La cura della democrazia

di ENRICO IENGO

Recentemente la presidente dell’ANPI ha chiesto che, in base alla legge Scelba del 1952, venisse sciolta coattivamente l’associazione “Casa Pound”, in  quanto organizzazione politica che si richiama espressamente a principi e comportamenti del partito fascista.

Il mio appoggio a tale richiesta è totale, sottintendendo la convinzione che questi rigurgiti neofascisti rappresentino un pericolo per la democrazia, pur riconoscendo il numero ad oggi esiguo dei militanti di queste organizzazioni e nella consapevolezza, come si sottolinea da più parti, che pensare ad un ritorno del fascismo,  nei modi in cui si manifestò la sua (resistibile) ascesa al potere un secolo fa, è completamente sbagliato.

In cosa consiste allora il pericolo per la democrazia?

Pasolini scriveva, negli anni 70, che uno dei problemi di fondo, se non il problema di fondo,  è che l’Italia non è mai stata capace di esprimere una grande Destra come nelle altre democrazie occidentali.

E’ questo il fatto determinante di tutta la sua storia recente.

“L’Italia- sosteneva Pasolini- non ha avuto una grande Destra perché non ha avuto una cultura capace di esprimerla;  essa ha potuto solo esprimere quella rozza, ridicola, feroce destra che è stato il fascismo”. E’ in questo senso che a mio parere va trovata la continuità con la strisciante cultura fascio-populista espressa dal partito oggi di maggioranza relativa e dai movimenti extraparlamentari a cui strizza l’occhio. Questo perché, lo ripeto, non esiste e non è mai esistita una alternativa culturale nella storia politica della destra italiana.

E’ chiaro che ogni forma di continuità di tipo storico, sociologico, antropologico  si è trasformata,  direi spezzata con un salto qualitativo enorme, passando da una società preindustriale, caratterizzata  da un alto tasso di analfabetismo,  da ceti medi grettamente chiusi in una cultura arcaica con valori fondati su una morale ipocrita, ad una società post-industriale, ove si afferma una cultura di massa, ma, attenzione, spostata sul livello individuale dell’affermazione di un desiderio privo di Legge.

Ma sempre restando nel solco della riflessione pasoliniana, l’omologazione culturale, riguardando un po’ tutti – popolo e borghesia, operai e sottoproletariato-, ha determinato secondo me una ulteriore conseguenza: ha sfumato ogni sostanziale differenza nel giudizio politico, ha preteso di eliminare destra e sinistra come relitti del passato, rendendo superata  l’introiezione di una cultura antifascista.

Corrisponde a tale matrice il tentativo di snaturare il significato del 25 Aprile, del primo Maggio, del 2 Giugno.

Così si stanno indebolendo i famosi anticorpi a difesa della democrazia, così una informazione egemonizzata dai social, da una parte pericolosamente controllata, d’altra parte apparentemente libera nella sua delirante autoreferenzialità, contribuisce a minare la salute della democrazia.

E ciò avviene a strappi, come un tiro alla fune, ove ad ogni strappo perdono un pezzo di terreno i valori fondanti della nostra democrazia.

Del resto la cultura (ma anche quella che definirei  la pseudocultura)  produce codici che determinano il comportamento e questo è un linguaggio. Come non accorgersi che il linguaggio verbale, espressione del nostro tempo, è così povero, nel senso di convenzionale  o sterilmente tecnicistico, condizionato dai social, da essere sostituito nell’immaginazione collettiva da un linguaggio del comportamento, da un linguaggio fisico vincente rispetto al linguaggio verbale e  il cui alfabeto, la cui grammatica è nella piena disponibilità dell’Uomo forte al comando.

E’ questo tipo di linguaggio del comportamento che condiziona il linguaggio verbale in slogan vincenti come “l’Italia agli Italiani” o “porti chiusi”, slogan la cui semplicità e rozzezza contrastano con la complessità di problemi  che hanno una dimensione epocale.

Non sarà facile contrastare questa tendenza, ad esempio a chi consiglia di cercare slogan altrettanto efficaci da parte della sinistra mi sento di rispondere che la sinistra storicamente, ideologicamente e antropologicamente non può  adottare lo strumento del linguaggio fisico per arrivare alle persone, quando lo ha fatto ha corso il rischio di snaturarsi del tutto.

Per tornare alla mia premessa, battersi oggi per la chiusura di un’organizzazione che si richiama  alla ideologia fascista è un modo anche per iniziare a rispondere a segnali inequivocabili, da sempre associati ai regimi autoritari e antidemocratici e dei quali si avverte l’allarmante quotidiana presenza.

Laddove la democrazia è malata, prevale l’idea centrale della Causa ideale, quella che si sposa come valore assoluto:  in questo caso la Causa “dell’Italia agli Italiani”, associata al mito della nazione come fede assoluta in risposta alla integrazione e all’accoglienza.

Laddove la democrazia è malata, c’ è l’identificazione totale e  fanatica delle masse al loro leader in un rapporto verticale e diretto.

Laddove la democrazia è malata, viene costruita per il popolo  una identità attraverso l’individuazione di uno o più nemici, di un Altro, di un esterno contro i quali si crea il confine identitario.

Quando uno o più di questi segnali vengono avvertiti, allora è tempo che tutti coloro che hanno a cuore la democrazia facciano argine prima che la piena inondi tutto.

Ma come si fa argine?

Non ho la pretesa di avere soluzioni in tasca, il mio auspicio è semplicemente  stimolare riflessioni ed ho la perfetta consapevolezza  che si tratta di intraprendere una lunga traversata nel deserto, forse attraverso più deserti .

Sono convinto che c’è bisogno di Europa e c’è bisogno di una sinistra italiana ed europea più adeguate a fronteggiare i pericoli di derive autoritarie. Sono convinto che occorre riconquistare le periferie, le fabbriche, stare vicino alle persone, in particolare agli ultimi e ai penultimi. Sono convinto che occorre un’alleanza con il volontariato, con le associazioni cattoliche, con quanti si prodigano per aiutare disinteressatamente il prossimo.

Ma di una cosa sono altrettanto sicuro: politica e cultura devono essere indissolubilmente legate. Qualcuno, nella sinistra, ha la responsabilità di averle scisse, qualcuno ha preferito la gestione del potere, si è chiuso nella torre eburnea, ha sposato una cultura  autoreferenziale e astratta, lontana  dalla realtà dei cittadini.

 La politica separata dalla cultura è rinuncia alla elaborazione di idee per un cambiamento realizzabile, è piccola politica, serva dell’attualità e dell’emergenza, che subisce le spinte autoritarie, dimenticando il grande insegnamento gramsciano: “La cultura è la chiave per affrontare i grandi problemi della politica”.  

ENRICO IENGO


Immagine titolo: Ivory Tower
A photo by Billie Ward (https://www.flickr.com/photos/wwward0/22752581253).