IL TEATRO TRA VERITÀ E DENUNCIA: MARIO TRICAMO – 9. Paolini e Baliani: dal teatro di narrazione al teatro civile

di GIULIA MASSARELLI

A partire dal teatro politico, si sono sviluppati differenti sottogeneri accomunati tutti da un forte impegno, un’attenzione alla realtà storica e una diretta comunicazione con il pubblico. Dunque, non c’è un unico modello di teatro politico e non segue un solo schema. Questo genere di teatro risponde presumibilmente a necessità variegate, tanto da parte di chi lo fa quanto da parte del suo pubblico.  Forse è l’indizio di un’esigenza profonda, ovvero della necessità del teatro di misurarsi con la propria storia, e ritrovare continuamente le proprie origini. Il fine, comunque, rimane la ricerca costante di un impegno politico e civile.

In Italia, alla metà degli anni Novanta, e sulla scia di Dario Fo, vengono proposti degli spettacoli realizzati da attori che raccontano storie. Di qui nasce la definizione attraverso cui li si identifica: teatro di narrazione.

Si tratta di una diversa forma di scrittura drammatica, da una parte produce i racconti letterari autonomi, dall’altro è il narratore che struttura con ritmo e gestualità la parola stessa, e quindi il testo. Dunque, la scrittura nel teatro di narrazione non consiste nell’attualizzazione scenica di una parola precostituita, ma è una costruzione orale sia nella genesi, che nel ritmo e nella struttura: la questione della scrittura del testo è in stretta relazione all’attore. Questo tipo di spettacolo fa pensare a Dario Fo, ma se i suoi testi/monologhi sono drammaturgicamente un montaggio di momenti narrativi diversi, nel teatro di narrazione il racconto è unitario.

In realtà il teatro di narrazione comincia a svilupparsi intorno alla metà degli anni Ottanta, sempre in Italia. L’elemento essenziale di questo genere teatrale è la figura del narratore/attore, che spesso si presenta sulla scena con la propria identità, senza sostituirla con personaggi fittizi, senza travestimenti, per raccontare storie.

Il teatro di narrazione ha infatti sedimentato la nozione che l’atto di narrare costituisca una forma autosufficiente del teatro, aprendo così la strada a una molteplicità di tentativi e di percorsi, i quali, per quanto spesso originali e affatto indipendenti, sono comunque cresciuti in un contesto nel quale pensare alla narrazione come a una pratica teatrale corrente risulta istintivo e del tutto ovvio.

Il teatro di narrazione tende a trovare in natura la propria materia prima: tende a metabolizzare il vissuto, a tradurre in pratiche inventive l’imprinting narrativo dell’infanzia, a coniugare identità personale e repertori di storie largamente preesistenti.

Marco Baliani e Marco Paolini sono tra i primi ad avventurarsi in questo tipo di teatro, riscoprendo le grandi possibilità e l’importanza del rapporto tra palcoscenico e spettatori, soprattutto per l’ambizione di questi due artisti di raccontare la storia sul palcoscenico ricostruendo alcune delle tragedie che hanno segnato drammaticamente l’Italia nei decenni del dopoguerra, come Ustica e l’omicidio Moro.

Marco Paolini (1956) si basa su un lungo e approfondito lavoro di documentazione, ad esempio sul crollo della diga del Vajont – nello spettacolo Il racconto del Vajont (1994) – nel quale parte da un libro che ricostruiva analiticamente i fatti, smentendo l’ufficiale versione di comodo. Tutto questo materiale doveva poi essere trasformato in forma drammatica. Paolini la trovò nella comunicazione in prima persona, rivolgendosi direttamente al pubblico. Non c’è racconto senza ascoltatore che è compreso nel gioco relazionale della narrazione. La scena di Paolini è vuota, ciò che conta per lui, sul piano epico e politico, sono le testimonianze e la memoria, sul piano teatrale l’organizzazione del racconto, la presenza scenica e la lingua. Il racconto sembra assumere una sorta di fisicità, si concretizza. L’unico modo per eseguire questo tipo di spettacolo è narrare e non interpretare i personaggi, scrivere al di fuori della forma dialogica e della rappresentazione scenica. Paolini ha continuato a scrivere per il suo teatro alternando spettacoli di dichiarato impegno civile, I-TIGI Racconto per Ustica (2000) sulla tragedia dell’aereo abbattuto a Ustica.

Questi spettacoli, non solo quelli di Paolini, vengono presentati in genere fuori dai teatri e dai normali circuiti distributivi. Sono lavori che nascono da un’esigenza forte e sentita dai loro autori-interpreti, per certi aspetti più etica che direttamente politica, e si riallacciano forse all’epoca della loro formazione artistica e civile, le lotte degli anni Settanta.

Con Marco Baliani (1950) caso diverso: lui prende il testo e lo riporta dalla forma scritta a quella orale. Seduto su una sedia, l’atto del raccontare è depurato da ogni altro elemento che non sia una ridottissima gestualità che accenna al personaggio o dona fisicità ai suoni attraverso il corpo. Nel 1998 il drammaturgo porta in scena lo spettacolo Corpo di Stato. Il delitto Moro: una generazione divisa, nel quale entra in gioco la Storia, l’uccisione di Aldo Moro, filtrata però attraverso un racconto in prima persona in cui sono montate assieme la memoria personale e quella storica.

Corpo di Stato. Il delitto Moro: una generazione divisa racconta i 55 giorni di prigionia di Aldo Moro su cui Marco Baliani ha costruito uno spettacolo di teatro civile. Il delitto Moro è uno degli esempi più folgoranti della presenza di una letteratura politica e civile in Italia, oltre che l’archetipo che dovrebbe governare ogni ricordo dell’uccisione dello statista democristiano.

Fare teatro politico, oltre che cercare di fare chiarezza e memoria degli avvenimenti, serve anche per raccontare a chi non conosce, a chi sente distante, la realtà storica.

Marco Baliani prova a raccontare i giorni del sequestro, così come li ha vissuti lui, nella Roma del 1978, attraverso una serie di micro-narrazioni. Il testo verbale è strettamente legato alla presenza scenica come è fondamentale il rapporto col pubblico che il narratore deve saper condurre per mano lungo i fili del suo racconto.

La drammaturgia del teatro di narrazione si fonda su questa rete di elementi: linguaggi, ritmi e tempi. Viene messo in atto il racconto come fenomeno narrativamente composito. Priorità del discorso, rispetto alla parola isolata, in un racconto in grado di generare un’immagine immaginata, creata, ricostruita dallo spettatore che traduce mentalmente la parola dell’attore in una sorta di sequenza filmica. È probabile che questo genere di spettacoli finiscano spesso per coinvolgere e commuovere un pubblico già sensibilizzato e conquistato alla causa. Ma non vogliono essere occasioni di semplice denuncia. Ambiscono a essere prima di tutto momenti di conoscenza e comunicazione, in questo senso si tratta di un teatro di impegno. Quindi, un teatro civile con una funzione che evidentemente gli altri media non riescono a svolgere in maniera altrettanto efficace: o perché evitano certi temi, oppure perché si limitano a fornire un’informazione superficiale, raffreddata da giornalisti ed esperti, filtrata dal supporto tecnico, senza poter restituire la sostanza della reale esperienza umana. Nel contempo, confrontandosi con una realtà forse troppo grande per poter essere ridotta in uno spettacolo, esperienze di questo tipo tendono a sfuggire alla gabbia dello specifico teatrale.

Molto spesso questo tipo di spettacoli possono slittare da un lato verso una forma saggistica, riconducendo l’attore a un ruolo di didatta; dall’altro aspirano ad un iperrealismo documentaristico, nel quale a parlare dovrebbero essere unicamente i fatti. È comunque importante tener presente che, per quanto gli spettacoli di questo genere siano fedeli alla realtà, saranno pur sempre un surrogato dell’esperienza e della sofferenza reale. Questo perché c’è il filtro dell’arte, che riproduce nel miglior modo possibile un fatto già accaduto; allo stesso tempo, l’arte, è una lente d’ingrandimento, un focus che permette di isolare il fatto e analizzarlo per quello che realmente è: qui scatta la coscienza critica dello spettatore.

Il teatro di narrazione e più in generale il teatro politico, comunque, possiede una sensibilità civile e un senso del tragico che gli consente di fare da testimone di una realtà che va scomparendo alla memoria del tempo. Dunque, ha come obiettivo quello di ravvivare il ricordo o addirittura di mettere alla conoscenza di tutti la Storia. È in questo senso che dal teatro narrazione si sviluppa il filone del teatro civile: portare in scena tematiche di attualità politica e sociale.

GIULIA MASSARELLI                                                                                                               (continua)