IL TEATRO TRA VERITÀ E DENUNCIA: MARIO TRICAMO – 8. Dario Fo: tra vocazione politica e invenzione artistica

di GIULIA MASSARELLI

 

Le correnti di pensiero portate avanti da Piscator e Brecht hanno suggestionato

i modi di fare teatro fino al secolo successivo. Tra gli artisti che hanno saputo analizzare queste correnti, captare le peculiarità e trarre una sorta di sintesi dei due pensieri, in Italia, troviamo Dario Fo.

Dario Fo (1926-2016), artista di grande talento, iniziò a lavorare nel teatro degli anni Cinquanta, sviluppando una forma di satira politica dai toni farseschi, prima per un pubblico borghese e poi iniziò a rivolgersi a un pubblico operaio, o comunque composto da militanti e simpatizzanti di sinistra, allestendo spettacoli spesso direttamente connessi alla situazione e agli eventi politici di stretta attualità.

Quello che Fo voleva fare, era tornare alle origini popolari del teatro e riscoprirne la sua valenza sociale. Il premio Nobel lavorava su una tradizione reinventata, quella del Medioevo giullaresco, marginale alla cultura ufficiale, irridente e trasgressivo.

La fase del teatro popolare-politico, però, comincia prima: nasce in un contesto sociopolitico-culturale in trasformazione, quello del 1968. In questo periodo l’atmosfera sociale e la maturazione artistica portano la compagnia della coppia – infatti Fo lavorava a stretto contatto con la moglie Franca Rame – a una rottura pubblica, a un rifiuto delle regole della società dello spettacolo: Dario Fo e Franca Rame decidono di cambiare completamente l’impianto organizzativo e strutturale del loro impegno teatrale. Lo strappo avvenne al termine della stagione 1967-1968: la compagnia Fo-Rame si scioglie e al suo posto costituisce l’associazione Nuova Scena. Tra i motivi di tale rottura c’è lo smettere di essere i giullari della borghesia; uscire dai circuiti teatrali ufficiali dove il potere è in mano solo a pochi impresari. Il loro obiettivo, da quel momento, è andare alla ricerca di un nuovo pubblico, il popolo, che non è mai andato a teatro; creare un altro tipo di lavoro e collaborazione, in cui la responsabilità non sia solo del regista, ma di tutti i collaboratori che non devono più sottostare a una gerarchia di ruoli. L’aspirazione di Fo è di creare, in Italia, un grosso circuito teatrale che diventi alternativo, per indirizzo politico e culturale, a quello tradizionale dei teatri stabili. Il loro pubblico, la gente delle piazze, chiede di sentir parlare della propria storia, dei propri problemi, non per protagonismo, ma per meglio capire la realtà che li circonda attraverso un’informazione facile, ironica e grottesca. Il teatro politico di Fo inizia qui e nasce come mutamento di intenzioni, mettendosi in contatto con le masse e indirizzandosi verso una teatralizzazione del discorso politico. Il motivo centrale è ancora la ricerca di una funzione popolare del teatro politico, lo scopo è quello di tornare alle origini popolari del teatro e alla sua valenza sociale. Il ruolo del pubblico non sarà più quello di spettatore passivo dell’evento scenico, ma di personaggio attivo: per coinvolgere il pubblico, affrontano e mettono in scena i grandi temi politici e sociali italiani, argomenti che il grande pubblico conosce bene. Il lavoro teatrale di Fo e del collettivo persegue il fine politico di creare una nuova coscienza di classe negli spettatori, smontando i meccanismi del potere affinché il popolo sia in grado di combatterli. Tale scopo viene raggiunto smitizzando, attraverso la satira, l’invincibilità della classe dominante e recuperando la creatività popolare.

Dopo aver tagliato i rapporti con i circuiti teatrali tradizionali, dopo aver scelto case del popolo, piazze, fabbriche come teatri, e dopo aver condotto lunghi studi filologici per arrivare a una documentazione precisa sul tema da trattare, Fo sceglie sé stesso come unico attore in scena che si esibisce in una lingua padana parzialmente reinventata e crea Mistero buffo.

Si tratta di un’opera nata da un’esigenza, da un’idea spontanea sorta a contatto con e per il popolo. Mistero Buffo (1969, ma ha avuto prefazioni diverse in seguito), è uno spettacolo nato come montaggio di scene giullaresche (ricostruite molto liberamente sulla base di materiali d’archivio) legate insieme da un racconto quasi didattico in cui Fo si rivolge direttamente al pubblico, raccontando dei giullari, della loro alterità, della loro teatralità fisica, della loro valenza politica in quanto portatori di una cultura popolare antagonista a quella ufficiale.

Fo raggiunge il suo obiettivo: si trasforma in uno strumento attivo e sarcastico indispensabile per il popolo; colui che risveglia le coscienze ponendosi al servizio della comunità, un capro espiatorio al servizio del popolo.

Per i testi Fo riprende materiali autentici, li aggiusta e li reinterpreta e spesso li riscrive totalmente: in alcuni casi trae spunto da cronache venete, in altri da spunti medievali o da racconti dei fabulatori della propria infanzia, in altri ancora lavora su canovacci originali arricchendoli di trovate o di contraddizioni, ripulendoli dalle falsificazioni a cui erano stati sottoposti negli anni. L’attore compie una ricerca di episodi scartati dalla storiografia ufficiale su canali lasciati da parte, spesso procedendo più sulle proprie intuizioni che sui documenti.

Anche Dario Fo, come già Piscator e Brecht, aveva cercato di teorizzare il rapporto tra arte e politica, cercando di asserire quale fosse prioritaria. Infatti, nonostante professasse socialismo e rivoluzione come suo unico credo, da sempre cercava di stabilire un diritto di autonomia d’azione dell’artista e dimostrare il valore politico del suo lavoro di scrittore e attore, amalgamando discorso politico e arte, intrattenimento teatrale e lotta rivoluzionaria.

Fo definisce i suoi spettacoli di propaganda e provocazione; è un teatro militante, che vuole stimolare il pubblico. Gli spettacoli accompagnano e commentano i fatti politici internazionali, pretendendo la riflessione e il dibattito successivo, si presentano come un momento di un impegno politico che va oltre lo spettacolo stesso. Fo dimostra che non bastano i contenuti a fare un teatro politico ma è essenziale il modo in cui questo viene elaborato, prodotto, diffuso.

Dunque, il teatro di Fo è a tutti gli effetti un teatro impegnato, che ha perseguito la strada già tracciata dai Maestri Piscator e Brecht. Quello che afferma il drammaturgo Dario Fo, è che per teatro politico si intende tutto ciò che si differenzia dal teatro ufficiale, tradizionale, divertente; un teatro in cui lo spettatore partecipa passivamente. Da sottolineare la frase Il teatro è politico, tutta l’arte è politica: è con queste parole che l’artista sembra trovare il punto di incontro tra Piscator e Brecht. Il rapporto, comunque, è unidirezionale, ovvero che tutto ciò che è arte è politica e non viceversa; questo perché l’arte porta a far riflettere, a una conoscenza superiore, ad una partecipazione. L’arte è comunicazione, scambio, conoscenza e crescita.

Con Vorrei morire anche stasera se dovessi pensare che non è servito a niente (1970), dà il via agli spettacoli di cronaca. Si tratta di uno spettacolo d’intervento, di un teatro con finalità didattiche che si propone come cassa d’amplificazione della controinformazione sugli eventi dell’attualità e della lotta di classe in atto in Italia e nel resto del mondo. Questo tipo di teatro parte dalla messinscena di avvenimenti d’attualità per dare un’informazione altra, per denunciare la condizione di sfruttati delle masse popolari, per stimolare una presa di coscienza critica da parte del pubblico e il dibattito su temi problematici. Un altro importante testo che fa parte di questo ciclo artistico è Morte accidentale di un anarchico (1970). Anche qui Fo prende spunto da un fatto di cronaca nera avvenuto nel 1969: la doppia tragedia della strage di stato di Milano e il suicidio guidato dell’anarchico Pinelli.

Nella stesura di Morte accidentale di un anarchico, Fo e la sua compagnia eseguirono un minuzioso lavoro d’inchiesta, servendosi di veri e propri documenti.

In questo spettacolo Fo utilizza la formula della farsa grottesca per analizzare un tema così tragico e attuale proprio per arrivare in modo più diretto al suo pubblico. La farsa è un’invenzione del popolo per sviluppare temi drammatici, perché la risata rimane impressa e richiama l’attenzione.

Il taglio politico di questo testo, la cui stesura è successiva a Mistero Buffo, è più diretto e dichiarato. Il legame tra vocazione politica e invenzione artistica Fo lo porterà sempre con sé, attribuendo al teatro un ruolo di denuncia e pronunciamento ideologico che trovano nella dimensione della comicità giullaresca il loro momento ideale di sintesi.

GIULIA MASSARELLI                                                                                                               (continua)