LA “RENATO POSATA”, Associazione Universitari

di LUIGI BENNI ♦

Un venerdì d’Inverno del 1953 al Traiano, ricostruito dal Signor Calcaprina su concessione d’uso trentennale del Comune, c’era il varietà.
Tutto esaurito. Pubblico esclusivamente maschile. Nella “buca” l’orchestra,
maestro al pianoforte, due trombe, un trombone, batteria, contrabbasso, sax-tenore con clarino, un violino.
La sigla squillante dell’orchestra fece spegnere le luci ed aprire il sipario su una spiaggia luminosissima dei mari del Sud.
Davanti al centro la soubrette. Ai lati, al limite del sipario aperto, due subrettine. Dietro sei ragazze di prima fila e poi altre sei di seconda fila.
L’orchestra attaccò un pezzo lento, quasi languido. Le ragazze si mossero in coreografie semplici, ma che le mostrarono da ogni punto di vista.
Quando sfilarono dietro le quinte L’applauso fu di competente e apprezzato gradimento.
Seguirono il monologo del comico, alcuni sketch, l’intermezzo musicale con il tenore, un po’ affaticato, che propose “Anema e core”, il cantante sentimentale che si esibì con “la signora di trent’anni fa”, canzone lanciata nel 1949 dal celebre Achille Togliani, cantante fisso dell’orchestra di Cinico Angelini insieme a Nilla Pizzi, la signora della canzone italiana, vincitrice del primo festival di Sanremo con l’intramontabile “Grazie dei fiori” e la cantante “fru fru” che si lanciò in uno ben ritmato “perduto amore” ricevendo molti applausi dal pubblico.
Si venne allo sketch che generò il fatto che voglio raccontare.
In scena tre soldati americani con divisa nuovissima, scarponi con gambaletto a fibbia lucidi, bustina in testa con filettatura marrone.
Uno di loro ha sotto il braccio destro un sacco militare pieno di scatolame, stecche di sigarette e altri cibi molto ricercati. In un angolo sta il comico nella parte di “italo pover’omo”
Il soldato con il sacco si avvicina e gli dice “uè paisà arustanno e signorine? L’italiano risponde:
“paisà io tengo fame” e conferma questa sua disagiata condizione battendo la mano aperta sul fianco. Poi continua “ ghivve mi nu poco de’ corne biffe, de’ luke straike, de milke svaporato”.
Il soldato capisce la richiesta e dal sacco estrae due stecche di sigarette e cinque o sei scatole di cibi vari e guarda in silenzio che l’italiano le raccolga in un grosso fazzoletto tirato fuori da una tasca, poi riprende il discorso.
Uè paisà e signorine arustanno?
Nu saccio.
Fuck you! Con altre parole in puro slang del bronx e per far capire che non aveva gradito la risposta allungò una gamba per allentare un calcio all’italiano, ma a questo punto accadde il fatto.
Lo studente Piero Sacco saltò sul palco e, nel trambusto generale, dal proscenio cominciò a gridare.
“Questo non è un paese di pezzenti. Qui hanno governato grandi papi e grandi imperatori. Civitavecchia con le sue terme fu voluta da un imperatore del calibro di Traiano.
“Questo è un paese dove sono nati grandi geni conosciuti in tutto il mondo.”
Nominò Leonardo da Vinci e un’altra decina di illustri in fila, ma quando arrivò a Michelangelo Buonarroti si fermò per un istante e alzando le braccia gridò:
“VIVA L’ITALIA” e di seguito intonò “FRATELLI D’ITALIA”
Il pubblico che aveva reagito prima con qualche fischio, poi con battute ad alta voce tipo “ma chi è ‘sto fregno” “chiamate Palazzoli” (Palazzoli era un vigile urbano che eseguiva, insieme ad infermieri con autoambulanza, le ordinanze del Sindaco, per il ricovero dei malati di mente presso l’ospedale “Santa Maria della Pietà” – manicomio – a Roma) quando sentì intonare l’inno nazionale si ammutolì.
Quelli del varietà, ragazze, comico, cantanti e attori che, confusi, avevano cercato di risolvere in qualche modo lo strano “numero”di Piero, rimasero, pure loro, fermi e zitti.
Si mossero per primi gli studenti in sala che in piedi presero a cantare l’inno. Poi il maestro toccando i tasti del pianoforte cercò di inserire la giusta tonalità. Il batterista, a sua volta, cercò di marcare il tempo finché tutto, o gran parte del pubblico si associò al coro, insieme a quelli del varietà venuti sul palco.
Il coro, piuttosto possente, finì con il grido VIVA L’ITALIA.
Le ragazze si tolsero il gonnellino e rimasero in slip (s’intende con l’indumento alto sui fianchi non meno dei regolamentari 15 centimetri) e così si esibirono in due o tre “passerelle”
Le soubrette indugiarono sulla passarella per raccogliere gli applausi che furono lunghi, poderosi e convinti.
Il maresciallo dei carabinieri di turno salì sul palco e si complimentò con Piero per il comportamento patriottico tenuto.
Questo fu il fatto che convinse Piero e gli altri studenti in sala ad organizzarsi in associazione universitari di Civitavecchia.
Piero ne fu il primo presidente.
Per chi scrive il fatto, ma è un’opinione personale, fu l’unico per Civitavecchia e forse l’ultimo episodio risorgimentale, anche se abbastanza fuori tempo.
Perché l’associazione ebbe il nome di Renato Posata?
Renato Posata era uno studente che il 23-09-1043 dalle parti di Palidoro fu “rastrellato”, cioè coattivamente arrestato, insieme ad altri dodici uomini, da un plotone di soldati tedeschi e tutti inviati ad eseguire lavori di fortificazioni militari lungo la spiaggia.
Nella notte tra il 30 settembre ed il primo ottobre tre dei rastrellati riuscirono a fuggire, risultando quindi assenti all’appello della mattina.
Il comandante del plotone, dopo aver consultato il superiore comando, presentò ai dieci uomini rimasti, un mazzetto di dieci fiammiferi, scoperto solo da una parte, invitando ciascuno a prelevare un fiammifero. I tre, Renato Posata, Pietro Fumaroli e Giuseppe Canu, che estrassero i fiammiferi mancanti di una parte furono fucilati.
Risultò inutile ogni tentativo di salvarli cercando di convincere il comandante del plotone a non eseguire la rappresaglia.
Sui tre fuggitivi non è dato esprimere giudizi di alcun genere perché, quando ci si trova “dentro” una guerra, i comportamenti dei singoli non sono controllabili né prevedibili nemmeno dai soggetti che agiscono.
A conferma voglio ricordare alcuni episodi di guerra vera:
1) dopo la rottura del fronte di Cassino si videro sfilare sui lati della via Cassia i paracadutisti in ritirata della Hermann Goring con a tracolla nastri di pallottole e sulle spalle mitragliatrici, mortai ed altre armi “leggere”. Al centro della strada, procedeva, poco più veloce, la fila dei carri armati, cannoni, autocarri e altre macchine da guerra.
2) una formazione di un centinaio di B/24, carichi di bombe, con i motori al massimo dei giri (400 motori) che vola compatta a 3000 metri di altezza verso obiettivi prefissati;
3) nel mese Giugno 1944 nella rada di Civitavecchia sostavano all’ancora tanti Liberty da trasporto, forse un centinaio, vigilate da ogni tipo di navi da guerra.
I mezzi anfibi in fila arrivavano sotobordo delle nsvi e ricevevano il carico avvolto in una giapponese (rete di corda). Sull’Aurelia una fila continua di carri armati, camion, cannoni ed altre macchine di guerra.
Di sera le torpediniere gettavano i fumogeni che coprivano con fitta nebbia la rada e le macerie della città.
In questi casi non ho visto nessuno fermarsi a guardare o camminare, perché tutti fuggono e si allontanano dal pericolo e tale è ritenuto ogni evento collegato alla guerra.
E’ vero pure che nello stesso luogo- Palidoro – il brigadiere dei Carabinieri, Salvo D’Acquisto, si accusò di un fatto non commesso per salvare la vita di altri e si fece fucilare sapendo che quello sarebbe stato l’epilogo del suo gesto. Non so dire altro.
Capii che la guerra era finita quando in un giorno di gennaio del 1945 mi capitò di vedere WALTER UNALI, che non c’è più, seduto a ridosso di uno sperone rimasto fra le macerie del Grande Hotel “Le Terme”, che nella luce di Gennaio apriva e mangiava con calma ricci di mare.
La POSATA non fu un’associazione culturale, né politica. Vi si praticò la goliardia che è sempre consistita nella dissacrazione del sesso e della religione, con canti, litanie, parodie di preghiere, liturgie strampalate.
Fu un’associazione esclusivamente maschile con un’eccezione: Rosalba Pieroni, un’ avvenente studentessa, molto intelligente e simpatica alla quale mai nessuno mancò di rispetto come donna. Rosalba, che non c’è più, frequentava la sede ed era presente alle “feste della matricola”.
Era la sorella di tutti.
Non è possibile dire oggi il testo di qualche canto o delle tante parodie religiose, perché risulterebbero blasfeme e offensive. Allora il giudizio era: “sono quei matti degli studenti e nient’altro.” Nessuno si offendeva o gridava allo scandalo.
La festa della matricola era una, oggi si direbbe compilation di goliardia portata in corteo, che di solito vedeva sfilare:
carro con la matricola (uno studente iscritto al primo anno che aveva brillantemente superato le prove, non sempre confortevoli, richieste dagli anziani), che sventolava il papiro; carro sontuoso con sopra il pontefice massimo che benediceva la folla con uno scopino di WC immerso in un orinale; studenti con saio di frati, salmodianti litanie irrepetibili e altri carri di contenuto sessuale o religioso.
La gente si fermava a guardare il corteo che sfilava, rideva e poi ripeteva la battuta circolante: “so’ proprio matti questi studenti”.
Gli studenti in quegli anni 50 di sera facevano capo al “BAR ITALIA”, dove officiava, in qualità di banconista, il mitico Filippo Schillaci, che insieme a Leandro del “Bar Agliata” e Danilo del “Caffè Porchianello”, costituivano il terzetto top dei banconisti.
Il “BAR ITALIA” era anche frequentato da un gruppo di professionisti. Fra questi l’Avv. Prof. Giovanni Vanni il quale, professore di ruolo di italiano e latino, di cultura e animo liberale, si era rifiutato di pronunciare il giuramento richiesto dal regime ai dipendenti pubblici. In conseguenza era stato destituito dalla funzione e dallo stipendio e aveva scelto di praticare la professione di avvocato, che svolgeva davanti alle corti superiori: Cassazione e Consiglio di Stato.
Una sera al BAR stavo riferendo del viaggio in moto che avevo fatto con Augusto Taffi, il medico, fraterno amico, da Civitavecchia fino a Nord di Stoccolma e della facilità di rapporti amichevoli con ragazze e ragazzi nordici.
Il prof. Vanni, prendendo lo spunto d questa mia noterella di costume, tenne una lectio magistralis sull’amicizia, illustrando, da par suo, il pensiero di Aristotele, Socrate, Platone e Cicerone. Parlò per oltre un’ora ai presenti nel BAR che ascoltavano in religioso silenzio. Ranieri Senserini, il padrone del BAR, espose il cartello “CHIUSO”. Al termine della lezione vi fu un lungo rispettoso applauso.
Le serate al BAR degli studenti scorrevano tra scherzi, sberleffi, frizzi e lazzi. Talvolta la situazione languiva e allora A.N.-, che sapeva imitare il dialetto livornese, interveniva per dire “ suvvia ragazzi ‘sta sera, s’è capito, si va a puttane.”
Tutti si alzavano e con mezzi diversi la comitiva si trasferiva al “Dollaro” (nome della casa e costo di una marchetta). Oppure “suvvia ragazzi, si va a fare ‘na sgambata”.
“Na sgambata” significava una camminata per le strade di Civitavecchia, allora pulite e senza macchine parcheggiate.
Le strade erano pulite e lavate perché, sebbene il Comune fosse molto parsimonioso, tuttavia il Sindaco, Renato Pucci, con atto di civile comprensione aveva chiamato OVIDIO a collaborare nel servizio della nettezza urbana.
OVIDIO era un uomo buono, camminava un po’ piegato di lato e parlava con toni di voce bassa. Lo ricordo con una manichetta a tracolla, che apriva le prese d’acqua e con il getto a pressione puliva e lavava le strade.
Di notte, quando c’era la luna, camminare nelle strade larghe, pulite, lavate, senza macchine in sosta, di Civitavecchia era piacevole.
Il declino della POSATA iniziò con l’avvento della televisione e con la comparsa dei motorini prima, poi della Fiat 500 e 600, con l’apertura dei locali “ WHISKY A GO GO”, con l’installazione dei JUKBOX, consumo del NEGRONI e si concluse con la chiusura delle case il 28.09.1958 disposta con la legge Merlin.
Indro Montanelli scrisse un articolo “ADDIO WANDA,” dove dichiarava la fine di un’epoca. E così fu.
Ma prese il via un’altra epoca che, è bene ricordare, era aperta a tutte le speranze. Tutti i ragazzi della POSATA conseguirono la laurea e presero a correre per la strada da ciascuno scelta fra le tante aperte. Gli uomini nuovi erano dovunque accettati. L’ascensore sociale funzionava per chi aveva voglia di salire. Le privazioni della guerra furono sostituite da un benessere crescente per tutti quelli, che volevano correre. Durò una decina di anni, poi finì .

LUIGI BENNI