho iniziato a caricare video su internet. Una voglia di esser rilevanti, di esser attuali, di esser visti. I like, i DM, le condivisioni corazzano l’ego di chi carica a spruzzo su internet le proprie idee o la propria vita. È più facile pensare a sé stessi come qualcosa di bidimensionale, sui social raccontiamo le pagine di una vita che non abbiamo mai letto. Questo desiderio di catturare l’attenzione colpisce anche i giornali che ogni giorno sintetizzano pericolosamente un argomento con un titolo accattivante. Certo loro lo fanno per aumentare il numero di visite e aumentare i guadagni delle pubblicità, ma è così diverso dal modo in cui ognuno di noi si autorappresenta sul web?”. Ed ancora: “il sistema internet è fatto in modo che ragazzi proprio come loro (sono più di quanto pensiate) facciano di tutto per aumentare quelle visite al proprio canale. La fabbrica di cemento dell’endorfina. Ne siamo tutti vittime. Questi sono i vostri figli. State attenti a dissociarvi troppo da questa terribile disgrazia. Internet in mezzo a tutte le lotte quotidiane si muove in maniera subdola in questa direzione di insindacabile auto-rappresentazione, come se la realizzazione di sé stessi nel mondo digitale ti facesse diventare magicamente felice nel mondo reale, e so che ormai queste parole sul tema sono anacronistiche, non c’è niente di più reale dell’influenza che sta avendo internet nelle nostre vite. Anni fa penso di aver detto che i social sono come una moto, se vai forte senza casco ti fai male. Non ci credo più. Oggi è impossibile sfuggire all’incidente, sbatti appena ti iscrivi e inizi a bramare feedback. Siamo nell’era giurassica dei social, arriverà il meteorite?”. Sposo completamente le parole di Frank Matano, nato come youtuber ed approdato ormai alla tv con grande successo. L’influenza dei like, del consenso che riceviamo per le nostre foto o i nostri post non vale solo per il pubblico di adolescenti, nativi digitali, del canale di The borderline, ma anche per i loro genitori e persino per i loro nonni. L’indignazione e l’odio, la condanna assoluta (sbatteteli in galera e buttate via la chiave…) viene da quelle stesse persone che, appena hanno un secondo libero aprono Instagram (51 minuti di permanenza media giornaliera) o Facebook, che in media ha toccato le 11 ore e 29 minuti di permanenza al mese per persona. Su Facebook, come ormai è chiaro, non ci stanno più i ragazzini, con il 50% degli utenti con più di 35 anni e quasi il 10% con più di 55 anni. Insomma, non abbiamo il diritto di indignarci. Non sono i ragazzini di 14 anni che seguono i pischelli, quasi coetanei di The borderline, ad aver creato questa situazione. Anzi è probabile che l’adolescente del 2023 sia stato “schiaffato” davanti ad un cellulare, con i video per bambini su Youtube, già dalla più tenera età, magari per lasciare che i genitori cenassero in santa pace. È troppo comodo fare così. Ed anche se non ci piace siamo noi, i boomers sfottuti dai millenials e dai figli della generazione z, ad aver creato questo casino. C’eravamo (anche) noi alla guida del suv Lamborghini. Almeno virtualmente

ROBERTO FIORENTINI

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