Poltronavirus 4. Labirinti, prigioni e pensieri spettinati sull’universo digitale e dintorni

di NICOLA R. PORRO 

Continuo a coltivare con determinazione l’otium da Poltronavirus. Ciò non mi ha impedito di riservare qualche lettura al tema del lavoro: cos’è, cosa è diventato, quale metamorfosi ha conosciuto con la rivoluzione digitale. Tematica cruciale anche per il pensiero della sinistra, ancora incapace di un’analisi aggiornata e all’altezza della sfida. Anzi, la Grande Trasformazione [1]   sembra incoraggiare il divorzio fra politica progressista e classi lavoratrici, se è vero che negli Usa gli operai bianchi rappresentano lo zoccolo duro del consenso a Trump. Né disponiamo di un novello Marx, capace non solo di spiegarci il capitalismo postindustriale ma anche di immaginare un’alternativa ad esso. La questione sembra stare più a cuore alla filosofia e agli studi di genere che all’economia e alle scienze politico-sociali. Proprio il vecchio Marx, del resto, aveva all’epoca rivendicato la natura rigorosamente filosofica della sua critica dell’economia politica e della sua analisi dell’alienazione operaia. Il proletariato di fabbrica, sosteneva, godeva di minor libertà rispetto al servo nelle società schiavistiche. E la libertà, non il potere o la ricchezza, rappresentava la posta in palio e la ragione ispiratrice di una rivoluzione in grado di “trasformare lo stato di cose esistente”. 

Nessuna sorpresa, perciò, se a tentare un aggiornamento critico della complessa relazione fra lavoro, libertà individuale e sistema sociale sono ai nostri giorni studiose come la sociologa australiana Judy Wajcman [2]e la filosofa italiana Nicla Vassallo [3]. Entrambe impegnate, seppure da diverse angolature, a esplorare quelle prigioni del quotidiano entro le quali trascorriamo le nostre esistenze digitali: interrogare il presente e sondarne le profondità richiede il ricorso a quei pensieri “lunghi” che solo la familiarità con la teoria sa stimolare. Quelle che ci propongono sono letture impegnative – non proprio da ombrellone o da poltronavirus -, utili a delineare un approccio coraggioso e originale alla corporeità, ai desideri, alle gerarchie di genere e di ruolo. Tematiche cruciali – ispirate nel caso della Vassallo a una più esplicita sensibilità femminista – da esplorare al di fuori degli schemi economicistici con cui siamo soliti indagare i mutamenti intervenuti nel sistema del lavoro e nella classe lavoratrice. 

Massicciamente insediatesi da qualche decennio nella nostra vita quotidiana, le tecnologie digitali ne condizionano ormai massicciamente i ritmi e ne scandiscono i tempi. Spesso ne producono i significati. Le vecchie fabbriche si sono trasformate repentinamente in reperti di archeologia industriale lasciando il posto a laboratori asettici, quasi dematerializzati ma assai più coercitivamente controllati di quanto non fossero le vecchie insalubri officine. I millennials, la generazione Y cui appartengono i nostri figli o nipoti, è già migrata quasi per intero nell’universo della comunicazione digitale. Ma anche i sistemi di vendita e di consumo di cui ci serviamo si sono già da tempo trasferiti sul web modificando consuetudini ancorate da sempre alla comunicazione personale. La metafora della prigione, ricorrente soprattutto nella Vassallo, può sembrare perciò urticante o provocatoria, ma per nulla impropria. 

A me, vecchio residuato del ’68, la narrazione proposta dalla filosofa italiana e dalla sociologa australiana ha ricordato l’incipit di quel saggio di Herbert Marcuse, intitolato L’uomo a una dimensione, che agli albori del ciclo di protesta era stato accolto come una specie di manifesto della rivoluzione incipiente [4]. A dire il vero, le fortune editoriali e l’eco politica di quel pamphlet (di non eccelsa levatura) discendevano soprattutto dall’icastica efficacia dell’incipit. Soprattutto di quelle righe in cui il filosofo francofortese descriveva la confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà che gli pareva caratterizzasse il capitalismo maturo. Parole che nella nostra fantasia di sessantottini si associavano alla rivolta di Berkeley, al Vietnam, al Maggio francese, ma che sarebbero più adatte a rappresentare oggi, mezzo secolo dopo, gli scenari della rivoluzione digitale. 

Le estensioni digitali costituiscono infatti la più compiuta metafora dell’universo descritto da Marcuse: protesi tecnologiche sofisticate, versatili e invasive. Possono ridurci in schiavitù e contemporaneamente dischiuderci spazi illimitati di libertà virtuale. Persino le categorie di spazio e tempo ne vengono ridefinite, scardinando i capisaldi della filosofia occidentale. Mi diverte immaginare un Kant redivivo impiegato a spiegare lo spazio e il tempo – le “forme a priori” descritte dall’estetica trascendentale – a un nativo digitale, cresciuto nello spazio senza tempo e nel tempo senza spazio della rete.

Forse, ci suggeriscono le due studiose, sarebbe un utile esercizio quello di analizzare riflessivamente, ma in presa diretta, i nostri comportamenti, sottraendoci per qualche minuto alla compulsività di quelle che la psicologia cognitiva definisce “condotte digitali”.

Quante volte da stamattina siamo entrati e usciti dal nostro account di posta elettronica? Quante volte abbiamo sbirciato nei nostri profili Facebook? Quanti whatsapp abbiamo inviato e ricevuto? La verità è che abitiamo uno spazio sociale anomalo: non possiede confini materiali ma si estende virtualmente ovunque. Appartiene solo a noi, presidiato com’è da una selva di codici, credenziali, account, username e chi più ne ha più ne metta, ma virtualmente calpestabile da chiunque (o quasi) come un’aiuola trascurata in uno spazio condominiale. 

Eppure questo, mi suggeriscono le letture di oggi, costituisce il nostro “territorio di senso”: la confortevole, levigata, ragionevole, democratica prigione dove ci è toccato di vivere. Una ridotta esistenziale da cui, senza muovere un passo, possiamo comunicare sempre, dovunque, con chiunque. Un universo autistico a raggio planetario, governato da un’oligarchia postmoderna. Google, Facebook, Apple o Amazon generano ricchezze pari al pil di interi Stati nazione. Eppure, mentre uno sconosciuto profiler traccia e aggiorna in tempo reale ciò che siamo, pensiamo, desideriamo, detestiamo, votiamo per darci in pasto al mondo-marketing del profitto digitale, ci illudiamo di godere di un munifico privilegio a costo zero. Immensi patrimoni vengono accumulati producendo e distribuendo a getto continuo notizie in qualunque interstizio del pianeta. Ma i più grandi “produttori” o “aggregatori” di informazioni non hanno a libro paga neppure un giornalista, un inviato speciale, un conduttore.

Amazon è il più grande negozio del mondo, ma non si vale nemmeno di un commesso: non possiede neppure una botteguccia o una vetrina dove esporre gli ultimi arrivi.
Wikipedia ha realizzato il sogno della Biblioteca di Alessandria. L’arca del sapere universale si è debitamente democratizzata ed è, per la prima volta nella storia dell’umanità, realmente a disposizione di tutti: così potremmo attingere a tutto il sapere senza sfiorare una sola volta le pagine di un libro in formato cartaceo.
Uber è la più grande azienda al mondo di servizio taxi, ma non dispone nemmeno di un calesse e non dà lavoro neppure a un tassista. 
Airbnb è il più grande hotel mai esistito, ma non gestisce neppure un posto letto in una mansarda.

Gli esempi potrebbero continuare all’infinito, ma ci fermiamo qui, incapaci di orientarci nel labirinto, di fissare le coordinate essenziali a descrivere il lavoro, i diritti, i doveri, le regole del gioco che presiedono alla nuova Grande Trasformazione. 

È un panorama che rende euforici e inquieti, sbalorditi e spaventati. Quello che ci manca, in realtà, è una mappa nautica. La Vassallo, da brava filosofa, regala pensieri e provocazioni “sulla conoscenza e l’ignoranza” che consiglio di leggere ma che non mi sento di riassumere per timore di banalizzarli. Judy Wajcman, dal canto suo, non tradisce la matrice sociologica. Nel suo lavoro, edito nel 2015 e aggiornato recentemente (peccato non sia stato ancora tradotto in italiano, ma l’originale inglese è di agevole lettura), la studiosa australiana condivide la preoccupazione di quanti individuano nelle tecnologie digitali uno strumento di virtuale, ulteriore schiavitù e sicuramente di artificiale compressione dei tempi di lavoro. Offre però un punto di vista meno ideologicamente radicale di quello della Vassallo e più vicino alla tradizione “lavoristica” del riformismo socialdemocratico. Ai suoi occhi il sistema del lavoro postindustriale può essere – ed è già, per esempio nei mercati del lavoro “periferici” del Terzo mondo – lo strumento di nuove forme di oppressione, non meno crudeli di quelle prodotte dal vecchio capitalismo industriale. Non condivide però la posizione di quanti individuano la radice del male nelle nuove tecnologie digitali “in sé e per sé”: il prodursi di nuove forme di sfruttamento e di alienazione non ne rappresenterebbe, insomma, un’inevitabile né irrimediabile conseguenza. 

Per la Wajcman occorre piuttosto evitare di scambiare la causa per l’effetto, ricordando come un processo di radicale riorganizzazione del lavoro avesse già preso avvio da qualche decennio con la robotica e con la prima fase dell’informatizzazione. Perciò, aggiungo, avrebbero torto tanto la Vassallo quanto una psicologa sociale come Sherry Turkle, convinta che sia i lavoratori di fabbrica (quelli che ci sono ancora) sia tutti gli altri rappresentino prima di tutto gli ostaggi e le vittime designate di una controrivoluzione della comunicazione. Una deriva che per la Turkle impone principalmente di “riappropriarsi della conversazione”: formula un po’ fumosa, che tuttavia -liberando la parola e riabilitando la critica- condenserebbe l’unica efficace azione di contrasto alla tirannia digitale [5].  

La nostra prigionia è invece descritta dalla Wajcman come un aspetto di quell’etica produttivistica che governa le nostre vite in forme non troppo dissimili da quelle che generava l’alienazione operaia descritta da Marx a fine Ottocento. Da contrastare, da modificare e da fare oggetto di un inedito conflitto sociale perché il pericolo non risiede nell’innovazione tecnica bensì nelle sue strategie di impiego.

È vero, tuttavia – riconosce la Wajcman – che la tecnologia si è insediata (embedded) nella nostra vita quotidiana come mai in passato. Per sottrarci al rischio della dipendenza e del controllo servono consapevolezza e strategie efficaci, non nostalgie luddiste. Rischiamo altrimenti di combattere una battaglia sbagliata e comunque perduta in partenza. Insomma: bisogna fare i conti con le tecnologie che minacciano di colonizzare i nostri vissuti, acquisire quel minimo di competenza che permetta di comprenderne la razionalità latente, cercare di governarle o quanto meno di non subirle. 

È quanto sostiene anche da noi Mauro Magatti [6]commentando con sobrietà giornalistica la nuova Grande Trasformazione:  “Il digitale è una grande occasione per cambiare il modo di lavorare, di abitare, di muoversi. Un intreccio che va al cuore della nostra organizzazione personale e sociale, della nostra quotidianità…[purché] il mercato del lavoro sia capace di introdurre nuove forme contrattuali e lo smart working non sia riservato a pochi o il paravento di nuove forme di sfruttamento”.

In conclusione: credo che per evadere dalle prigioni del quotidiano e orientarci meglio nel labirinto digitale abbiamo bisogno tanto di condividere le inquietudini sollevate dai pensieri spettinati della Vassallo e dalla Turkle quanto di inserirle nella cornice di razionalità disegnata dalla Wajcman e da Magatti. Ne riparliamo presto…

NICOLA R. PORRO 


[1]Uso in un’accezione metaforica la nozione di Grande Trasformazione adottata nel 1944 da Karl Polanyi per sviluppare una delle prime analisi socio-economiche sulle cause e i possibili effetti sociali del liberismo e delle teorie dell’autoregolazione del mercato. Cfr Karl Polanyi, La Grande Trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi, Torino 1974.

[2]Judy Wajcman, Pressed for time. The Acceleration of Life in Digital Capitalism, University of Chicago Press, Chicago 2015

[3]Nicla Vassallo, Non annegare.Meditazioni sulla conoscenza e sull’ignoranza, Mimesis, Milano 2019.

[4]Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1999 (II ed.).

[5]Sherry Turkle,La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, Einaudi, Torino 2016.

[6]Mauro Magatti, “Promemoria per governanti e cittadini”, Avvenire del25 agosto 2020.