I CANTASTORIE TRADITI — COME SI DISTRUGGE IN CINQUANT’ANNI E SPICCI UNA CIVILTÀ COSTRUITA IN TREMILA ANNI.
di EZIO CALDERAI ♦
Capitolo 28 (prima parte): L’abbandono di principi e culture ancestrali, dell’antropologia, della biologia, delle chiavi per il funzionamento dei processi (gerarchia e non solo) e di altro.
L’abbandono del principio della continuità delle generazioni e i nemici della libertà
Un interrogativo s’impone: perché la civiltà occidentale è diventata così fragile, arrendevole, permissiva fino alla negazione di sé? Non c’è, naturalmente, una sola risposta.
A me pare, però, che questa condizione abbia origine dalla mutata concezione della vita delle donne e degli uomini del nostro tempo, peraltro assolutamente non omogenea come cercherò di mettere in luce nella parte finale delle mie riflessioni.
L’uomo occidentale del terzo millennio non è quello che è entrato, come il coltello nel burro, nell’impero più grande dell’antichità, non è quello che ha conquistato e governato i tre quarti del mondo conosciuto, non è quello che, divorato dalla curiosità, ha attraversato gli oceani e scoperto terre sconosciute, non è quello che ha istituito le Università, monumento alla conoscenza e alla libertà di pensiero, non è quello che ha domato la natura e reso la vita sul pianeta agevole, come non lo era mai stata nei millenni precedenti, non è quello che ha respinto il male assoluto del nazismo.
Mi guardo bene dall’esprimere giudizi di valore, ma non ho remore ad affermare che i nostri nonni, gli uomini e le donne del secondo dopoguerra, sono stati gli ultimi epigoni di una grandiosa tradizione, per coraggio, spirito di sacrificio e ingegno con cui sapevano affrontare la vita, per la convinzione, che avevano, del legame che unisce le generazioni e della continuità tra di esse.
In pochi decenni questo cemento si è disgregato man mano che veniva meno la saldezza dei principi, unico legante che lo teneva insieme, dissoltosi come la nebbia primaverile al sorgere del sole.
La forza della tradizione, l’integrità nello svolgere il proprio ruolo, qualunque fosse, certo, ma anche e soprattutto l’incontro della comunità in seno alla religione cristiana, che, purtroppo, non ha retto ai colpi dell’individualismo e della de-cristianizzazione.
Lo dico con spirito laico, nella convinzione che, senza il cristianesimo, la vita di innumerevoli generazioni negli ultimi due millenni sarebbe stata impossibile, esso non è, e non è mai stato, soltanto fede e speranza in un mondo migliore, quando la vita era più dura del marmo, ma abbazie, monasteri, monaci che hanno perpetuato la civiltà greca e romana quando la caduta dell’Impero Romano aveva spento la luce, insegnamento, che ha generato filosofi, storici, medici e le loro silenziose aiutanti, sommi artisti, costruttori di cattedrali.
L’uomo europeo, quello che siamo ora, anche se non sembra interessare a nessuno, è il frutto di questa impressionante elaborazione. La stessa laicità è figlia di questo patrimonio scientifico e culturale, che non ha preservato soltanto la teologia, la musica sacra, i dipinti e le pitture sacre, ma la scienza, la tecnica, che ha migliorato la vita degli uomini, il diritto, le istituzioni democratiche.
L’età dei lumi non ci sarebbe stata senza la dialettica con un clero a volte arrogante, geloso dei propri privilegi, ma spesso colto, aperto alle novità.
Nel giro di pochissimi anni, abbandonando il cristianesimo, abbiamo segato il ramo dell’albero sul quale eravamo appollaiati da 2000 anni. Non che non potesse accadere, ma le religioni, specie quella cristiana, innestata sulle preesistenti civiltà, greca e romana, sono monumenti solidi come la roccia, creati, per quelli che non sono credenti, dal genio dell’uomo nel corso di secoli.
Sarebbe impossibile, in particolare, negare continuità tra ebraismo e cristianesimo.
Il rifiuto degli autori della Costituzione Europea, mai approvata peraltro, di dedicare un solo cenno alla continuità tra Europa dei nostri giorni e le sue origini greco-romane e giudaico-cristiane, è il segno di una profonda ignoranza e non si giustifica neppure se con esso i rappresentanti del parlamento europeo intendevano evitare discriminazioni per la terza religione monoteista, che nasce quando le altre due, già da secoli, avevano forgiato i popoli del Mediterraneo e dell’Europa.
La chiesa nei secoli ha impugnato la spada, maneggiato gli orribili ferri dell’Inquisizione, eretto forche, gestito il potere, ma i monaci hanno preservato le opere dei classici greci e romani, hanno costruito abbazie, cattedrali, scuole, ospedali; semplici preti hanno educato le persone più indigenti, hanno loro indicato orizzonti possibili; persino i più malvagi – così è passato alla storia Richelieu – hanno migliorato le condizioni di vita dei più poveri, grazie a riforme lungimiranti.
La diaspora dei cristiani dal Medio Oriente è lungi dall’essere terminata, anche se ormai le comunità, che erano larga parte nei paesi del Mediterraneo sono ridotte al lumicino estromesse dalla presenza sempre più fondamentalista della religione islamica.
Accadrà anche in occidente, ma almeno lì non saranno perseguitate. Almeno lo speriamo[1].
So perfettamente che non c’è nulla di eterno, quindi, puoi buttare alle ortiche il patrimonio che da sempre è stato il tuo metronomo, ma con qualcosa dovrai pure sostituirlo, non importa se meno solido e monumentale, ma deve esserci: senza l’uomo non sopravvive.
La contraddizione resta e denota lo smarrimento dei dirigenti europei. Mentre il cristianesimo è messo in discarica, come un ferro vecchio (non aveva forse detto Nietzsche che Dio era stato ucciso nell’indifferenza, con il compiacimento dell’uomo mediocre?), e il suo Pontefice viene esaltato se indossa i panni del sindacalista, del conformista con l’indice alzato, del nichilista tanto al chilo, per poi essere messo da parte come uno straccio se si azzarda a difenderei principi cristiani della sacralità della vita, salvo recuperarlo quando serve. L’Islamismo, invece, è intoccabile, protetto persino da norme giuridiche, oltretutto inaccettabili per gli stessi fedeli-sottomessi.
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In questi ultimi capitoli, sempre più spesso parlerò del Bel Paese, non per sciovinismo, ma perché, se si parla di declino, noi italiani siamo in testa al gruppo. Siamo primi anche nello scansare fatiche e responsabilità e nel trovare capri espiatori.
Negando l’evidenza, sempre più spesso e sempre più numerosi, incolpiamo gli altri per quel che ci sta capitando: non può che averlo causato qualcuno, gli indizi sono chiari.
In realtà l’Italia non è libera! Non è, però, che qualcuno ci abbia catturato, alieni brutti e cattivi, perfidi massoni con delega della P2, multinazionali con i computer grondanti di sangue, evasori fiscali, mafie di ogni ordine e grado. No, nulla di tutto questo, il cappio al collo ce lo siamo messi da soli con un debito pubblico che negli ultimi quarant’anni ci è costato 60/70 miliardi all’anno, di euro per capirci meglio. Un macigno, rispetto al quale quello di Sisifo era una pallina da ping-pong.
Eppure, trovi chi dice: sì, ma hai visto? Quello è un debito benedetto, le nostre strade sono le migliori e le più sicure d’Europa, il nostro patrimonio edilizio richiama visitatori da tutto il mondo, la nostra scuola e le nostre università sono all’avanguardia, il nostro sistema di smaltimento dei rifiuti suscita ammirazione, nessuno come noi ha saputo diversificare le fonti d’approvvigionamento energetico, la nostra amministrazione pubblica è rapida ed efficiente, completamente digitalizzata, abbiamo politiche per la famiglia, che già ora ci mettono al riparo dalla crisi demografica.
Miraggi, solo miraggi, che nemmeno Lawrence d’Arabia. Non c’è nessun assassino sull’Orient Express: è stato un suicidio collettivo, rituale e consapevole. Cercherò di spigarlo in poche righe.
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Nel dopoguerra l’Italia, insieme al Giappone, è stato il Paese più attivo ed efficiente del mondo.
Il lavoro era duro, ma veniva considerato una liberazione dopo vent’anni di fascismo e i guasti della guerra. Il benessere non rammollì gli italiani, anzi li spronò a fare più e meglio. Tra i pochi dogmi, la correttezza dei comportamenti e l’esigenza di tenere i conti in ordine, così per lo Stato, così per le famiglie. Di cambiali ne vennero firmate a tonnellate, ma guai a pagarne una in ritardo, ne andava dell’onore e dell’integrità della famiglia.
Nel sistema iniziò a manifestarsi qualche crepa quando i mercati si aprirono.
Altri paesi si affacciavano sulla scena mondiale, pronti, come lo eravamo stati noi venticinque anni prima, a fare enormi sacrifici pur di migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini.
Qui i primi errori della nostra classe dirigente, che, già in ritardo nell’ammodernamento delle nostre infrastrutture materiali e immateriali, non seppe riconvertire le nostre filiere produttive. Prevalse il disegno sciagurato di salvare tutto e tutti, finendo per non salvare niente e nessuno.
Anziché il coraggio e l’innovazione scegliemmo la paura e la conservazione.
Cominciò la gara alla ricerca di alibi: siamo nelle mani di mercati predatori, lo Stato deve riassumere il controllo del lavoro e dell’economia. Purtroppo, lo Stato e le aziende pubbliche non erano più quelle dei Beneduce, dei Mattioli, dei Sinigaglia, dei Mattei, ma di manager nominati dai partiti, alcuni buoni, altri molto meno. Questo accadde in tutte le società produttive a partecipazione statale e fu uno bagno di sangue. Nel frattempo, i sindacati continuavano a perseguire una surrettizia politica di pieno impiego, che di lì a qualche anno avrebbe messo in ginocchio l’Unione Sovietica, figuriamoci casa nostra.
La classe politica non ebbe il coraggio di dire agli italiani che la festa era finita e che bisognava tornare ai sacrifici. Così il Paese cominciò a vivere sul debito pubblico: era la strada per negare un avvenire ai propri figli, alle future generazioni. La malattia si diffuse senza controllo: più debito si faceva, meno funzionava il Paese, in tutti i comparti e in tutti i settori. Basti dire che l’ultima opera pubblica degna di questo nome realizzata in Italia è stata l’Alta Velocità, per la strana congiuntura di eccellenti tecnici e manager che in 15 anni, a cavallo del 2000, rifondarono le Ferrovie dello Stato e crearono un’infrastruttura che rese il Paese meno ingessato.
Qualche anno dopo, ma mica tanti, la politica fece un revirement spettacolare: privato è bello!
Conseguenze? Allo Stato non bastò più pagare i propri debiti, c’era da pensare pure a quelli dei capitani coraggiosi e di lì a poco dei satrapi improvvisatisi banchieri. In verità, i governanti di fine secolo le privatizzazioni non le amavano, per consuetudini ideologiche, dovevano solo fare cassa, ma i prescelti se l’erano portata via.
Fortunatamente, il processo virtuoso di Ferrovie dello Stato aveva suscitato un’imitazione positiva nelle altre società a prevalente capitale pubblico. Per altro verso, il settore privato, quello vero, non quello corteggiato, fece progressi straordinari, che ci portarono dopo decenni nelle prime posizioni mondiali, Di questo abbiamo vissuto negli ultimi vent’anni.
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Ancora non era successo niente o meglio non c’eravamo accorti quasi di niente. Dovevamo vivere il 1992, annus horribilis. Vennero uccisi dalla mafia due grandi magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dai loro colleghi contrastati da vivi e santificati da morti.
Carlo Azeglio Ciampi, all’epoca Governatore della Banca d’Italia, volle dimostrare, come se ce ne fosse bisogno, che anche i migliori possono sbagliare: in una battaglia per salvare la lira, che Napoleone avrebbe sicuramente evitato, in pochi mesi bruciò circa 60.000 miliardi di vecchie lire.
Gli effetti si sarebbero sentiti ancora sette anni dopo, quando l’Italia, per poter entrare nella moneta unica europea, fu costretta ad accettare un tasso di cambio lira/euro terribilmente punitivo.
Ciampi era un galantuomo, ma non pagò per quegli errori: venne nominato ripetutamente ministro, Presidente del Consiglio e, infine, Presidente della Repubblica.
Non sarebbe accaduto in nessuna democrazia degna di questo nome. Lo stesso Ciampi, passata la bufera finanziaria, passato il governo Amato, che, per imbellettare i conti pubblici, mise le mani nei conti correnti degli italiani, avrebbe dovuto dimettersi, perché non passasse il principio, poi diventato la norma, secondo cui alcuni gli errori non li pagano, neppure se causano enormi danni alla Nazione e agli stessi cittadini. Una pratica vergognosa, iniziata anni prima, quando due magistrati superficiali arrestarono Enzo Tortora[2], privandolo ingiustamente della libertà per molti anni e, ciò malgrado, fecero una luminosa carriera. Fu un caso esemplare, forse la miccia che incendiò i pochi e già fragili avamposti dello stato di diritto, distrutti definitivamente dalla falsa rivoluzione di “Mani pulite”.
Avete presente la “Fattoria degli animali” di George Orwell[3]? Gli animali di una fattoria, stanchi della crudeltà e prepotenza degli uomini, si ribellano e presto hanno la meglio. Si costituiscono in una comune dove vige il principio dell’eguaglianza. Solo per organizzare meglio il lavoro e la vita di tutti, i maiali vengono designati a guidare la fattoria. Non passa molto tempo e i maiali si prendono il cibo, gli abiti e i letti migliori, scansano il lavoro, comandano a bacchetta tutti gli altri. Un giorno gli animali si accorsero che nel fienile erano stati cancellati i comandamenti scritti dopo la rivoluzione, al loro posto ne era stato scritto uno soltanto: «Gli animali sono tutti uguali. Alcuni animali sono più uguali degli altri».
Ecco, questa è la metafora dell’Italia degli ultimi cinquant’anni, solo che gli animali avevano una sola repubblica, noi ne abbiamo tante quanti sono i centri di potere che si dividono le spoglie, dove gli errori non si pagano e l’ignoranza e l’opportunismo la fanno da padrone[4].
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Quello che sarebbe passato alla storia come il Pool mani pulite della Procura della Repubblica di Milano, era guidato da un oscuro magistrato, almeno fino all’arresto di Mario Chiesa nel 1992, Francesco S. Borrelli, che, però, fece presto a sviluppare un delirio di onnipotenza e un amore per il potere, che si vedevano a occhio nudo. Non a caso comparve in televisione, circondato dai suoi collaboratori, e chiese la revoca di un provvedimento del Governo della Repubblica, firmato dal Capo dello Stato, dichiarandosi disponibile ad assumere le responsabilità (tutti capirono di governo) se fosse stato chiamato. Il decreto venne ritirato, ma nessuno lo chiamò. Un comportamento che, prima di Milano, si era visto solo in qualche staterello del Sud America.
Il Pool inaugura la prassi della carcerazione preventiva come strumento per estorcere la confessione, annovera il 50% delle condanne (alla Lubianka erano sicuramente più bravi), ha al suo attivo 41 suicidi di persone non ancora giudicate, raggiunge, però, gli obbiettivi da cui probabilmente era animato: primo, eliminazione di tutti i partiti che avevano scritto la Costituzione ad eccezione degli eredi del Partito Comunista; secondo, far credere agli italiani che se non fosse stato per i politici e per i capitalisti imbroglioni, l’Italia sarebbe stata ricca e fiorente.
Una mistificazione mostruosa, perché solo chi non voleva non vedeva che l’endemico debito era stato causato dagli italiani stessi, che volevano andare in pensione a cinquant’anni, che ritenevano di averne diritto senza aver versato contributi e lavorato in nero per tutta la vita, senza pagare una lira di tasse, perché lo sport nazionale era la rincorsa alla mammella del clientelismo più forsennato, perché il Governatore della Banca d’Italia aveva un’indennità quattro volte quella del Capo della Federal Reserve, al Quirinale stessa cosa rispetto a Buckingham Palace e via dicendo.
Per bruciare 60.000 miliardi di lire (oggi 30 miliardi di euro), ai politici non sarebbe bastata una legislatura lunga due secoli. Benedetto Croce, quando un giornalista gli chiese se il politico dovesse essere onesto, rispose: «Io preferirei che fosse capace».
L’ingenua classe dirigente che usciva dalla guerra costruì l’Autostrada del Sole in otto anni, senza un centesimo in più rispetto alla spesa preventivata e con tre mesi di anticipo sui tempi previsti.
Oggi, dopo quasi cinquanta anni, stiamo parlando del completamento della Viterbo-Civitavecchia.
Uomini come Mattei, Olivetti, Valletta se ne andarono e i nani che seguirono fecero banchetto, come il Conte Ugolino dei propri figli. L’Italia tornò il paese dei furbi, Guicciardini ci ricordò chi eravamo sempre stati.
I fatti, a meno che non vengano manipolati, sono più testardi delle ideologie.
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Gli irriducibili ci rimprovereranno: sei troppo severo, Tangentopoli è stata una sferzata salutare per il Paese, l’etica ha riassunto il primato, da allora gli italiani hanno cambiato modello di vita, i governanti sono diventati più rigorosi e responsabili. Siamo ancora ai miraggi di Lawrence d’Arabia.
Di etica nella società ne conosco una soltanto, quella della responsabilità, e non se ne è vista neppure l’ombra. Il debito è aumentato a progressione geometrica e per farsi un’idea basteranno pochi dati.
In trent’anni, a Paese invariato, nel senso più deteriore del termine, essendo sempre gli stessi a governare e a darci lezioni, il PIL da noi è cresciuto del 7%, in Francia ed in Germania del 40%.
Nello stesso periodo i salari dei lavoratori sono cresciuti del 33,7% in Germania, del 31,1% in Francia, del 63% in Svezia, dell’85,5 in Irlanda, da noi sono diminuiti del 2,9%. Persino in Spagna e in Portogallo sono cresciuti, di poco, ma sono cresciuti, rispettivamente del 6,2% e del 13,7. Sarà il caso o no di riconoscere che abbiamo un problema?
Volete un piccolo excursus? Siete così masochisti? Io vi avevo avvertito.
Ad aprile 2022, il Direttore dell’Agenzia delle Entrate è stato audito in Parlamento e, tra le tante importantissime cose, ha detto: lo stato ha tasse non riscosse per 1100 miliardi. Lo scrivo in numeri perché in lettere non saprei farlo. Comunque, non ha detto inesigibili, non ha parlato di contenziosi in corso, no, ha detto non riscosse. Se lo Stato avesse la capacità di riscuoterle, il debito pubblico, ora al 160% del Pil, si ridurrebbe di oltre un terzo. Se la produttività salisse a livelli europei il debito non supererebbe il 70% del Pil, quello, per capirci, della Germania, anch’esso peraltro ora in salita.
Vi basta? Solo sveltine: 1) l’occupazione rimane stabile solo grazie a misure assistenzialistiche, a volte indecenti; 2) gli stipendi sono i più bassi d’Europa, non per tutti, perché un professore di liceo va in pensione con 1.800 euro al mese e un uditore giudiziario, quando entra in organico, prende oltre 3.000 euro al mese, ed ha la certezza di andare in pensione con il grado di Consigliere di Cassazione, quello che abbia fatto o non abbia fatto non importa; 3) la categoria più amata dai sindacati è quella dei precari perché, malgrado la costituzione più bella del mondo, finiranno per entrare nella pubblica amministrazione senza concorso; 5) siamo maestri nel combattere, senza avversari, le battaglie più surreali, così durante la pandemia e fino a non molto tempo fa sono stati sospesi i licenziamenti, ma non di gente che lavorava, ma di chi nel comparto privato il posto l’aveva già perso, con i datori di lavoro alla canna del gas, ma solo per lucrare sulla cassa integrazione; 6) le aziende estere sempre più spesso lasciano l’Italia, centinaia di lavoratori in mezzo alla strada, proteste epiche, strade e ferrovie bloccate, multinazionali perverse, mai che i lavoratori, che sono le vittime della nostra incapacità ed ai quali va tutta la nostra solidarietà, chiedano alla politica e al sindacato, ma perché i giapponesi da noi se ne vanno e aprono in Gran Bretagna, notizia di fine 2021, una grande fabbrica che darà lavoro a oltre 6.000 operai, perché imprese che hanno fatto la storia nel nostro paese, come Condotte d’Acqua e Astaldi, chiudono e invece lo Stato spende 20 miliardi per non far volare né Alitalia né Ita e quasi 9 miliardi di pizzo per tenere in piedi Monte dei Paschi di Siena, che, conoscendolo, sarebbe un meraviglioso museo? perché Ilva tiene in Cassa integrazione 8500 operai? Perché la RAI per funzionare spende tre o quattro volte più dei concorrenti? Perché la nostra cinematografia si è ridotta a una fabbrica di marchette e al botteghino i nostri film incassano somme ridicole? Perché gli italiani per dieci anni dovrebbero pagare con 2,5 miliardi le pensioni dei giornalisti che la loro Cassa l’hanno fatta fallire? Perché il 25% dei ragazzi in età scolare ha lasciato la scuola e non ha nessuna intenzione di riprenderla e nessuno ne parla? Perché, perché, perché … potremmo non finire mai.
La finisco, invece, senza essere sicuro di aver segnalato le cose più gravi.
Così il Paese è andato avanti tra menzogne e alibi negli ultimi trent’anni.
[1] Un grande scrittore francese dei nostri giorni, Michel Houellebecq, ha scritto un libro, Soumission o Sottomissione, in cui prefigura l’arrivo al potere in Francia dell’Islam per via democratica. Il precedente di Hitler, che vinse le elezioni in Germania nel 1933, non ci fa stare tranquilli.
EZIO CALDERAI (CONTINUA)
[2] Popolarissimo conduttore televisivo, tra i pochi muniti di grande cultura e di correttezza istituzionale.
[3] Grande scrittore e grande combattente della libertà. Rischiò la vita nella guerra civile spagnola e fu critico spietato dei regimi totalitari.
[4] Oggi, per una tragica congiuntura cui farò cenno, l’Italia ha bisogno di gas. Arrivava, dopo 3500 Km., sulla costa della Puglia, dove avrebbe fatto 150 metri sotto la spiaggia prima di arrivare a terra, un gasdotto dall’Azerbaigian. Di Maio, al tempo capo dei 5S, fece una guerra di religione per impedire l’approdo, con tanto di operai che per andare al lavoro dovevano essere protetti dalla polizia; bene, chi mandiamo in Azerbaigian per implorare in ginocchio altro gas? Lo stesso Di Maio, ora, grazie anche alla medaglia all’ordine diplomatico per l’appoggio dato ai gilets jaunes durante i disordini di Parigi, ministro degli esteri. Della serie: il ridicolo non uccide più.
