DONNE E CALCIO

di STEFANO CERVARELLI

Si avvicina l’8 marzo: quale migliore occasione di parlare di donne e sport ed in particolare di donne e calcio?

Un binomio che in questi tempi sta sempre più affermandosi agli onori della cronaca non solo sportiva, visti gli episodi accaduti con relative dichiarazioni che, a loro volta, hanno sollevato un “nugolo” di repliche con le immancabili polemiche.

Prima di parlare di questo vorrei, però, analizzare brevemente il momento sportivo che il calcio femminile sta vivendo nel nostro Paese.

Un momento indubbiamente magico, culminato nella qualificazione ai Mondiali- che si terranno in Francia nel prossimo giugno- avvenuta in coincidenza proprio con il fallimento della selezione maschile.

Un risultato che indubbiamente ripaga dell’indifferenza e del “quasi” silenzio che ha accompagnato questo sport, contrariamente a quanto accaduto con altre discipline sportive.

Indubbiamente dietro questa esplosione molto ha influito l’interesse che grandi club professionistici hanno riservato al calcio femminile. Quasi tutte le più grandi società professionistiche hanno oggi una loro compagine in rosa che partecipa al campionato di serie A o, quantomeno, a quello di B (per la cronaca la squadra campione d’Italia è la Juventus).

È chiaro che ad un interesse da parte di grandi società non poteva non corrispondere un interesse maggiore dei mass-media che sempre più hanno dedicato attenzione e spazio a questa disciplina, fino ad arrivare a trasmettere in diretta le partite più importanti.

La storia del calcio femminile – che racconterò per sommi capi – ha un inizio lontano nel tempo; risale precisamente al 1933 quando a Milano venne fondato il primo club: Gruppo Femminile Calcistico. Seguirono altre squadre, ma vennero solo disputate partite – diciamo così – dimostrative.

Il conflitto mondiale, il dopoguerra, con tutte le sue problematiche non costituì certo il momento migliore per l’espansione di questo sport.

Si dovette attendere il 1968 per veder nascere la Federazione Calcio Femminile ed il primo campionato.

In quell’anno si ebbe anche la nascita della Nazionale che giocò la sua prima partita il 2 febbraio contro la Cecoslovacchia, vincendo 2-1. A dir la verità l’incontro si disputò prima della nascita della Federazione il cui atto costitutivo è dell’11 Aprile 1968.

Nel 2009 nella F.G.C.I. venne istituita una divisione Calcio Femminile, gestita dalla Lega Dilettanti.

Siamo arrivati ai giorni nostri: il 9 Settembre 2018 sempre la F.G.C.I., visto “l’esplodere” del calcio femminile, ha deciso che i campionati di serie A e B vengano gestiti direttamente dalla stessa Federazione.

Ma torniamo a quel Campionato del 1968 al quale doveva partecipare anche una squadra della nostra città: dico” doveva” perché purtroppo all’ultimo momento non se fece niente.

Ecco brevemente quello che avvenne.

Il professore Aldo Vespa, padre fondatore di diversi sport nella nostra città (uno per tutti: il basket) ebbe chiara la percezione che il calcio femminile prima o poi avrebbe” sfondato” e si adoperò per formare una squadra, trovò atlete, sponsor, dirigenti e anche il medico sociale. Venne così costituito il Club Calcio Femminile Civitavecchia.

La squadra giocò anche due amichevoli precampionato dove fece intravedere buone prospettive.

Poi però ecco il colpo di scena. A causa di problemi finanziari sorti all’ultimo momento, la squadra non potette partecipare a quello storico campionato. A merito dell’impresa tentata ritengo giusto ricordare i nomi delle “pioniere”: Carla Passavanti, Chiara Guidoni, Virgilia Pampinella, Anna Cotugno, Mirella D’Anna, Antonietta Cardacci, Irene Ponterolo, Ambra Di Giovanni, Nuccia Mazzella, Letizia Macaluso, Eva Cozzolino, Stefania Liguori, Luana Tortorelli, Allenatore Aldo Vespa.

CERVASPORT 2

La delusione delle ragazze fu pari agli sforzi, ai sacrifici, alle rinunce che dovettero affrontare, ai pregiudizi contro i quali dovettero lottare; non ultima la diffidenza con la quale la città accolse la novità considerando il calcio poco adatto al “gentil sesso”. Erano tempi, quelli, dove per le ragazze fare sport non era un’attività “normale”, mancando tra l’altro anche condizioni oggettive, figuratevi poi giocare al Calcio!

In questo desiderio si arrivò a riscontrare l’intenzione, da parte delle ragazze, di compiere un atto di affermazione femminista, un reclamare, anche attraverso lo sport, la parità di diritti; e quale migliore occasione se non proprio quella di “sfidare” l’uomo in un …campo di sua stretta pertinenza? Insomma, nonostante tirasse nella società un vento di contestazione rinnovativa, predominante rimaneva l’idea che le ragazze non dovessero uscire dal recinto degli sport “adatti a loro”.

Alcune di loro dovettero affrontare anche battaglie prettamente personali e famigliari.

In un libro uscito qualche anno fa, scritto insieme a Giancarlo Peris e Marco Galice, che trattava la storia dello sport nella nostra città, affrontai anche l’argomento del calcio femminile. Lo feci sotto forma di racconto che vedeva protagoniste due ragazze una delle quali, alle prese con pregiudizi, ostracismo, ricatti e divieti alla fine dovette rinunciare alla sua passione.

L’altra invece……bè il finale non ve lo posso raccontare, toglierei la sorpresa a quei” carissimi” amici che incuriosisti volessero andare a vedere come finisce.

Scusandomi per questa “ignobilissima” pubblicità, riprendo il discorso.

Oggi, vuoi per lo spazio che riceve dai mass-media, vuoi per la qualificazione ai mondiali, il calcio femminile ha raggiunto una notevole popolarità tanto da apparire come la “novità” assoluta nel firmamento dello sport italiano; ma abbiamo visto che non così: si tratta di una storia iniziata, oramai, 90 anni fa.

I primi sentori comunque che nel rapporto donna-calcio qualcosa di nuovo stesse avvenendo si ebbero diversi anni fa quando il presidente della Viterbese per la sua squadra professionistica scelse come guida tecnica una donna: Carolina Morace, forse la più brava giocatrice del football femminile, diventata poi in seguito allenatrice.

La sua avventura non durò a lungo, ma la sostituzione fu dovuta solo a motivi tecnici.

Poi sono arrivati i primi arbitri donna, le prime commentatrici ed opinioniste donne (ricordiamo la capostipite: Alba Parietti) e poi man mano se ne sono aggiunte altre sempre più capaci e competenti (non solo nel calcio) in grado di interloquire con i più affermati campioni e giornalisti specializzati.

Ma questo non è bastato ad eliminare i pregiudizi, derivanti anche dal timore di veder invasi i propri territori (leggi studi televisivi).

Per molti le “riserve di caccia” hanno sempre costituito un territorio da difendere da intromissioni varie, ed ecco allora che qualcuno, forse preoccupato di perdere la sua piccola poltrona di commentatore, assume nei confronti delle donne un atteggiamento offensivo e squallido tanto da essere censurato e sospeso, per due settimane, dalla emittente -RAI – per la quale elargisce i suoi dottrinali commenti. Sto parlando di Fulvio Collovati che, di campione, ha dimostrato di avere solo i piedi perché nel corso di una trasmissione se ne è uscito con la seguente frase:” Quando sento parlare una donna di tattica calcistica mi viene il voltastomaco”.

Un (?) campione pagato da un emittente pubblica è tenuto a stare più attento a quello che dice, ma ancor più triste è l’averlo pensato. Il sig. Collovati ha mai provato a discutere (se ne è capace) di calcio con le commentatrici alle quali accennavo sopra? Il sig. Collovati che vorrebbe le donne lontano dagli sport “maschili” sa che nell’ultimo Superbowl a commentare l’incontro c’erano anche donne? Parliamo di football americano, lo sport più “maschilista” che possa esistere; e non stavano certo lì a far scena.

Ancora. Sui social in questi giorni è infuriata anche un’altra polemica riguardante le donne e il calcio.

Mi riferisco all’episodio che ha visto protagonista Wanda Nora – moglie del giocatore dell’Inter Icardi – che essendo procuratrice del marito è entrata in rotta di collisione con la società a proposito del futuro del giocatore; il problema principale è che lei pur avendone il diritto, nel tutelare i propri affari si è spinta con il linguaggio e con le frasi un po’ oltre, suscitando reazioni all’interno della squadra che non hanno certo giovato al marito, con il finale comunque ancora tutto da scrivere.

Ora lasciando da parte le frasi ed i dialoghi più o meno” focosi” intercorsi tra le parti, il problema sta nel fatto che per molti “santoni” il fatto che una donna interloquisca di calcio e per di più sia procuratrice del giocatore rappresenti uno scandalo.

Qui non sono d’accordo. Il grado di parentela non costituisce un impedimento tant’è che altri giocatori famosi si fanno rappresentare da parenti strettissimi; in secondo luogo la gestione oggi di un giocatore professionista il cui valore è molto elevato, che ha rapporti di lavoro con vari sponsor, che sempre più spesso è testimonial pubblicitario, esula da un discorso tecnico-tattico introducendoci in un campo puramente manageriale e, se vogliamo, anche imprenditoriale, attività queste- fino a prova contraria- non certo precluse alle donne, anzi….

Fin qui, tutto sommato, niente di particolarmente grave, se non fosse intervenuto, anche su questo episodio, il parere illuminato di un altro grande campione: Alessandro Costacurta che ha proclamato:” Se mia moglie avesse pronunciato le frasi che ha detto Wanda, io l’avrei cacciata da casa”. Senza fare commenti ricordo soltanto che Costacurta ricopre un incarico federale e compare nella pubblicità di un settimanale femminile. Probabilmente non parlerebbe così se la moglie avesse…… un fisico tipo Serena Williams! Sarebbe interessante vedere chi esce da casa e …da dove!!

Concludo con le parole di Ada Hegerberg, giocatrice norvegese che a 23 anni ha già vinto 4 campionati, 3 Coppe di Francia e le ultime tre Champions League con la squadra francese del Lione. Con la sua nazionale ha vinto la medaglia d’argento all’europeo del 2018; lo scorso dicembre è stata insignita del primo pallone d’oro del calcio femminile.

Durante un’intervista ha detto: “La donna nel calcio femminile deve battersi ogni giorno per il suo posto e per avanzare le cose. Piuttosto che calcio femminile io preferisco definirlo il calcio delle donne. Questo premio (pallone d’oro) spero possa servire a far cambiare lo sguardo della gente sulle donne del calcio. Io voglio diventare una portavoce dell’evoluzione, senza però perdere di vista il campo”. E fa bene, dico, perché un mondiale senza Ada Hegerberg è come un mondiale senza Messi o Ronaldo.

A proposito: perché non mandare Collovati o Costacurta a commentare il mondiale?

Eh, sì cari amici, ho l’impressione che non saranno più solo i politici a chiedere la… separazione di carriere!

STEFANO CERVARELLI