Il Fenomeno delle Migrazioni Internazionali: Statistiche e Concetti (Parte 5)

di ELEONORA TRAPPOLINI ♦

1. Dall’accoglienza all’integrazione
Come già detto in precedenza, in Italia la migrazione non è più un fenomeno transitorio, ma strutturale alla nostra società. Per gli immigrati, che presentano bisogni sempre più diversificati, l’importante non è tanto l’accoglienza, bensì l’integrazione.
L’integrazione, essendo un processo, ha bisogno di tempo per realizzarsi. È un processo che avviene sia “dal basso”, come processo sociale, che “dall’alto”, come obiettivo consapevole di un insieme di politiche. Inoltre, l’integrazione è un procedimento complesso che coinvolge molti aspetti della vita sociale di una persona. Qui ne prenderemo in esempio soltanto due: l’accesso al mercato del lavoro e lo stato di salute e l’accesso ai servizi sanitari.

1.1 Integrazione e mercato del lavoro
Guardando ai dati Istat, la Figura 9 mostra l’andamento del tasso di occupazione e del tasso di disoccupazione degli italiani e degli stranieri. Fino al 2008 il tasso di occupazione degli stranieri è molto più elevato di quello degli italiani. Successivamente, inizia a diminuire fino a raggiungere il suo minimo nel 2013. Da questo momento, il tasso di occupazione degli stranieri
Trappolini - Figura 9 Parte 5 UP

Trappolini - Figura 9 Parte 5 Down

si avvicina molto al livello, già basso, degli italiani. Questa diminuzione, iniziata proprio con l’avvio della crisi economica (2008), riflette la volatilità dell’occupazione straniera. Gli stranieri hanno un buon accesso al mercato del lavoro italiano, ma allo stesso tempo i loro posti sono quelli più a rischio e più facili da perdere in caso di crisi economica. Contemporaneamente, anche il tasso di disoccupazione degli stranieri è più alto di quello degli italiani nel periodo analizzato. Il fatto che il tasso di occupazione e quello di disoccupazione degli stranieri siano più alti di quelli degli italiani non è anomalo. I migranti, disponendo di minori reti sociali e di un minor accesso ai sussidi pubblici, hanno scarse “reti di salvataggio” a disposizione rispetto agli italiani. Nel momento in cui uno straniero perde il lavoro deve subito andare alla ricerca di un nuovo lavoro, non può permettersi di restare inattivo, mentre un italiano può più facilmente rientrare in questa categoria, potendo contare sul sostegno familiare. Negli anni della crisi, è notevolmente aumentato anche il tasso di disoccupazione degli stranieri, il che dimostra come i lavori degli stranieri siano più flessibili e vulnerabili in momenti di contrazione economica rispetto ai posti di lavoro dei nativi (Fullin & Reyneri, 2010).

1.2 Integrazione, salute e accesso al servizio sanitario
L’Italia rappresenta un caso avanzato di tutela della salute dei migranti nel contesto Europeo; infatti, la sua politica sanitaria è decisamente inclusiva e riconosce parità di diritti e doveri ai cittadini regolarmente presenti ed ammette ampie possibilità di protezione ed assistenza anche per gli immigrati privi di soggiorno (Art. 32 della Costituzione e Art. 34/35 del Testo Unico sull’Immigrazione Titolo V). Ciononostante, anche sotto il profilo sanitario si nota un deficit di integrazione. La letteratura internazionale e nazionale mostra che in generale i migranti registrano un minore utilizzo dei servizi di cura, da un lato a causa di una serie di ostacoli che incontrano nel momento dell’accesso, dall’altro per effetto di teorie di selezione. Nel primo caso, gli ostacoli si riferiscono a una serie di barriere (burocratiche, linguistiche, economiche e organizzative) che i migranti devono affrontare per poter accedere alla cura (Norredam et al., 2004; Newbold, 2005; Fassaert et al., 2010). Nel secondo caso, le teorie si basano su alcuni fattori che operano in stretta sinergia, specialmente nel caso di migranti volontari: spinte selettive che agiscono soprattutto nelle fasi iniziali della migrazione, come il cosiddetto effetto migrante sano, il meccanismo per cui esiste una selezione naturale in partenza che determina una maggiore propensione alla migrazione degli individui più giovani e sani; spinte selettive che agiscono soprattutto nelle fasi finali del progetto migratorio, come l’effetto salmone, che suggerisce che gli immigrati anziani facciano ritorno nel proprio paese di origine, specie se malati. Queste spinte selettive, che tendono a mantenere la popolazione in buona salute, si intrecciano con altre dinamiche che possono essere ritrovate nei processi di integrazione sociale (assimilazione degli stili di vita del Paese di destinazione), nella relazione con i servizi sanitari e negli svantaggi socio-economici (effetto migrante esausto). Parlando invece delle condizioni di salute degli immigrati giunti in Italia via mare (richiedenti asilo), le tappe del loro percorso migratorio li espongono a numerosi rischi sanitari, soprattutto dal punto di vista psicologico. Secondo i dati di Medu (Medici per i diritti umani), tra il 2014 e il 2017 l’85% dei migranti provenienti dalla Libia è stata vittima di torture e trattamenti inumani. Queste esperienze traumatiche vissute sia prima sia durante il percorso migratorio provocano importanti disturbi psichici. La maggior parte dei migranti assistiti da Medu soffre di disturbo da stress post traumatico, disturbi di depressione e d’ansia. Tali disturbi ostacolano e rischiano di compromettere il percorso di integrazione (Medu, 2018). Passando a tutti gli stranieri regolarmente residenti, come detto in precedenza, la Costituzione e il Testo unico sull’immigrazione prevedono che gli stranieri con un permesso di soggiorno e regolarmente iscritti al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) possono accedere ai servizi sanitari come i cittadini italiani. Tuttavia, l’accesso al SSN non avviene sempre con facilità. Le maggiori difficoltà riguardano i tempi di rilascio del permesso di soggiorno, le difficoltà a comprendere la normativa vigente e i tempi di attesa per il rilascio del codice fiscale (barriere burocratiche). I problemi burocratici non sarebbero rilevanti se il SSN, all’atto pratico, garantisse a tutti un pari o simile accesso ai servizi sanitari. Anche in questo caso il divario che separa gli stranieri dai nativi riguarda la quantità di servizi cui non si è avuto accesso a causa del loro costo (barriere economiche). Infine, secondo uno studio del Ministero della Salute e dell’Istat (2014) su dati del 2011-2012, la principale difficoltà che affrontano gli stranieri al momento del loro arrivo è quella di comprendere cosa venga detto dal medico, seguita da quella di saper spiegare o riportare i propri sintomi (barriere linguistiche).

2. L’integrazione come investimento
L’integrazione degli stranieri è un valore riconosciuto come fondamentale sia dall’Unione Europea, sia dall’Italia. Nel 2004, gli Stati Europei hanno sviluppato i “Principi fondamentali comuni della politica d’integrazione dei migranti nell’Unione Europea” e nel 2011 la Commissione ha pubblicato una “Agenda europea per l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi”. Nonostante ci siano degli impegni ufficiali, descrivere cosa si intende per integrazione degli stranieri nella pratica è difficile. L’Unione Europea nei Principi fondamentali definisce l’integrazione come “un processo dinamico, biunivoco, continuo e di lungo periodo”, tuttavia si tratta di una definizione molto vaga. L’integrazione non è solo un obiettivo etico o politico: è un’azione con una precisa ricaduta economica, che può essere calcolata. Si è già parlato del fatto che gli stranieri abbiano infatti più difficoltà rispetto ai nativi a inserirsi nel tessuto socio-economico e culturale del Paese ospitante. E, tra gli stranieri, i richiedenti asilo e i rifugiati vanno incontro a problematiche specifiche che li rendono una categoria ancora più vulnerabile, strutturalmente svantaggiata rispetto a chi migra per altri motivi. Le politiche per l’integrazione sono importanti sia per garantire la tenuta sociale di un Paese, sia per assicurare che l’ingresso degli stranieri sul territorio nazionale abbia un impatto socio-economico positivo. Uno studio di Corradi et al. (2018) mostra che, come si vedrà, una maggiore spesa in integrazione oggi è un fattore importante per aumentare la probabilità che gli stranieri riescano a trovare un lavoro, provocando ricadute positive dal punto di vista economico e fiscale, ma anche più in generale per la società che li ospita.

ELEONORA TRAPPOLINI

Bibliografia
Corradi, E., Emmi, V., Villa, M. (2018). Migranti: la sfida dell’integrazione. Migranti, 1-68. Disponibile a: https://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/paper_ispi-cesvi_2018.pdf
Fassaert, T., Peen, J., van Straten, A., de Wit, M., Schrier, A., Heijnen, H., … & Dekker, J. (2010). Ethnic differences and similarities in outpatient treatment for depression in the Netherlands. Psychiatric Services, 61(7), 690-697.
Fullin, G., Reyneri, E. (2011). Low unemployment and bad jobs for new immigrants in Italy. International Migration, 49(1), 118-147.
Istat. (2019). Struttura demografica della popolazione. Disponibile a: http://demo.istat.it/str2019/index.html
Medu – Medici per i Diritti Umani (2019). Disponibile a: http://www.mediciperidirittiumani.org/wpcontent/uploads/2018/05/i_dannati_della_terra_2018_web.pdf
Newbold, K. B. (2005). Self-rated health within the Canadian immigrant population: risk and the healthy immigrant effect. Social science & medicine, 60(6), 1359-1370.
Nørredam, M., Krasnik, A., Sorensen, T. M., Keiding, N., Michaelsen, J. J., & Nielsen, A. S. (2004). Emergency room utilization in Copenhagen: a comparison of immigrant groups and Danish-born residents. Scandinavian journal of public health, 32(1), 53-59.