Terza visione

di SILVIO SERANGELI

È capitato a tanti che, dopo un’abbuffata  con pesanti conseguenze digestive, e magari una solenne colica, di quella parmigiana, di quel fritto misto, di quelle fette di cocomero grondanti di goccioline zuccherine non ne abbiano  più voluto sapere. Lontani dalla vista ed educatamente inviate al mittente nelle libagioni conviviali. È lo stesso rifiuto che mi capita di provare da un bel po’ di tempo, quando in attesa di qualche film o telegiornale, gioco con il telecomando. Con l’emergenza pandemica tutte le reti da mesi sfornano senza ritegno cornetti rifatti, minestre riscaldate alla meglio con il marchio doc del rivediamo, riscopriamo, ricordiamo. Tutto lecito. Ma finita l’emergenza è arrivata la pennichella televisiva estiva che significa continuare a pagare il canone e vedersi offrire il vecchiume dei magazzini. E questo, lo dico per esperienza personale, se può andar bene per le piccole emittenti, non può essere giustificato per i colossi come Rai e Mediaset. Per me solo Rai, perché le tv berlusconiane con il caravanserraglio urlante e lo scosciamento inguinale non le vedo proprio. In questo caso la memoria, quella vera, non c’entra niente. E non c’entra niente il presunto messaggio ai giovani che così avrebbero la possibilità  di ripercorrere  la storia e la cronaca del Bel Paese: dallo sport alle canzonette ai film di tutti i generi. Credo che, davanti ai mega schermi ultrapiatti, che non sono quelli originali da cui intravedevi le immagini, i giovani d’oggi al massimo alzino per un attimo la testa dai loro telefonini, tablet e compagnia cantando per comprendere la curiosità del nonno di turno nel  rivedere le lunghe stratosferiche gambe delle gemelle Kessler, per altro ben inguantate dalla  censura dell’epoca DC. La memoria è altra cosa, più nobile e da conservare con rispetto, da questo continuo rigurgito di indifferenziata. Le teche di Rai 1, i come eravamo di Rai 3 invitano a cambiare canale. È uno strazio rivedere in tutte le salse i Fantastico, il signor Mike, le Mina, le Raffaella Carrà ogni sera con le immagini che si ripetono, diventano patetiche e stucchevoli, come l’Italia delle Vespa, delle 128, degli operai col basco, delle prime lavatrici che propina Rai 3. Perché infrangere il sentimento del ricordo che ognuno di noi prova del proprio passato ? Quegli squarci di vita comune andrebbero protetti non gettati alla rinfusa, per dar loro un senso che non hanno più. Si prova fastidio di fronte a questo accanimento che con la sua ripetitività allontana da tutto un mondo con il quale abbiamo convissuto. Altro è il documento che ricostruisce una storia collettiva da questa maionese impazzita. Lucio Dalla nelle trecento esibizioni diverse mi suscita solo fastidio, i balletti di Studio Uno fanno scattare il telecomando. Tutti bravi, tutto bello, ma lasciateli stare al loro posto, alle sere in cui aspettavi il Musichiere che andavi a vedere con tutta la famiglia dal vicino che aveva il televisore. Non è il rimpianto degli anni della giovinezza, è il rispetto del contesto e il fastidio di ricostruzioni da cartolina. Tutto bello, e in bianco e nero. Una festa continua. Ma non era proprio così. Ricordate la passerella dei mezzi busti: tutti allineati e coperti? Il telegiornale paludato e velinato? Le teche ripropongono all’infinito l’orgasmo di Tito Stagno per lo sbarco sulla luna, la diretta strappalacrime a reti unificate della tragedia di Vermicino. Per puro caso nello smanettamento del telecomando uno squarcio di verità, senza l’enfasi di allora, l’ho trovato in uno spezzone della tribuna politica con il segretario del PCI Enrico Berlinguer, assediato dai giornalisti chiaramente di parte, che la buttavano sempre sul comunismo causa di tutti i mali. Con la sua pacatezza e il suo sorriso ironico e tagliente al giornalista del Secolo d’Italia che lo accusava di fuggire di fronte alla sua domanda,  il segretario  del PCI rispondeva: “Voi parlate di fuggire, voi fascisti che siete stati coraggiosi soltanto quando stavate sotto la protezione delle SS, capaci di compiere i più efferati delitti, che quando siete rimasti soli siete sempre scappati di fronte ai partigiani!” . Una schiettezza che manca di questi tempi, in cui ci si lascia prendere a sberle dall’ultimo melone-fascio-leghista “gaglioffo”, per prendere a prestito una felice espressione della incomparabile ministra Azzolina. Ma è così per la valanga dei ricordi buttati lì alla rinfusa che non risparmia il cinema e le commemorazioni. Il cinema in tv è quello delle repliche, magari messe insieme con il nastro adesivo del “Caro Albertone, Ciao Ugo (Tognazzi), Tutto Fantozzi, il Nostro Vittorio (Gassman) e compagnia cantando. Da ragazzi, dopo i compiti, il sabato pomeriggio c’era  il cinema o il campetto di calcio. Il cartoccio di bruscolini salatissimi della Pazzariella e poi il caldo della sala dove magari davano, come al Cine Star 2 film a 100 lire. Belli e brutti che fossero servivano a passare un pomeriggio in allegria, e magari un film lo vedevi una volta e mezza. Guardavi con attenzione la lunga sfilata dei prossimamente che non erano i trailers dei nostri tempi che durano un minuto, e ti capitava di scoprire il mondo attraverso la Settimana Incom con le sue cronache vecchiotte. Gli spezzoni del campionato di calcio, del Giro d’Italia, le immagini della città del mondo le vedevi solo lì, e in bianco e nero. Quella era la geografia che a scuola si limitava alle carte multicolori appese alle pareti. Quell’atmosfera, quella naturale simpatia per i personaggi dello schermo, le risate incontenibili le cancellano  le repliche  in tv. Perfino Franco e Ciccio o Lino Banfi, che ti facevano sbellicare, ti appaiono lontani e estranei in questa presuntuose antologie che da un po’ sono accompagnate dai commenti destrorsi che si indignano con la sinistra per avere esaltato i suoi registi e attori a discapito di questo cinema di valore. Così leggi che i fratelli Vanzina sono nettamente superiori ai noiosi fratelli Taviani, che Jerry Calà è stato un grande attore incompreso, che Peppino De Filippo  era nettamente superiore al fratello Eduardo che aveva solo il merito di essere di sinistra. È uno specchio fedele della manipolazione della memoria, perché tutti abbiamo riso alle fantozzate, fino a ricordare a memoria alcune battute, agli scappellotti sulla pelata di Lino Banfi, alle facce di Franco e Ciccio, senza chiederci altro, rimanendo dell’opinione che la Corrazzata Potëmkin non è “una boiata pazzesca” come gridava il rag. Fantozzi. In questo frullatore della memoria in cui tutti intervengono, per far parlare tanto di sé, l’apice  è stato raggiunto dai necrologi e dagli anniversari. Per dire che la povera Franca Vari nello spazio di pochi giorni è stata messa sotto terra per due volte: per i suoi cento anni e per la morte che, alla fine, è arrivata e ha fatto resuscitare torme di estimatori postumi con relativa ondata di film e spezzoni di teche Rai, fino all’indigestioni di cui parlavo all’inizio. E così per l’anniversario di Alberto Sordi con le sue ospitate televisive, sempre quelle, e la marea  di film, per la verità non tutti riusciti. Film di cassetta si diceva, che andavi a vedere volentieri per passare un bel pomeriggio, ma che ora non ti dicono niente, come “Fumo di Londra”, visto e rivisto in seconda visione con gli amici nell’ubriacatura collettiva per l’Inghilterra che per la prima volta vedevi a colori. Anche le  panoramiche a colori nei film di allora, che nutrivano la voglia d’evasione verso città e luoghi sconosciuti, riviste ora in tv non ti dicono più niente.

*** Le immagini in  successione riguardano l’interno del cinema teatro Traiano, la facciata  del cinema Bernini, la platea dell’arena Bernini all’epoca della Ricostruzione del primo dopoguerra. Negli anni d’oro del cinema Civitavecchia aveva: il cinema con annessa arena Star in via Sabatini (alla chiusura furono utilizzati come deposito della ditta Savib e, dopo la demolizione, vi è stato costruito un fabbricato); il cinema  Isonzo (il cui grande locale ora ospita il supermercato Todis di via Isonzo), l’arena Isonzo che sorgeva alle spalle dello stabile di via Matteotti dove c’è ancora il negozio Proietti e arrivava all’altezza di via Etruria (al suo posto è stato costruito un grande condominio), il cinema teatro Traiano, l’arena Pincio, il cinema  e l’arena Bernini (che sorgeva lungo via Traiana nell’area in cui è stato costruito il condominio che ospita OVS). L’unico sopravvissuto è il cinema dei salesiani, ora Sala Buonarroti.

SILVIO SERANGELI