PARLAVA FRANCO ITALIANO

di FRANCESCO CORRENTI

È arrivato in vista di Civita Vecchia dalla strada che, lasciate a mano dritta verso il mare alcune zone d’acquitrino, attraversa una campagna pianeggiante, intervallata da qualche fossetto. E lì predominano grandi alberi di quercia dalla corteccia irregolare, ora grigiastra ora quasi rossa, con grandi fessure e risalti. Frequenti, lungo la strada, in quel tratto che conserva poche ma riconoscibili tracce della via originaria, i resti emergenti di vari sepolcri, piccole edicole o monumenti con l’effige a rilievo del defunto, e su qualche poggio più distante le vestigia di antiche fabbriche, cumuli di rottami murari, anche un tratto di parete più alto, un contrafforte o un arcone. Simili resti delle pareti perimetrali, sormontati su un lato da un minuscolo ma riconoscibile campaniletto, indicano in lontananza le spoglie della diruta chiesuola di San Lorenzo, a poca distanza dal mare, in fondo al prato omonimo che scende sulla destra, oltre la via che si vede arrivare al fosso del Rio, poco prima del guado del torrente.

Dal parapetto del misterioso Ponte del Diavolo, il panorama si apre verso il mare, prima coperto dalla macchia, fitta ed alta sul terreno in pendenza. Proseguendo, è bene eminente, a mancina, la serie di cime boscose dietro i più prossimi poggi e poi, lungo il declivio che termina a mare nella fitta selva delle alberature della flotta, il profilo netto contro il cielo di torri, campanili e tetti della terra.

Quasi di fronte, una collinetta coperta sul dorso dalla chiome d’una macchia di ulivi, mostra i segni d’una cava che ne ha asportato una parte: certamente utilizzata nelle tante opere per ammodernare la piazza ed il porto. Avanti a tutto il profilo urbano, a ridosso del perimetro lineare della cinta bastionata rimarcato dalle linee del parapetto e del cordolo e replicandone andamenti e sporgenze appuntite, la bassa barriera della braga fascinata, a filo dello spalto che delimita la strada coperta sulla controscarpa del fossato. Dalla cinta emergono le garitte coi tetti appuntiti, sugli angoli salienti della stessa, e le coperture degli edifici più alti: quelli sulle mura castellane e le loro torri sul lato di ponente e di tramontana, il campaniletto della Matrice, l’alta torre della Rocca e, dietro la porta di Corneto a metà dei fianchi doppi con il suo rivellino, i tetti del recente fabbricato dei granai e dei magazzini per i mercanti in darsena e, contro la linea marina dell’orizzonte, gli ultimi piani della Lanterna, altra recente opera della Venerata Memoria di Paolo III Borghese.

Entrar nella terra non gli è difficile. A Porta Cornetana, smontato da cavallo e fermato dalla voce della guardia nel rastello tra il rivellino e l’ingresso, ha pronta la patente di sanità e l’innesta nel taglio all’estremità della lunga canna che, come al solito, gli viene spinta davanti dal soldato apparso oltre le sbarre. Certo, il ricordo delle notizie terribili che per un intero lustro erano giunte – fino a due anni prima – dal Ducato di Milano e dal Granducato di Toscana, è ben presente ed ha imposto rigide misure di controllo contro l’epidemia di peste bubbonica, l’ultima a manifestarsi in Europa. Anche nella Repubblica di Venezia e in varie altre parti si erano avuti contagi e moltissime morti. La quarantena per persone e merci che arrivano in porto da paesi del Mediterraneo sospetti è da tempo una prassi costante. Ma per il resto, ormai, l’allarme è attenuato e già l’aspetto delle persone rassicura gli addetti, per cui le fedi o le patenti di sanità non richiedono verifiche troppo accurate.


L’esame della carta, infatti, è rapido e non suscita perplessità, come in tutti i precedenti controlli del suo viaggio.

Del resto, la patente della Serenissima Repubblica di Genova è autentica: il Cabinet des dépêches, l’ufficio che sovrintende alla rete del Secret du Roy, organizzato dal cappuccino padre Giuseppe, le Père Joseph (al secolo François Leclerc du Tremblay, detto L’Éminence grise)conosce perfettamente il suo mestiere e fornisce ai suoi agenti documenti ineccepibili e ingegnose dotazioni nascoste per le situazioni di emergenza che occorreranno tre secoli e fantasiosi inventori per ritrovarne d’analoghe. Non a caso, i criteri ed i metodi cui si ispira l’ufficio sono quelli ideati dal potentissimo personaggio che – attraverso il suo onnipresente alter ego – ha affidato la missione esplorativa nello Stato della Chiesa al nostro sedicente «Gio. Batta Parodi del quondam Nicolò»: è il primo ministro del Regno di Francia e del re Luigi XIII, cardinale Armand-Jean du Plessis duca de Richelieu, elevato alla porpora proprio da Urbano VIII, pontefice regnante. Non si tratta di un gesto di ostilità, né nasconde future intenzioni sleali, date le mosse già poste in essere apertamente, anche quando avevano suscitato com’era prevedibile le ire papali. Ma conoscere in anticipo le forme e la portata dei provvedimenti della Chiesa in vista degli sviluppi delle vicende europee (e non solo) rappresenta per la Francia un dato conoscitivo indispensabile.

Il nostro risponde a tono alle domande delle sentinelle, anzi le spiazza: è un viaggiatore genovese di passaggio, diretto a Roma per certe questioni economiche dei mercanti liguri in Corsica, connesse a forniture fatte alla Guardia còrsa papale addirittura dal tempo di Clemente VIII. Dimostra di conoscere la sua città, il nome del Patrono, San Giovanni Battista, e del Doge in carica. Viene fatto passare nell’androne e scambia delle battute sul viaggio con quelli del corpo di guardia: quest’anno la primavera è già scoppiata, gli alberi sono tutti in fiore, fa un caldo insopportabile, a cavalcare sotto il sole! Da loro ha indicazioni per l’alloggio, dalla parte opposta del borgo.

Rimane subito colpito dalla quantità di lavori in corso che si vedono in ogni parte: già appena varcata la porta, sulla spianata davanti ad una chiesetta affiancata da un piccolo ospizio, una specie di grande arco trionfale s’innalza con le sue pietre nuove e biancheggianti al sole. Il fornice centrale sormonta una doppia vasca in cui poggia una strana scultura in marmo e a guardar poi dall’altra parte si nota che la facciata opposta, i suoi pilastri laterali e l’attico con l’iscrizione e lo stemma mostrano d’esser più vecchi dell’altra parte.

Traversa il piano, dove si sta demolendo un tratto di muro, tenendo la cavalcatura per le redini, oltrepassa il palazzo apostolico con l’altissima torre e, sull’angolo, il torrione rotondo, e quindi percorre tutta la strada che gli hanno indicato come Strada maggiore e che si è trovato subito di fronte. Ne nota la pavimentazione in mattoni posti di coltello, in verità alquanto dissestata in molti tratti, e a destra e a sinistra le case, di due o tre piani, si susseguono senza interruzione, a parte un paio di vicoli stretti, e molte sono le botteghe.

Supera una piazzetta ed una chiesa di forme assai antiche, che ricordano quelle dalle sue parti, a lui ben familiari, prosegue tra le case ed esce dalla vecchia porta ad arco nella torre che chiude la strada (è la Porta Romana della cinta castellana, quasi di fronte alla nuova aperta tra i bastioni). La stazione di posta è proprio lì fuori, a destra di fianco alla torre, dopo un tratto di cortina antica rimasto quasi intatto. Più oltre, ultima costruzione verso il porto, un edificio con un portone dotato di una rampa, in cui vede entrare alcuni carri trainati da bufali, carichi di grandi casse. Lega il cavallo ad uno degli anelli sul muro della locanda, entra nella porta a due grandi battenti sormontata dall’insegna dipinta e si presenta all’oste, spiega che la sua sarà una sosta d’una sola notte, pattuisce e paga in anticipo i tre giuli del prezzo, tutto compreso, letto, stalla e la cena della sera.

Affidato ad un inserviente il bagaglio e poi il cavallo, si sofferma a parlare col padrone, ponendogli alcune domande. E quello è ben lieto di dare informazioni al forestiero, di stupirlo con particolari curiosi, di impressionarlo con notizie mirabolanti.

«La casa in cui entrano i carri è il magazzino dell’allume, il prodotto preziosissimo destinato all’imbarco nel porto, che proviene dai monti retrostanti percorrendo una strada apposita, con l’impiego di bufali della Maremma, anche quattro per carro, a seconda del peso delle casse, che possono contenere da nove a quattordici cantari di pietra. I bufali impiegati, in totale sono poco meno d’un centinaio, ma centinaia, circa cinquecento, sono le persone che direttamente o indirettamente sono al servizio della Reverenda Camera per tutte le attività legate all’estrazione e lavorazione dell’allume, gli addetti alle cave, alle fornaci, alle caldaie, al reperimento di legname, di fascine, frasca e fieno, e i prodotti agricoli per il sostentamento degli uomini e del bestiame, e quindi, ancora, gli operai, i contadini, gli artigiani a supporto delle innumerevoli lavorazioni, per l’alloggio, per il vestiario, per la cura delle anime e per… e poi…»

Inarrestabile! La foga dell’oste è inarrestabile! ma il suo racconto entusiasta esplode senza alcun freno quando il viaggiatore, con fare ingenuo, chiede se tutti quegli stemmi con le api che ha visto, nuovi nuovi, su tante fabbriche e quei cantieri che sembrano brulicare di maestranze in ogni parte del paese… sono veramente nuove, grandi opere volute dal Pontefice, se davvero questo Papa Barberini ha intrapreso un rinnovamento ed un potenziamento tanto vasto e profondo quanto gli è apparso…

«Ma vogliamo scherzare?! Ma ha guardato bene?! Ma ha un’idea di cosa era questa terra e cosa era questo porto, prima della salita al Sacro Soglio di San Pietro di Nostro Signore Urbano VIII?! Il porto! Era fatiscente, il porto! Rovinato dalle ingiurie del tempo! Non c’era una fontana per rifornirsi d’acqua, i fondali erano ingombri di rottami di navigli affondati, di fango e di muri crollati, i due bracci dei moli consunti, l’antemurale in più punti sfondato dalla furia dei marosi! E la terra, le case e l’intero abitato? Completamente sguarniti, aperti verso il mare senza alcuna difesa! Venga, venga con me a vedere!»

E quindi, seguendo l’oste che esce e che  –  là intorno  –  tutti conoscono e salutano, il nostro viaggiatore inizia, senza parere, la sua ispezione, anzi, proprio quella che è la sua missione. Sperando in cuor suo che la stessa fortuna di trovare altre guide disponibili e altrettanto chiacchierone, l’accompagni nelle prossime tappe.

Lungo la strada, così, vede che scavi, trincee e impalcature sono effettivamente dappertutto, operai al lavoro dovunque, un via vai continuo di carretti trainati da buoi o da muli e carichi all’andata di materiali. Percorrono, passeggiando lentamente, la spianata tra le vecchie mura castellane e i rampari dei terrapieni a meridione, dove c’è un pozzo e dove sono stese al sole in lunghe file di pali e corde le lenzuola dei quartieri militari, lavate da un gruppo di donne nel vicino lavatoio a ridosso delle stesse mura. Salgono sugli spalti, praticamente deserti. Delle troniere delle lunghe cortine tra le piazze dei baluardi solo una o due sono armate da pezzi d’artiglieria con accanto le piramidi delle munizioni. Neppure nelle garitte si vede anima viva e, a parte gli uomini al lavoro in tante parti delle mura, la sorveglianza di scolta è completamente sguarnita. Si affacciano dai merloni e lui scruta oltre i fossati, memorizza ciò che vede, la disposizione delle fortificazioni, i rivellini, le difese esterne.

Ritornano verso l’osteria, con l’oste molto soddisfatto e orgoglioso di aver dimostrato la grandiosità delle opere pontificie, l’importanza della sua cittadina, la sublime generosità del Santo Monarca. Si salutano, rimandando a dopo altri commenti. Il nostro si dirige allora verso la piccola chiesa affiancata ad un altrettanto minuscolo convento, entrambi dall’aspetto non nuovissimo ma certo moderno, eretti su un leggero rialzo del terreno, intorno al quale son passati prima più volte. Si sofferma davanti ad una colonna che s’innalza più avanti, sormontata da una croce su due braccia incrociate, poggiata su un riquadro di alcuni gradini e su un basamento modanato. Da lì, una gradinata sale dalla strada che unisce le due porte per Roma, verso la chiesa. La strada, lì, è formata da larghe pietre piatte, solcate da due segni paralleli lasciati dal continuo passaggio di carri e riconosce che si tratta d’una via antica, come ne ha vite tante volte, in questo suo viaggio e in passato, anche in patria. Ed antichi sono, evidentemente, tutti quei resti di muri che affiorano tutt’intorno, specialmente verso la cortina che chiude la grande spianata verso il porto ed il mare, dove sono in corso altri lavori e vede uomini che scavano ed un via vai di carri per portare la terra tolta dal grande incavo realizzato per trasportarla poco lontano, oltre l’angolo del bastione, dove altri uomini la spandono e la compattano ad incrementare la scarpa dei terrapieni. Vicino alla chiesa, in alto, ai lati della gradinata sul piccolo ripiano del sagrato, corre un muretto basso e leggermente arcuato, come un sedile che fa ala alla semplice facciata a capanna. Non è avvezzo a riflessioni sentimentali, il suo mestiere vuole sangue freddo, astuzia, anzi doppiezza, e molta concretezza. Ma guardandosi intorno lì dove si trova, così lontano dalla sua città, dai luoghi consueti, in questa piccola terra d’una nazione estranea e tuttavia governata da quella che, fin dall’infanzia, è stato educato a considerare l’autorità suprema, l’espressione del Signore dell’Universo, del potere tremendo ma giusto che è al di sopra di ogni altro potere terreno e dei re e di tutte le cose, ha un breve momento di turbamento.

Ha ben presenti i rischi della sua missione. E di quella degli altri tre commilitoni che stanno contemporaneamente percorrendo altri itinerari.  Visitare e constatare la situazione di efficienza, di capacità difensiva e di reazione dello Stato Ecclesiastico e, nel suo caso, assumere ogni informazione possibile sull’entità delle guarnigioni e sull’armamento nelle piazzeforti sul Tirreno. Di questi tempi, non è certo un viaggio di istruzione e di diletto, come quelli che sono diventati sempre più di moda, in Francia come in altre nazioni, tra letterati ed artisti, ormai ben più numerosi dei pellegrini romei quando non sono previste le indulgenze plenarie solenni degli anni giubilari. “Ciuita Vechia” è la prima di quelle piazzeforti e sa bene che è la più importante. Sarà da qui, in caso di guerra, che partirà la flotta delle galere papaline per incursioni contro porti e città francesi o per azioni di corsa contro navigli. Con questi pensieri, si accosta al portale della chiesa, ne spinge la piccola porta ricavata in una delle ante ed entra nella navata, segnandosi della Santa Croce con l’acqua benedetta  d’un catino di pietra infisso nel muro. La navata è deserta, siede sull’ultimo banco d’una breve fila ed osserva.

La chiesa all’interno è modesta quanto all’esterno, le pareti non hanno ornamenti, come era spoglia la facciata, con una grande apertura centrale e due finestrelle più in basso. Il tetto è sorretto da alcune capriate in legno e sulla parete di fondo si apre l’arcone dell’abside semicircolare. L’altare è posto in fondo, addossato alla parete ricurva con il suo tabernacolo, e sopra è appeso un quadro, fiancheggiato da due alte finestre anch’esse ad arco. Ai lati dell’altare, quattro scranni per parte formano il coro dei frati. Una porticella in fondo alla parete di destra immette probabilmente alla sacrestia ed al convento. Istintivamente, ripete tra sé le parole d’una preghiera, poi prende dalla bisaccia che porta ad armacollo un suo libretto ed un foglio di carta che tiene lì dentro piegato, trova tra altri oggetti la cannuccia con l’ematite e, appoggiato al piano dell’inginocchiatoio davanti a lui, disegna la pianta di quanto ha veduto. È uno schizzo parziale, perché non ha ancora inquadrato l’andamento generale dei luoghi, che si ripromette di completare dopo altre  ispezioni.

Ma proprio a quel punto, un vecchio frate cappuccino dalla barba bianca e lunga che gli copre le guance e il mento, esce dalla porta della sacrestia, lo vede, si porta davanti all’altare dove si genuflette rimanendo un poco in ginocchio, poi si inchina profondamente, si alza, si gira e gli si avvicina, salutandolo:  «Pax et Bonum, frater!» Risponde con un cenno del capo, ripetendo sottovoce le stesse parole. L’apparizione del frate è stata improvvisa e lui non ha pensato a riporre foglio e libretto nella sacca. Il frate gli chiede da dove proviene e se è un pittore, ne passano di frequente e molti sono i francesi  – il tono è un po’ malizioso -, si stupisce di saperlo genovese, dalla parlata non se n’era reso conto… Aggiunge di conoscere bene il convento, anzi, i conventi francescani di Genova, quello della Santissima Concezione e quello di San Barnaba, che era stato prima il monastero delle monache cistercensi e venne dato ai figli di San Francesco un secolo addietro, quando furono chiamati a prestare assistenza spirituale agli infermi presso il grande ospedale detto di Pammatone, nel quartiere di Portoria.

 “Giobatta” è perplesso, sul chi vive, si rende conto che deve parlare il meno possibile, sia per non venire smentito con le cose che non conosce, sia per non tradirsi con accenti e pronunzie rivelatrici. Sul fatto del pittore non ha detto nulla di preciso, ha bofonchiato di voler conservare qualche ricordo di questo viaggio a Roma, di questo «tour», come dicono i francesi – e lui scandisce un po’ la parola -, che difficilmente potrà ripetere nella vita ed anzi, precisa che, allo scopo mercantile per cui deve andare per conto terzi nella Città Santa, intende unire proprio il valore personale ed intimo di “pia gita”, di “andata devota” e con tutte le forme del pellegrinaggio penitenziale alla Tomba di San Pietro Apostolo.

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L’anziano minorita – fra’ Cristoforo da ***, s’è presentato – lo prende per un braccio e lo fa alzare, conducendolo verso l’altare, continuando a parlare. È passato a descrivere la sua chiesa e racconta che fin dal 1610 s’era posto mano a costruirla: «La Camera Apostolica Reverendissima, proprietarie di tutta l’area entro e intorno alle fortificazioni di Pio quarto e Pio quinto, aveva fatto concessione del terreno alla Communità, e questa, a sua volta, l’aveva concessa all’ordine dei Minori conventuali, riservando a sé il giuspatronato. Tutti ancora ricordano la solenne, commovente cerimonia che vi fu in quell’ anno, quando i nostri confrati, che allora avevano il loro piccolo cenobio e la chiesuola fuori le mura, partirono da lì in processione, recando una grande Croce. Erano trascorsi oltre vent’anni da che il nostro ordine aveva ricevuto in dono quella proprietà (che era una vigna con casale ed oggi ricade all’interno della possente mezzaluna, ormai del tutto ultimata) dalla generosità dell’illustre e molto onorevole capitano Francesco Andreotti, devotissimo al suo Santo. Grande fu quindi l’emozione quando il corteo, entrato dalla Porta Romana, raggiunse tra due ali di popolo in preghiera questo luogo, ove lo attendevano il visconte, il camerlengo e tutta la magistratura civica in pompa magna, presente il rappresentante del governatore. Con rogito notarile si procedette alla consegna del terreno, immediatamente consacrato col piantarvi la Croce.»

“Giobatta” ascolta le ultime frasi in ginocchio insieme al religioso, davanti all’altare, raggiunto nel frattempo. Non osa interromperlo e spera del resto di apprendere altre notizie che possano essergli utili per i suoi scopi. Fra’ Cristoforo, infatti, rialzatosi, riprende a parlare e gli indica la pala appesa sopra l’altare, leggendone l’iscrizione con stemma a piè della stessa:

«È un dipinto ad olio, dono di Gioseffo Angelucci, luogotenente della Fortezza, fatto da pochissimi anni – vedi, il cartiglio è datato 1630 – per dare ornamento e fonte di edificazione al coro dei religiosi ed a tutta la chiesa. Rappresenta a grandezza naturale San Francesco che riceve le stimmate ed è opera ragguardevole di Domenico Zampieri, detto il Domenichino, celebre artista della Legazione di Bologna che per qualche tempo è stato anche architetto del Palazzo Apostolico ed ora, da quanto ho saputo, è al servizio della Corona di Spagna, chiamato a Napoli dal Viceré a decorare la cappella di San Gennaro nel Duomo della Capitale di quel Regno. Una tela molto simile, con il nostro Padre Serafico nel saio marrone, il cordiglio in vita, i piedi nudi e le braccia aperte, sorretto da un angelo mentre si abbandona al turbamento per la compartecipazione alla Passione di Gesù, è stata contemporaneamente dipinta dallo stesso autore per la nostra Chiesa di Roma. Sai, è quella dei confratelli cappuccini, fatta costruire, su disegno di padre Michele da Bergamo, cappuccino ed architetto pontificio, dal cardinal Antonio Barberini, anch’egli frate cappuccino e fratello di Sua Santità, che ne ha benedetto la prima pietra e vi ha celebrato la prima messa. La Chiesa è vicinissima al Palazzo che il Papa ha voluto per la sua famiglia e ti consiglio, arrivato a Roma, di andare a vedere sia la Chiesa, sia il Palazzo, oltre che visitare come hai detto le sette Chiese, contrito e confessato, guadagnandoti i tesori immensi delle Indulgenze, ossia la cancellazione delle pene temporali dovute ai tuoi peccati. Mi raccomando, non fare – e il tono è un po’ malizioso – come fanno i francesi

Francamente, “Giobatta” non coglie il senso delle ultime parole del frate, ma intuisce che dietro quelle forme rilevate della parte superiore del volto, con quel capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito, non si nasconde un animo ingenuo e credulone – gli vien quasi da dire “candide” ma si rende conto che non è ancora tempo – e dentro quei due occhi incavati, per lo più chinati a terra, ma che talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina, coglie uno sguardo che penetra in profondità e vede pure molto lontano.

Sono usciti dalla chiesa e il frate gli mostra la colonna crucifera da lui già notata prima e inizia a spiegargli che l’hanno collocata lì per rispettare la devota consuetudine di porre simili emblemi «davanti alle chiese, soprattutto quelle dell’ordine francescano». E conclude:  «Potrai vederle a Roma, figliolo, davanti a San Francesco a Ripa, a San Pietro in Montorio, a San Sebastiano, ai Santi Nereo e Achilleo, a San Cesareo de Appia, a San Pancrazio, a San Francesco di Paola.»

Senza dargli il tempo di aprire bocca, fra’ Cristoforo, mentre i suoi occhi s’accendono e tornano a sfolgorare, con vivacità repentina, come due cavalli bizzarri, tende il braccio con l’indice teso verso il muretto basso e leggermente arcuato ai lati del sagrato ed inizia a dire che quel posto, quella specie di piazza, popolarmente (ma ormai anche da parte dei forestieri, compresi gli architetti che seguono i lavori che si vanno facendo), è chiamato “il monte delle ciarle”. Gli avrebbe poi spiegato che si chiama così perché è l’unico posto della terra dove potersi ritrovare e conversare, a sera, dopo il lavoro (e puoi immaginare le donne, per non parlare delle gaetane e delle pozzolane) e, al tempo stesso, vedere il mare all’orizzonte, cosa impossibile da dentro il paese, con tutte le mura e le case sovrastanti. Che ci si sta a chiacchierare aspettando, sulle ventitré, di veder calare il sole dietro l’antemurale, mentre dal  campanile della Matrice dei padri domenicani, dal nostro di San Francesco e da tutti gli altri giunge il primo dei tre rintocchi dell’Avemmaria, seguito ogni mezz’ora dagli altri. Intanto, le guardie alle porte calano le saracinesche e sbarrano le ante dei portoni e, finalmente, tutti tornano alle loro case: è quel momento che ’ntenerisce il core e segna l’inizio delle ore piccole. Perché, lo sai bene, noi non contiamo le ore alla francese.

Ma tutto questo, ed anche il tono un po’ malizioso dell’ultima frase, è rimasto nelle intenzioni di fra’ Cristoforo, che non riesce questa volta a farsi ascoltare, perché “Giobatta”, appena udita pronunciare la parola ciarle, quasi ne fosse stato improvvisamente scosso e risvegliato come chi, assopito o distratto o immerso nei suoi pensieri, venga di colpo scrollato e riportato alla realtà, gli grida: «Pax et Bonum, pater!» E si allontana velocissimamente, discendendo a grandi passi da quel “monte delle ciarle” che poi, a dire il vero, è solo una gobbetta del terreno.

L’interruzione francescana l’ha spiritualmente arricchito, però l’ha distolto dal suo incarico. Rientra quindi rapidamente da quella ch’è detta la “Porta del Barone” (ma lui non lo sa), percorre a grandi passi la Prima strada o Strada maggiore, dà un’occhiata alla bottega di barbiere che vede sulla destra, chiedendosi se sia il caso di profittarne per una sforbiciata a barba e capelli, e torna a concentrarsi sui lavori, veramente des grands traveaux, che questi indecifrabili italiani stanno realizzando, oltretutto con una velocità incredibile!

Davvero! uscendo dalla porta con il ponte levatoio verso il porto, è davvero impressionante la lunghissima incastellatura di pali e palanche lungo la stretta banchina tra l’acqua e le case del borgo! Qui, da una parte, si vedono fabbricati di vario tipo, anche vetusti, con pareti abbattute e stanze sventrate, alcuni ancora coperti dalle travi del tetto, altri ridotti ormai a poche murature, con lo scopo evidente di ricavare un spazio libero verso il mare. Più avanti, dietro le impalcature, un grosso muraglione merlato e armato all’antica, con due piani di camminamenti o gallerie ed un marciaronda superiore, raggiunge nella parte terminata un’altezza di circa venticinque piedi.

Senza dare nell’occhio, ha preso degli altri appunti sul foglio, cercando di capire e riportare nel disegno la forma generale del porto, dei moli, delle costruzioni che riesce a scorgere intorno. Ha anche chiesto qualche informazione generica ad alcuni pescatori indaffarati vicino alle loro barche a rammendare le reti ed ai bonevoglie che, con molta flemma, sono intenti a spazzare intorno al rastello che protegge il ponte in legno sul piccolo fossato davanti alla porta d’ingresso. «Porta Livorno», l’ha detta uno di loro ed ha aggiunto: «Questo resterà il solo varco nel recinto della piazza, insieme all’altro che si sta realizzando sulla cortina dalla parte della Fortezza. Tutti i passaggi e le scalette che ci stavano prima sulla fronte del porto, adesso, sono stati accecati dal nuovo muraglione.»

Ha anche scherzato con quel tale sul fatto che – proprio come nella “sua Genova” – la folla, assiepata in varie occupazioni o semplicemente seduta senza scopi apparenti sui ripiani del molo, sia di tante nazionalità e sfoggi tanti costumi diversi ed ha chiesto se vi siano misure di controllo degli stranieri.

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Ne ha avuto una risposta rassicurante: «Ma questo è un porto di mare ed un porto franco! Ti rendi conto anche tu di quello che abbiamo noi qui! Già da cinque anni papa Urbano ha concesso le franchigie portuali. L’entrata in porto è libera, da qualunque nazione vengano le navi e qualunque merce portino. Non vi sono gabelle ed è assicurata l’immunità a chiunque resti nel porto, anche se ricercato per debiti o per altri reati, purché non commessi entro i confini dello stato ecclesiastico. Guarda lì, vedi? Cristiani, ma di tante nazioni, di pelo castagno o corvino, fulvo o ramato o flavo… e poi ci sono schiavi mori e turchi e tanti altri d’ogni genere, diversi per le varie vesti e copricapi o acconciature. Pensa che non tanti anni fa, ero ancora un ragazzo, sono sbarcati qui più d’un centinaio di persone che erano gl’ambasciatori d’uno de’ Regni del Giapone e i famigli di loro compagnia e servizio, e avevano abiti et armi di foggia particolare e loro stessi avevano un aspetto particolare, con occhi diversi dai nostri e capelli rasati in fronte e tenuti lunghi a mo’ di coda tra le spalle».

A questo punto, ha dovuto interrompere il suo colloquio perché è stato raggiunto da un soldato che, imbracciando un lungo moschetto, l’ha avvisato che i suoi movimenti erano stati notati ed avevano suscitato sospetti, anche per certi dettagli degli abiti e della parlata, che lo facevano ritenere non già un suddito della fedele Repubblica di Genova ma una spia dell’ambiguo e spregiudicato governo francese, già da tempo schierato dalla parte dei principi protestanti contro l’imperatore cattolicissimo e, nonostante i favori elargiti dalla Santità di Nostro Signore, colpevole di ripetute ostilità verso la Santa Sede. Lui ha replicato che no, non è la spia di nessuno, semmai un curioso ed un ammiratore di quanto vede di grande lì attorno.

Si è poi allontanato verso l’apertura in cui vede che sta per entrare una galera giunta da fuori del porto, attraverso la bocca laggiù, presso la lanterna. Si sentono gli ordini secchi dati a gran voce alla ciurma e lo scafo fila veloce verso quel varco, poi tutti i remi vengono alzati in verticale così da non urtare le banchine ai lati e la nave entra d’abbrivio nel bacino. La vede, la segue, raggiungendo l’estremità del molo e rendendosi conto della forma dell’invaso. Torna davanti alla porta e va poco oltre, siede sul bordo della calata, sulle grandi pietre squadrate, e osserva i lavori alle sue spalle. Riapre il foglio, aggiunge sul disegno le ultime cose che ha visto e ne scrive il titolo: «Ciuita vecha en lestat quelle est a present».

Il suo è necessariamente uno schizzo molto sommario della cinta bastionata e del porto con poche annotazioni che gli serviranno per ricordare ed aggiungere poi, con calma, qualche dettaglio e dato più preciso. Si è fatto un’idea generale della terra e la rappresenta, con l’indicazione degli interventi in corso che ha potuto notare: fossato, controscarpe e rivellini intorno alla cinta bastionata. Non ha disegnato il rivellino di Porta Corneto e dire che ci è passato da presso. Segna la banchina sul lato esterno della darsena verso il bacino principale e delle case che vede in demolizione scrive: «Maisons qui doibuent estre abatues pour faire la courtine auecques son rampart et remplir ce uieus bastion».

Annota anche alcuni elementi che vede a distanza, per quello che riesce a distinguere da quel suo punto di osservazione: lo stato dell’antemurale e del molo sulla destra con le «vielles Masures» che hanno iniziato ad abbattere, la grande estensione dell’altro molo a sinistra che gli sembra formato da due lunghi segmenti rettilinei ma non ne è troppo sicuro, perché c’è ancorato davanti un grosso vascello coperto dal solito telone che ne nasconde una parte.

Ma si ferma, perché capisce che deve interrompere la visita al porto e rientrare nel recinto del borgo, dato che si avvicina l’ora del tramonto e vede i vari gruppi di persone dirigersi ai luoghi dove passeranno la notte. Molta gente si avvia verso Porta Livorno, mentre i muratori e gli altri operai che erano sulle impalcature – ed anche quelli che dagli abiti appaiono come soprintendenti dei lavori e capimastri – si avviano verso la Fortezza, vicino alla quale, nello spazio verso la Savorra, è situato un folto gruppo di tende e tendoni, che sono evidentemente il villaggio al servizio del cantiere del Muraglione.

“Giobatta” si cala il cappello sugli occhi, sistema la mantella, tenendo ben stretta al petto la bisaccia anziché poggiarla sulle spalle e si accoda alla fila che si accalca verso i cancelli ed il ponte in legno ancorato ai bolzoni, ripercorrendo al contrario il tragitto per uscire nel porto. S’incunea nel passaggio, entra nella Porta, avanza nell’atrio affiancato dai corpi di guardia che con un corridoio a gomito sbocca sulla piazza d’armi davanti al palazzo della Rocca. Però lo perdiamo di vista.

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Vediamo che la coda di uomini e donne che seguiva “Giobatta” ha un momento d’arresto, qualcosa sembra agitare le teste della folla in fondo all’androne, ci pare di cogliere voci, qualcuno che grida, ma siamo lontani, il muro d’angolo copre la seconda parte del vano e adesso non s’ode più nulla, soltanto il vociare indistinto di quelli che avanzano.

Nel porto, i tanti rumori si attenuano, si smorzano nello sciabordio delle onde, nello scricchiolio dei legni, nel soffio del vento.

Un tocco vicino, poi gli altri, d’intorno, risuonano secchi nell’aria sospesa: c’è pace  e la luce del crepuscolo si tinge di un caldo colore… è l’ora… l’ora dell’Ave Maria…

Il mio racconto dell’arrivo a Civitavecchia, del soggiorno, dei movimenti e della “scomparsa” nel corridoio a gomito di Porta Livorno del protagonista – il sedicente (ma solo nel mio racconto) Gio’ Batta Parodi di Genova e forse, invece, un “esploratore” di diversa provenienza e di intenti assai diversi da quelli fattigli dichiarare da me – è, dalla prima parola all’ultima, una mia invenzione. Una invenzione che però prende spunto da una mia ipotesi di attribuzione risalente più o meno al 1975, pubblicata nel 1985 e riproposta nel 2005. A sua volta originata da un documento autentico e da altri documenti autentici che io ho supposto di poter collegare ad un’unica vicenda, piuttosto insolita ma con diversi riscontri storici e del tutto plausibile.

A questa invenzione, ho poi unito diverse “citazioni” erudite (a volte anche forbite), tratte spudoratamente da Autori così, con la maiuscola, o dal sapere mediatico delle varie “pedìe”, riferendomi tuttavia ad avvenimenti realmente accaduti, a personaggi storici realmente vissuti, a luoghi realmente esistiti. Se non possibile diversamente, in mancanza di dati certi, ho descritto mie ricostruzioni scientificamente attendibili di fatti, persone, cose e località, ricorrendo in un caso anche all’uso arbitrario del nome di una celeberrima figura della nostra letteratura (omonimia, quindi, assolutamente non casuale ma voluta).

Attraverso questa mia invenzione, inoltre, ho tentato di approfondire e risolvere un paio di questioni storiografiche rimaste alquanto incerte.

La prima riguarda il “considerabile” quadro del Domenichino che Gaetano Torraca (nella nota 3 alle pagine 55-56 del suo libro Delle Antiche Terme Taurine del 1761, di cui ho curato la ristampa anastatica nel 1991) afferma presente dal 1630 nel coro dei Padri Conventuali nella chiesa di San Francesco, senza però dirne il soggetto né descriverlo.

L’attuale chiesa di San Francesco d’Assisi, costruita dal 1770 al 1782 su progetto di Francesco Navone a sostituire la precedente del 1610-15, forse già ingrandita prima del 1710, poi divenuta cattedrale nel 1825 e, infine, ricostruita quasi integralmente nel dopoguerra (1946-52) con un nuovo episcopio, su progetto di Plinio Marconi, conserva, in una cappella laterale, sul lato destro, una Natività attribuita alla scuola del Domenichino. Il ricco dossale dietro all’altar maggiore è costituito da una struttura architettonica in stile corinzio, con due colonne che sorreggono una trabeazione lievemente concava, conclusa da un timpano che ne segue l’andamento, in cui, entro una cornice di forma rettangolare sormontata da un semicerchio, è inquadrato il grande affresco di Antonio Nessi (Roma 1739-1773) rappresentante San Francesco che riceve le Stimmate.

Credo che questo soggetto non sia casuale. Naturalmente, nell’iconografia del Santo, la miracolosa “impressione” delle Stimmate è uno degli episodi di maggiore significato religioso, che ben si presta ad una trasposizione artistica con accenti fortemente emotivi. Partendo da questa considerazione e immaginando le probabili intenzioni (anche devozionali) del donatore e dei frati del tempo, ho immaginato che il quadro ricordato dal Torraca non fosse la Natività ancora esistente – che poteva anche essere giunta nella chiesa contemporaneamente, senza esser stata ritenuta da segnalare –  bensì un esemplare di quella rappresentazione del Santo, trafitto e sopraffatto dall’estasi, che era stata prescelta esattamente negli stessi giorni in altissimo loco per la location francescana (passatemi i termini) in quel momento più prestigiosa.

La seconda questione che mi incuriosiva era la ricostruzione dello stato dei luoghi dell’area situata tra le due Porte Cornetane, la vecchia e la nuova (rispettivamente, a sud e a nord), e tra la chiesa di San Paolo, a monte (levante), e il Palazzo della Rocca a valle (ponente), quale appariva in una delle immagini più esatte della città, che è anche la più grande e la più scenografica, ossia la veduta Portus Traianus ad Centum Cellas, affrescata negli anni tra il 1580 e il 1585 da Antonio Danti, in base ai cartoni del fratello fra Egnazio, come le altre straordinarie rappresentazioni cartografiche dell’Italia, nella Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano. L’affresco della veduta di Civitavecchia è posto a pendant della veduta del porto di Ancona, in fondo alla Galleria, sul lato sinistro della porta che conduce alle Stanze di Raffaello ed alla Cappella Sistina. Tralascio la sua descrizione generale, per ricordare che si tratta di una rappresentazione prospettica a volo d’uccello molto dettagliata e abbastanza fedele, che ha la particolarità di essere stata dipinta sotto il pontificato di Gregorio XIII Boncompagni, riproducendo con esattezza lo stato dei luoghi al momento dell’esecuzione del dipinto, e riutilizzata circa cinquant’anni dopo da Urbano VIII Barberini (1623-44) per farvi riportare via via le opere che faceva eseguire. Ho illustrato in diverse pubblicazioni questa mia “scoperta” e, quindi, rinvio a quelle(vedi Nota di chiusura) per le precisazioni sulle diverse modifiche apportate da Luca Holstenio, che ha rappresentato le successive trasformazioni urbane, evidentemente per consentire al pontefice di seguire a distanza il progredire dei lavori da lui voluti. Purtroppo, questo ha comportato la scomparsa – sotto lo strato di pittura aggiunto – di parti della città e del porto di cui non sarà più possibile conoscere l’aspetto. In particolare, questa impossibilità riguarda l’affaccio urbano sul porto, il water front degliedifici sulla Calata, che nel 1580 presentava ancora l’aspetto medioevale, con i resti delle costruzioni romane visti da Leonardo da Vinci (le chamere imperiali da lui disegnate) e le aggiunte successive, resecate e coperte dal Muraglione seicentesco.

In questa rappresentazione, risulta perfettamente riconoscibile, nel sito tra le due porte di Corneto ove sorgeranno gli ospedali, la consistenza dell’infermeria originaria, costituita da una costruzione rettangolare con campanile – la chiesetta di San Paolo – e da un’altra piccola costruzione annessa, ossia la corsia e l’ospizio.

Nel 2012, ho ottenuto dalla cortesia e condivisione del professor Antonio Paolucci, allora direttore dei Musei Vaticani (e che già da ministro dei beni culturali e ambientali nel 1995-96 mi aveva manifestato la sua considerazione per i miei studi su Civitavecchia), la possibilità di far eseguire dai laboratori del Museo, con l’intervento del professor Ulderico Santamaria e dei suoi collaboratori, una serie di fotografie dell’affresco con la tecnica della riflettografia in infrarosso, che però non hanno permesso di scoprire strati soggiacenti (underdrawing), per l’opacità dell’intonachino e per la loro probabile abrasione.

Preso atto di questo risultato negativo, ho voluto analizzare quale potesse essere la conformazione dello spazio tra le due “Porte Corneto”, coperto dalla vistosa quanto improvvida targa riproducente la lapide celebrativa dell’opera di Urbano VIII, e tentarne la ricostruzione. A questo scopo, mi sono servito della Veduta di Civitavecchia dipinta da Giovanni Battista Ricci nelle Sale Paoline, sempre in Vaticano, che rappresenta lo stato intorno al 1610, e del disegno Urbanus perfecit opus, conservato nel fondo barberiniano della Biblioteca Apostolica Vaticana, raccolto nel catalogo di Domenico Castelli dopo la morte del pontefice, intorno al 1645, ma rappresentante la situazione di un decennio prima. In entrambe queste immagini, lo spazio coperto dall’epigrafe di papa Barberini è, invece, libera e mostra come lì non vi fossero altro che la prosecuzione della prima strada e altri percorsi in direzione della Porta Corneto nuova. Mi sono così reso conto che, in realtà, in quel punto, l’aggiunta della lapide non aveva coperto nulla di rilevante, essendo stata posta in modo da occultare solo uno spazio di percorsi e di terreno incolto, che ho ricostruito con un “fotomontaggio” a disegno digitale abbastanza attendibile.

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Diversa, ovviamente, la questione sopra lamentata delle importantissime costruzioni sulla Calata (che erano almeno in parte certamente medievali e forse romane), che il micidiale intervento pittorico voluto da Urbano ha coperto e cancellato per sempre. Riproducendo sulla parete la loro definitiva eliminazione fisica prodotta dalle demolizioni – che il nostro “Giobatta” ha fedelmente registrato nei suoi appunti – e interrompendo quella consuetudine di sostanziale rispetto delle preesistenze che fino a quel momento ha caratterizzato gli interventi pontifici da oltre un secolo. Non erano mancate alcune demolizioni programmate, ma in precedenza la scomparsa di strutture significative era sempre avvenuta per cause belliche, ad opera di nemici. L’accusa mossa ad Urbano e a tutti i Barberini di aver superato, con le loro, le nefaste distruzioni barbariche di monumenti romani, benché indubbiamente motivata, è ridimensionata con dovizia dalla generale mentalità dei tempi e soprattutto dai meriti indiscutibili di avere creato, nei ventuno anni del pontificato, un clima culturale di straordinaria coerenza e altissima qualità, che arricchisce Roma e gli altri centri dello Stato di capolavori ad opera di personalità artistiche (nell’architettura, scultura, pittura ed altre arti) tra le maggiori di tutti i tempi.

In un contesto di iniziative aperte verso il progresso, anche scientifico (purtroppo condizionate dall’alternarsi di mosse  contraddittorie, palesi negli esiti opposti dei processi a Galileo Galilei ed a Tommaso Campanella), di atteggiamenti politici nello scacchiere internazionale di prudente equilibrio (anche qui, con bruschi dietrofront, ma i rischi – oltre al conflitto permanente della guerra dei Trent’anni – erano dati anche dalle discordie interne agli schieramenti cattolici e dalla minaccia di uno scisma “gallicano”) e di rafforzamento complessivo e positivo dello Stato della Chiesa e di miglioramento delle condizioni di vita, tuttavia offuscati dal proseguimento ed anzi dal peggioramento della pratica nepotistica, assurta a connotato proverbiale.

È però giunto il momento d’introdurre nel nostro discorso quello che possiamo ben dire il documento principe – la prova provata, l’avrebbe detta il “mio” primo sindaco (1969), l’indimenticabile, carissimo, Archilde Izzi – e di ritrovare il nostro protagonista, questo “Giobatta” che ho fatto sparire a Porta Livorno, ma che, a parte il soprannome o pseudonimo genovese, non è una mia invenzione letteraria, un personaggio di fantasia, ma una persona realmente esistita, che nei miei scritti precedenti ho chiamato «la Spia francese».

Dobbiamo, quindi, fare un salto all’indietro nel tempo, questa volta non di secoli ma solo fino agli anni tra il 1975 ed il 1980 circa, quando l’analisi e il confronto dei tanti documenti reperiti all’Archivio Segreto e alla Biblioteca Apostolica in Vaticano, all’Archivio di Stato di Roma, all’Archivio Centrale delle Stato e in altri istituti (molti già raccolti da Paola Moretti per la sua tesi oltre dieci anni prima) mi ha posto vari problemi di interpretazione e di correlazione tra i fatti. Soprattutto il raffronto tra i disegni autografi di studio e di progetto delle opere realizzate nella prima metà del Seicento e gli affreschi celebrativi dei vari pontificati più o meno di quel periodo rappresentanti Civitavecchia, fino ad allora piuttosto trascurati come fonti di informazioni dettagliate e attendibili, mi ha portato ad iniziare quella serie di disegni planimetrici e prospettici che hanno formato le 70 tavole della ricostruzione grafica delle fasi di sviluppo urbano dall’età romana ad oggi con l’ubicazione e la cronologia di tutti gli interventi ed un numero imprecisato di rappresentazioni di ogni tipo per l’anastilosi sia del territorio nelle varie epoche e nei suoi diversi aspetti, sia del tessuto urbano nel suo insieme e nei suoi singoli componenti urbanistici ed edilizi.

Ripeto, quindi, le mie osservazioni finali sull’affresco Portus Traianus ad Centum Cellas, riportate nel secondo volume di Chome lo papa uole…, nelle quali completavo l’analisi delle modifiche fatte apportare da papa Urbano.

Oltre alla porta collegante la calata con la piazza San Francesco (con una rampa a gomito che superava il dislivello), appare chiaramente che il dipinto è stato ritoccato per inserire la grande “opera a corno”, verso sud, e per coprire la fronte a mare della città con il muraglione barberiniamo, il cui andamento è condizionato dalle pitture precedenti e si discosta quindi dalla realtà. Anche in questo caso, le aggiunte, da ritenersi curate da Luca Holstenio, hanno purtroppo nascosto la situazione originaria, di cui non ci sono rimaste testimonianze iconografiche precise. Circa il muraglione di Urbano, sono interessanti i disegni del codice BAV Barb. Lat. 9901, ai fogli 34 e 35 r, il primo dei quali mostra la pianta delle fortificazioni, con il costruendo muraglione indicato da una linea tratteggiata.

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Ed eccoci al nostro “documento principe” da cui è nata la nostra storia: il secondo disegno, quello del foglio 35 r, è uno schizzo molto impreciso ma accurato della cinta bastionata e del porto con annotazioni in francese (nel francese di allora, naturalmente, ed anche con qualche improprietà grammaticale, ben comprensibile in un militare che non era certamente un letterato, come capita in ogni tempo e come dimostra anche il rapporto di Baldassarre Ricci di cui dirò più avanti).

Proprio per consentire al lettore di seguire lo sviluppo del racconto, riconoscendo sia le mie invenzioni sia le parti che ho invece tratto dai documenti, continuo a riportare quanto avevo scritto nelle mie relazioni, ripetendo anche le frasi che ho già utilizzato nella narrazione e mantenendo integralmente il testo con i dubbi che vi avevo espresso e che poi ho risolto.

Il disegno del foglio 35 r, come ha scritto l’autore al centro del foglio, rappresenta «Ciuita vecha en lestat quelle est a present», con l’indicazione degli interventi da effettuare: fossato, controscarpe e rivellini intorno alla cinta bastionata (non è disegnato il rivellino di Porta Corneto, già realizzato), banchina sul lato esterno della darsena verso il bacino principale e – di particolare interesse – «Maisons qui doibuent estre abatues pour faire la courtine auecques son rampart et remplir ce uieus bastion» (tra queste case viene indicata anche la torre della Rocca). Tra le inesattezze del disegno si possono notare i due maschi della Fortezza (che danno alla pianta una forma simile alla rocca di Sarzana), il molo del Bicchiere reso con due segmenti che formano una spezzata, l’andamento della cinta (priva di un bastione e dei fianchi doppi con Porta Corneto), l’orientamento della darsena, ecc.

Il disegno, comunque, offre un’utile testimonianza circa lo stato dell’antemurale e del molo del (futuro) Lazzaretto, con le «vielles Masures» da radere al suolo, identificabili con la “casaccia” menzionata nei rilievi del Sangallo. Circa la sua datazione, il disegno, dà adito a qualche incertezza: dovrebbe essere anteriore, pur di poco, al 1635 (anno della lapide «Urbanus perfecit opus…», sormontata da un grande stemma, posta al centro del muraglione, dove Benedetto XIV farà poi erigere la grande fontana, ed ora visibile alla base della Rocca, seminascosta, ma indica come lavori da eseguire quattro rivellini, avendo – come ho detto – omesso di rappresentare quello realizzato dal Paciotto per Gregorio XIII; ora, mentre gli altri resteranno nei programmi pontifici fino ad Innocenzo XI, l’ultimo, verso sud, risulta attuato in forma di grande “tenaglia” con antistante rivellino negli anni 1627-1630 ad opera di Pier Paolo Floriani di Macerata, con un intervento che penso abbia riguardato il rivestimento in muratura e la posa in opera degli stemmi barberiniani, mentre la formazione degli spalti in terra e del relativo fossato deve essere addirittura anticipata all’epoca di Paolo V, come attesta la veduta dipinta nel 1620 da Giovan Battista Ricci in una lunetta delle Sale Paoline della Biblioteca Vaticana, sempre che la stessa non abbia subito successivi aggiornamenti. Tutto ciò porta a ritenere che si tratti di un rapido schizzo tracciato senza poter controllare con esattezza tutti i dettagli, solo per riassumere sommariamente i lavori in progetto.

Queste caratteristiche corrisponderebbero perfettamente a quelle di una pianta, sequestrata ad una “spia del Richelieu”, di cui fa menzione il rapporto del governatore Baldassarre Ricci (B.A.V., Barb. Lat. 9338, f. 71, pubblicato, con alcune imprecisioni che qui correggo, in Giovanni M. De Rossi, Torri costiere del Lazio, Roma 1971, pp. 32-33):

«È comparso uno uestito alla francese et dicono che sia francese ma parla franco Italiano doue anaua a torno alla fortificatione noua che ora si fa e disigniando tutto quello che si fa doue auendolo fatto chiamare conuetargli che inisiuna maniera si acostasse più a detta fortificazione quale dalli Architetti sono stato auuisato di nouo che costui di nouo anaua disigniando cio mandato un Cap.[ora]le a braccagli lui a risposto che anaua a suo uiaggio partito il Cap.le etomato di nouo et a preso in un libretto tutta la pianta nel ora che li architetti era[nol a panzio acortomene io di questo lo fatto al passare della porta ritenere in corpo di guardia et consigniato al luogotenente di Giustitia con auerli trouato il sudetto libretto con la pianta disigniata della noua e vecchia fortificazione con la discritione del porto […]».

Il rapporto è datato 31 marzo 1635, epoca in cui la cortina merlata sul porto doveva essere in fase di ultimazione; non è comunque da escludere che la demolizione delle case limitrofe e la sistemazione del marciaronda fossero ancora in parte da compiersi dopo il completamente del muraglione sulla fronte verso il mare. In ogni caso, la mia ipotesi di attribuzione del disegno BAV Barb. Lat. 9901, f. 35 r proprio all’anonima “spia francese” può essere tranquillamente confermata.

A titolo di cronaca, va detto che in questi anni e ancora nel secolo successivo ed oltre, sono numerosi i pittori francesi (e di altre nazionalità) che ritraggono Civitavecchia o vi si ispirano per le loro vedute. In particolare, Claude Lorrain (Claudio Lorenese) esegue nel 1638 le quattro vedute di Civitavecchia conservate a Berlino, Londra e Parigi (v. Vittorio Vitalini Sacconi, Gente, personaggi e tradizioni a Civitavecchia dal Seicento all’Ottocento, vol. I, p. 328). Da notare che la veduta da sud, pubblicata dal Vitalini non contiene – come da questi affermato – due diverse rappresentazioni delle fortificazioni e loro particolari: si tratta di un’unica veduta in sequenza, che Claude Gellée divide in due parti, “andando a capo”, per motivi di spazio, ma che si giustappongono esattamente, come risulta evidente dalla mia scheda qui pubblicata. Non risulta che Claudio abbia mai avuto noie per i suoi disegni.

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Voglio allora concludere queste pagine ricordando che, disgraziatamente, le demolizioni di Urbano VIII sono state poi imitate e ripetute altre volte, senza i risvolti positivi di quelle, fino alle assurde e nefaste operazioni – seguite ai luttuosi bombardamenti – di vera e propria “rimozione” della Civitavecchia storica compiute nel dopoguerra, con qualche episodio di minore portata ma di pari incultura attuato o tentato addirittura in questi ultimi anni. Sento il dovere, quindi, di rivolgere il mio pensiero sinceramente grato e umanamente addolorato alla “Spia francese”, al nostro Giobatta, cui dobbiamo riconoscere il ruolo più prestigioso e fascinoso di “agente secreto” e che adesso possiamo ribattezzare con il nome più verosimile di Jean-Baptiste, per restituirgli in parte la sua identità nazionale e linguistica (con il divertente «parla franco Italiano» di Baldassarre Ricci che, senza volere, si presta al gioco di paro le). Vorrei anche tentare di delinearne in modo più preciso la personalità, in attesa di sempre possibili nuove ricerche e nuove scoperte (per dargli nome e cognome veri), che si potrebbero svolgere, ad esempio, proprio nella sua terra, presso gli Archives Nationales de France, prendendo spunto dalla mostra Le secret de l’Etat. Surveiller, protéger, informer. XVIIe-XXe siècle, tenutasi nel 2015-16 all’Hôtel de Soubise di Parigi.

E dunque esprimo la mia gratitudine all’agente segreto Jean-Baptiste ***, perché è stato il solo a lasciarci una testimonianza diretta, sia pure sommaria e con altri scopi, di quello che sarebbe sparito per sempre con le demolizioni. Il nuovo nome che gli ho dato, è chiaro, lo vuole collegare all’altro Jean-Baptiste di nostra conoscenza, il frate domenicano francese, padre Labat, che è stato a sua volta il solo, diversamente dai tanti storici autoctoni di varie epoche, a darci una descrizione precisa e dettagliata della città fisica, dei suoi edifici, dei palazzi pubblici e delle chiese come delle semplici case, e di tantissimi altri aspetti, fino ai più minuti dettagli, che ci sarebbero altrimenti rimasti sconosciuti, per noi preziosi, spesso fondamentali. Avremmo saputo ben poco della chiesetta di San Liborio, dell’uso di asportare interi tratti di basolato della via Aurelia romana per riusarli nelle nuove costruzioni (no comment, ma cosa frequente), del reimpiego delle «pietre del padiglione quadrato in pietra da taglio» in piazza d’armi, ossia dei rivestimenti delle due mostre dell’acqua di Sisto e di Urbano, per la sua nuova facciata di Santa Maria e così via. Vero è che le père Labat era anche (e a pieno titolo) un architetto e l’altro era, con evidente impegno, un agente del Secret du Roy guidato dal cardinale Richelieu e svolgevano le loro attività con la competenza e lo zelo indispensabili. Volendo, potremmo anche trovare molte affinità tra i due “mestieri”.

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Certo, per quel che sappiamo, le père Labat non ci ha lasciato immagini della facciata che andava a ricoprire per sempre, e tuttavia ho il sospetto che quelle carte potrebbero essere rimaste sotto le macerie del convento, come tutto il suo archivio preziosissimo, e potrebbero essere state poi trasportate con le macerie a formare massicciate e imbonimenti, come quelle altre dell’Arsenale di papa Chigi o come quelle delle case della Seconda strada o dei sepolcri plurisecolari delle generazioni di cittadini, “tutto compreso”.

E comunque, Jean-Baptiste Labat, almeno, quella facciata che ha coperto, ce l’ha descritta, ci ha detto che era – forse anche per giustificarsi – del «più rustico gusto gotico» e ci ha riferito di aver «trovato l’antica strada a dieci palmi sotto il selciato della via», vedendo «con gioia che la facciata antica della chiesa, che esisteva da parecchi secoli, non aveva altra fondazione che tale strada». Il frate architetto non ha distrutto la strada romana e noi l’abbiamo ritrovata, proprio lì, dove è ancora, ahimè, menomata e svilita. Svilita e sepolta tra plinti in cemento e rampe carrabili, come l’opus delle pareti e i mosaici dei pavimenti delle «reliquie» (è il termine esatto, in latino) delle architetture dell’antica Centumcellae tornate alla luce. E rapidamente affondate nel buio degli scantinati, sotto le varie decine di migliaia di

vantaggiosi metri cubi residenziali e commerciali che hanno sostituito – a tutto profitto degli interessi privati – chiesa, convento, museo civico, pinacoteca e biblioteca comunale.

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Senza che nessuno abbia lasciato descrizioni o effettuato rilievi di quegli enigmi storici, che pure erano nella consapevolezza di tanti, anzitutto dei molti specialisti e dei vari addetti istituzionali che, insieme al vescovo e al prefetto, hanno deciso e attuato le rimozioni.

Riferisce il governatore Ricci d’essere stato avvisato «dalli Architetti» della comparsa e ricomparsa del disegnatore curioso. Non sappiamo se, tra loro, era presente Pier Paolo Floriani, al tempo comandante di Castel Sant’Angelo, che abbiamo ricordato come autore dell’opera a corno verso sud e che si è probabilmente occupato anche delle altre innovazioni, arricchendo il proprio repertorio, tanto da ripetere, negli anni successivi, schemi simili a Civitavecchia nella sua “Floriana” a Malta. Se c’era, mi chiedo se si è in qualche modo immedesimato nel francese, dato che anni prima, nel 1614, aveva compiuto a sua volta una rischiosa missione clandestina di agente segreto, per Filippo III di Spagna, ad Algeri, di cui aveva rilevato la pianta ed elaborato un piano articolato di assedio e occupazione, in preparazione d’un tentativo di conquista, poi non avviato, di quella città dell’Impero Ottomano che era soprattutto il covo e la base navale principale dei pirati barbareschi che affliggevano con le loro incursioni su tutte le coste del Mediterraneo, con la cattura di innumerevoli prigionieri di cui chiedere il riscatto o da vendere come schiavi.

Spero che, comunque sia, una volta fermato, il nostro Jean-Baptiste *** non sia stato sottoposto a quella veramente barbarica tortura, detta “la corda” (perfettamente descritta, con tutto l’orrore del caso, dal provicario del Sant’Uffizio, sempre le père Labat, che la conosceva bene), ma, sequestratagli la pianta, sia stato accompagnato fuori città. Au revoir.

Nota: Francesco Correnti, Ricerche sulla storia urbana di Civitavecchia: un metodo di anastilosi grafica dei centri storici scomparsi, Atti del convegno “Il Rilievo tra Storia e Scienza”, Perugia, Palazzo dei Priori, 16-18 marzo 1989, in “XY, Dimensioni del disegno”, a. V, n° 11-12, 1991, pagg. 72-93; Francesco Correnti, Chome lo papa uole… Note per una rilettura critica della storia urbanistica di Civitavecchia, Cassa di Risparmio di Civitavecchia, Civitavecchia 20052, Vol. II, pagg. 46-48, 111-112.

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FRANCESCO CORRENTI