PRESENTAZIONE DEL VOLUME DELLA “CENTUMCELLAE” – Civitavecchia ed il suo entroterra durante il Medioevo

di FRANCESCO CORRENTI ♦

2. 1986. Cv durante il MedioevoL’Associazione Archeologica “Centumcellae” ven­ne fondata l’11 novembre del 1911. Fin dall’inizio, la sua attività si è distinta per l’apporto dato alla co­noscenza del territorio da parte di numerosi soci, molti dei quali si sono dimostrati, nel campo della ri­cerca archeologica, ben al di sopra del livello di sem­plici “appassionati”, fornendo contributi fondamen­tali nella ricostruzione del passato di Civitavecchia, come la “carta archeologica” completata nel 1956 a cura di Salvatore Bastianelli e di Ilario Cordelli. La tradizione non si è perduta ed al lavoro general­mente solitario dei primi studiosi, l’Associazione ha saputo sostituire l’opera corale di un nutrito grup­po di ricercatori con solide basi culturali e requisiti di professionalità. Con la dinamica presidenza di Fabrizio Pirani, ini­ziata nel 1959 ed alla quale si deve anche l’istituzio­ne della degna sede in questa piazza Leandra, na­sce l’iniziativa dei “Bollettini d’informazione”, con­creta testimonianza della volontà di rendere patri­monio comune e quindi scientificamente valide e suscettibili di ulteriori elaborazioni, le conoscenze acquisite nelle escursioni esplorative.

Proprio dalla rilettura dei “bollettini” possiamo rilevare la graduale affermazione di un’impronta propria ed originale, l’e­mergere di capacità interpretative autonome, lo svi­luppo e l’affermazione di spiccate personalità tra gli autori delle comunicazioni. Già nel 60° anniversario della fondazione, nel 1971, il volume Studi e ricerche nell’entroterra di Ci­vitavecchia dimostrava con la pubblicazione di una serie di saggi, tutti ad opera di giovani soci, l’avvenuto salto qualitativo, parallelo all’ampliamento della base operativa.

Dieci anni dopo, nel suo 70° anno di vita, con il vo­lume e la mostra La preistoria e la protostoria nel ter­ritorio di Civitavecchia, la “Centumcellae” ha confer­mato il valore del suo impegno culturale e, nello stesso tempo, della sua presenza nella città. Con­ferma ripetuta nel 1982 con la mostra su La città me­dioevale di Cencelle, nel 1983 con il Progetto per il recupero delle memorie storiche locali, nel 1984 con la mostra e la monografia di Giovanni Insolera I­scrizioni e stemmi pontifici nella storia di Civitavec­chia.

L’Associazione celebra quest’anno il suo 75° anni­versario e, puntualmente propone all’attenzione del pubblico una nuova iniziativa di vivo interesse storico. Ne è oggetto il medioevo del comprenso­rio civitavecchiese, ossia il periodo più ricco di avve­nimenti fondamentali per l’assetto urbanistico attua­le e, tuttavia, meno conosciuto, più travisato dagli storiografi locali, più avaro di testimonianze concre­te.

3. 1986.11. Corso CentocelleProprio per questi motivi, il Medioevo di Civitavec­chia rappresenta l’epoca più avvincente, quella che maggiormente suscita la nostra curiosità e potrà of­frire il più ampio settore di indagine per nuovi studi, per nuove ricerche sul campo e negli archivi, per nuove scoperte.

In questo senso, l’iniziativa non rappresenta un punto di arrivo, ma una tappa, un momento di rifles­sione che è, anche, invito e stimolo all’approfondi­mento ulteriore.

Il volume Civitavecchia ed il suo entroterra durante il Medioevo è presentato, nella introduzione di Anto­nio Maffei, come catalogo della mostra. In realtà, il valore dell’opera va ben oltre i limiti di un repertorio, pure interessante, di oggetti archeologici, fornen­do un quadro completo, benché sintetico (e que­sta sinteticità deve esser considerata un pregio, a fini divulgativi), del periodo compreso tra il V ed il XV secolo ed oltre.

Come giustamente sottolinea Fabrizio Pirani nella sua presentazione, è motivo di compiacimento che il volume sia frutto della collaborazione tra ricercato­ri della “Centumcellae” e ricercatori della consorella “Adolfo Klitsche de la Grange” di Allumiere: in pri­mo luogo, perché ciò giova alla completezza, per­ché le vicende storiche dei due territori sono stret­tamente connesse, anzi unitarie, ed in secondo luogo perché questa reciproca apertura a contribu­ti esterni è chiaro segno di maturazione: un ulterio­re passo verso la concezione più moderna degli studi storico- territoriali, che vede nello scambio di esperienze, nelle ricerche coordinate, negli apporti interdisciplinari, più ampie e veloci possibilità di pro­gresso. È augurabile che tale maturazione si espliciti sem­pre più, portando al superamento di quelle vec­chie, radicate “gelosie” e “diffidenze” che ancora possono sussistere, quasi a livello inconscio, tra i cultori della materia. Ne sono un esempio i “libretti” del benemerito Salvatore Bastianelli, quei taccuini segreti in cui lo studioso ha annotato per decenni (dal 1913 al 1949> le proprie scoperte: preziosissi­mi nei contenuti , essi sono rimasti deplorevolmen­te sconosciuti fino ad oggi ed è altro merito della “Centumcellae” quello di averne iniziata la pubblica­zione, che si promette presto integrale.

A questo riguardo va fatta una precisazione, per ri­badire quanto ho sottolineato in molte altre occasio­ni ed ho voluto riproporre nella premessa al mio li­bro Chome lo papa uole…: la mancata circolazione e diffusione degli studi e delle elaborazioni non può essere imputata a quanti si dedicano, con passione disinteressata, a tali attività e che ben volentieri ne offrirebbero il frutto alla pubblica fruizione, bensì al­la riluttanza di enti ed istituzioni locali, ed in primo luogo del Comune, ad incentivare e favorire concre­tamente questi aspetti della cultura che sembrano elitari. Questo equivoco è alla base della grave, dif­fusa, profonda assenza di cultura in molti settori del­la vita cittadina ed in molte delle sue espressioni e­steriori, di cui avremo qui occasione di parlare più dettagliatamente. Sfogliamo, dunque, il libro della “Centumcellae”, che è dedicato alla memoria di Basilio Pergi, Odoar­do Annibali e Franco Capuani, figure indimenticabili di ricercatori, per i quali l’esplorazione archeologica ha rappresentato un impegno costante ed entusia­smante. Dopo la presentazione e l’introduzione, che ho già ricordate, Antonio Maffei, cui si deve il coordina­mento di tutta l’iniziativa, illustra il tema Civitavec­chia ed il suo entroterra dal V secolo all’inizio del IX.

Si tratta del lungo periodo di crisi e di invasioni, che vede, tuttavia, la città di Centumcellae sopravvi­vere al disfacimento dell’impero romano ed alla de­cadenza che colpisce gli altri nuclei urbani del litora­le, affermandosi anzi come polo strategico, la cui im­portanza è ben compresa e utilizzata dai pontefici impegnati a porre le basi del potere temporale della Chiesa. Date le potenziali possibilità offerte dalla sua posizione e dal porto traianeo, la città va deli­neandosi urbanisticamente quale centro egemoni­co del Patrimonio, quando le incursioni saracene pongono fine alla sua esistenza fisica e mutano le condizioni economiche e politiche del territorio.

Nel tratteggiare le vicende di questo periodo, An­tonio Maffei non si limita a ricordare le antiche fonti da cui è possibile ricostruire gli avvenimenti storici della città, ma fornisce anche puntuali riscontri ar­cheologici, con l’intelligente adozione del metodo IGM di designazione della zona. Suggestive ipotesi vengono da lui avanzate circa l’origine di alcuni to­ponimi, come Costa Romagnola e Costa Lombar­da, Monte Romano e Castel Lombardo, che conser­verebbero la traccia dell’appartenenza alle diverse etnie, proprio nel territorio di confine tra il Ducato Romano e la Tuscia Langobardorum. il complesso funerario monumentale di Costa Lombarda potreb­be costituirne la prova archeologica.

Di grande interesse sono anche le illustrazioni che corredano il testo: dalla cartina delle principali “fattorie”, dove la presenza di ceramica africana di ti­po D attesta il perdurare di scambi commerciali nel Mediterraneo, alla riproduzione degli appunti del Bastianelli riguardanti la necropoli e la probabile chiesa di Via Tarquinia.

I limiti di questa presentazione non mi consento­no di ampliare l’argomento delle chiese paleocristia­ne di Centumcellae, anche per non ripetere tesi da me già sostenute e pubblicate. Va, comunque, rile­vato che le annotazioni ed i disegni del Bastianelli ci permettono ora di farci una idea più precisa del sa­cro edificio, alle cui modeste dimensioni corrispon­deva una notevole ricchezza architettonica, ottenu­ta con l’abbondante reimpiego di materiale di spo­glio proveniente dalle costruzioni imperiali della cit­tà: il che consente di dedurre indiretti indizi anche sui mutamenti che la stessa città poteva contempo­raneamente aver subito.

4. 1985. Chome lo papa uole...È, però, d’obbligo una riflessione sulla mancata conservazione di un’area archeologica ditale impor­tanza storica, da abbinare a quella della grande basi­lica a nord della darsena, i cui resti sono sepolti tra piazzali e binari ferroviari: prove, entrambe, di quel­l’incuria e di quello scarso interesse dimostrati an­che dagli organi statali che lamentavo in preceden­za.

Per motivi di ordine cronologico va citata a questo punto la comunicazione di Cesare Marletta sulla Iscrizione cristiana rinvenuta in Via Leopoli e nuova­mente ritrovata in magazzino completa della parte fi­nale, che si riteneva perduta. Anche in questo ca­so, viene colmata una lacuna, sia completando l’epi­grafe tombale con le parole inedite (la riscoperta è posteriore alla ricognizione effettuata dal Mazzoleni per la sua edizione del 1985) sia fornendo i dati rela­tivi alla provenienza della lastra, che risulta quella zo­na tra Via Don Morosini e Via Leopoli, dove nel 1956 fu rinvenuto un tratto dell’Aurelia romana ed un sepolcreto. Benché i lavori che determinarono l’importante ritrovamento fossero eseguiti da un en­te pubblico come l’istituto Autonomo per le Case Popolari, i resti archeologici vennero rapidamente distrutti e ricoperti per evitare un fermo da parte del­la Soprintendenza.

Ed è un altro esempio di inciviltà che rientra tra i molti casi di cui parlavo.

La parte finale del primo scritto di Maffei ed il sag­gio di Odoardo Toti che lo segue aprono il tema del­la distruzione di Centumcellae e del trasferimento dei profughi nella Leopoli di Centocelle, apposita­mente fondata da Leone IV.

Devo dire; in tutta sincerità, che non mi convincono quei punti in cui l’amico Maffei si rifà alle ricostru­zioni di Rinaldo Panetta. Il libro di questo autore, I Saraceni in Italia, esauriente e documentato nel suo complesso, proprio sulle vicende della nostra città lascia eccessivo spazio alla fantasia ed alle ver­sioni tradizionali: ne risulta un racconto infiorato da episodi circostanziati che non hanno basi nelle fon­ti, per giunta concluso con la critica accettazione del “ritorno” nell’889, sotto Stefano VI.

L’813, I’823 e l’846 sono le date più probabili dei ripetuti sbarchi arabi a Centumcellae. La tesi delle ondate successive mi sembra rispondere meglio al concatenarsi degli eventi.

Essa concilia le diverse fonti, dà ragione dei doni solleciti di Pasquale I alla cattedrale di S. Pietro Apo­stolo e giustifica i 40 anni di tribolazioni ricordati dal Liber Pontificalis, anche se – dopo il primo assalto – non si ebbe un abbandono totale della città.

Il quarantennio del Liber Pontificaìis va, dunque, interpretato in senso non letterale, ma con riferi­mento al testo biblico: “I vostri figli saranno nomadi nel deserto per quarant’anni”. Le vicissitudini del popolo di Israele, prima di poter raggiungere la Pale­stina, riecheggiano nel brano che descrive la di­spersione e le tragiche condizioni di vita dei profu­ghi da Centumcellae. L’analogia fra essi ed il popo­lo eletto è densa di sottintesi religiosi e politici.

Leone IV deve affrontare il delicato problema del­la riorganizzazione d’una zona strategica del Patri­monio, quale appunto il territorio di Centumcellae, tenendo conto del profondo mutamento subito dal litorale. Mentre Ostia e Porto costituiscono dei pun­ti obbligati per la difesa diretta di Roma, la costa set­tentrionale ha assunto caratteristiche tali da rende­re necessario un sistema protettivo diverso da quello realizzato in età romana, quando la fascia co­stiera rappresentava la maggiore risorsa produttiva. Adesso essa è da tempo diventata un landa desola­ta. Centumcellae costituiva l’eccezione, l’oasi di vita nel deserto. La fine dei commerci marittimi ne ave­va, però, ormai atrofizzato le funzioni. Saccheggia­ta e disabitata, essa rappresenta una minaccia, qua­le potenziale base per nuove aggressioni nemi­che; riedificata e ripopolata, reinserirebbe un ele­mento di squilibrio nell’assetto assunto dal territo­rio. Leone IV dà maggior peso al secondo problema scegliendo una soluzione che appare più valida a lungo termine: il definitivo abbandono della città sul mare e il trasferimento degli abitanti in una posizio­ne più rispondente alla nuova organizzazione terri­toriale.

Possiamo supporre che almeno una parte della popolazione sia di parere diverso, per motivi affettivi, per abitudini di vita, per aver esercitato attività ma­rinare. Si tratta di convincerli ad accettare un radica­le cambiamento. Da qui il noto episodio della visio­ne, segno manifesto della volontà divina.

Dopo l’esodo, dopo i quarant’anni di tribolazioni il popolo di Centumcellae giunge così alla terra pro­messa e Leone, nel trasparente parallelismo, quale suo condottiero, assume il ruolo di nuovo Giosuè, ossia, secondo il significato del nome, di “Salvato­re”.

Della validità della scelta papale sarà prova la lunga vitalità della nuova Centocelle, che durerà finché nuove condizioni socio-economiche non determi­neranno un ulteriore evoluzione della fascia costie­ra. Le vicende della città sono esemplarmente rico­struite, smentendo la tradizionale versione fornita dagli storiografi civitavecchiesi, dal saggio di Odoar­do Toti. Si tratta, in realtà, della riedizione abbreviata de La città medioevale di Centocelle, che fu pubblicata nel 1958, a cura dell’Associazione “Klitsche de la Grange”. 5. 1986.10.18. FC relazioneL’opera non ha avuto, allora, la risonanza scientifica che bene avrebbe meritato e dobbiamo, quindi, compiacerci vivamente di ritrovarla inserita nel volume della “Centumcellae”, con l’augurio che la sua ristampa dopo quasi un trentennio ponga termine, fi­nalmente, alle distorte interpretazioni, che ancora si sentono ripetere e, purtroppo, si leggono anche in opere recenti, peraltro serie e documentate, co­me Le città da scoprire del Touring Club Italiano, per citarne una.

Approfondendo gli spunti contenuti nelle opere de Lauer, del Signorelli e del Silvestrelli, che tra la fi­ne del secolo scorso e gli inizi di questo avevano in­tuito la distinzione da operare tra la storia di Centocelle e quella di Civitavecchia, Odoardo Toti pun­tualizza con acume l’attribuzione dei documenti al­l’una ed all’altra città, evidenziando gli errori capar­biamente sostenuti da Carlo Calisse.

È da auspicare che i resti di Cencelle, conservati­si senza sovrapposizioni moderne e costituendo così un esempio unico di “città fondata” d’epoca carolingia, possano essere quanto prima oggetto di scavi e ricerche, oltre che di lavori di consolida­mento e conservazione. In questo, l’Associazione Archeologica deve impegnare le proprie energie, facendo opera di diffusione e di denuncia, essen­do inconcepibile l’abbandono in cui è lasciato dagli organi preposti un complesso altomedioevale di tanto valore storico.

Ancora di Antonio Maffei sono i due scritti che se­guono. Il primo è intitolato Appunti su alcuni docu­menti relativi ad emergenze architettoniche medioevali, il secondo tratta de Il monastero di Santa Maria del Mignone e il Casalone di Tolfa. I limiti di una pre­sentazione non mi consentono di entrare in un’ana­lisi dettagliata di questi studi, che abbracciano argo­menti assai vasti ed appassionanti, legati anche al­l’origine, da porre appunto in epoca medioevale, di numerosi toponimi ancora presenti nel nostro terri­torio. L’indagine di Maffei, corredata da fotografie i­nedite e da una, suggestiva cartina che ricostruisce la posizione dei siti, dà modo di rendersi conto del­la altissima densità degli insediamenti , in particola­re chiese e castelli, che popolavano la zona.

Per quanto riguarda le chiese di Civitavecchia, ar­gomento di cui mi sono a lungo occupato, vorrei ag­giungere qualche osservazione a quanto esposto da Maffei. Una chiesetta di Sant’Antonio esisteva nella località anonima a est della città, da non con­fondere con l’altra di S. Antonio Abate costruita nel Borgo nel 1749, poi dedicata anche a S. Antonio di Padova, e, infine, demolita, ricostruita e dedicata nell’856 a l’Immacolata Concezione. Il Signorelli la definisce Sant’Antonio della Selva e ciò può darci un’idea della diversa situazione arborea dei dintorni di Civitavecchia nei secoli passati. Credo che la chiesa possa essere identificata nel Casale esisten­te, trasformato nello stato attuale tra la fine del ‘700 e la metà deIl’800. La chiesetta era ancora in buone condizione nel 1699: una sua veduta prospettica, con il tetto a due spioventi e il campanile, ci è data dalla Pianta del nuovo acquedotto di Innocenzo XII, disegnata da Cinzio Fiori ed incisa da Alessan­dro Specchi.

La chiesa di S. Ferma (S. Fermina) fu nome impo­sto ai Civitavecchiesi dallo stesso Innocenzo XII, ma con scarsi risultati iniziali) era, invece, situata a nord della città, nello stesso luogo della più antica basili­ca presso la darsena, e fu demolita prima del 1638 per realizzare i fossati attorno alla cinta del Sangal­lo. Di questa chiesa e delle sue appartenenze, tra cui la casa rinascimentale in via Manzi, ho pubblica­to numerose notizie. La casa apparteneva alle ren­dite del Beneficiano della chiesa di S. Ferma e per­venne ai beni di S. Maria nel 1585. Anni addietro ho proposto alla Giunta Municipale di procedere al­la sua acquisizione. La proposta fu accolta e delibe­rata, incaricando l’Assessorato alla Cultura di curar­ne l’attuazione. A tutt’oggi però, essa non ha potu­to aver luogo, mentre l’edificio continua a degradar­si.

Sulla cella di S. Maria al Mignone, lo studio di Anto­nio Maffei fornisce un esempio di ricerca metodolo­gicamente esemplare: i documenti archivistici sono puntigliosamente analizzati e sottoposti a riscontri topografici e toponomastici, a loro volta verificati con dettagliate esplorazioni dei luoghi, scandagliati palmo a palmo per l’individuazione di indizi e persi­stenze. Il risultato è dei più felici e convincenti: gli antichi toponimi del Regesto Farfense ritrovano la loro col­locazione. Ripa Alba, Casa Securi, Casale Canneto Leone, Casale Cerviano, Terra Astaldi, ecc. ecc. rie­mergono dalle nebbie del IX e del X secolo per ac­quistare consistenza topografica, ritrovare i propri confini, i corsi d’acqua e le via di comunicazione, re­stituendoci un frammento di territorio rurale nello stato di oltre un millennio addietro.

Completa questa ricostruzione lo studio di Ange­lo Porchetti su Le strutture murarie del Casalone di Tolfa, il cosiddetto casale delle Cese, trasformato nel ’600 ma ancora conservante al piano terreno una doppia serie di campate con volta a crociera su pila­stri ed arconi di più antica origine. Anche questo studio è un esempio di un metodo di indagine da estendere alle numerosissime emergenze architetto­niche rimaste nelle campagne e colgo qui l’occasio­ne per invitare quanti sono interessati all’iniziativa della Ripartizione Urbanistica iniziata da alcuni anni per il censimento, il rilievo ed il piano di recupero dei Casali di Civitavecchia (alcuni dei quali sono og­gi all’interno del nucleo urbano), la cui conservazio­ne ed integrità è sempre più minacciata dal tempo e dalle mire edificatorie dei proprietari.

Proseguendo l’esame del volume, troviamo il capi­tolo di Ennio Brunori dedicato a Nuovi elementi per la ricerca nel medioevo delle Tolfe e delle Allumie­re. Anche in questo caso, testo e fotografie si inte­grano per fornire un quadro suggestivo di un perio­do lontano e poco conosciuto, ma di cui restano te­stimonianze ancora consistenti, la cui esplorazione può dirsi appena iniziata. Tolfa Vecchia, Tolfa Nuo­va, Santa Severina, Carcàri, Monte Castagno, Ca­strum Ferrariae, Valmarina vanno acquistando una realtà archeologica insperabile appena dieci anni addietro, quando i loro nomi sembravano definitiva­mente relegati nelle pergamene.

Certo, occorrono ulteriori studi e ricerche sul cam­po, rilievi topografici ed architettonici, per giungere ad una conoscenza più completa di questo patrimo­nio storico. Dovrà essere superata quella riluttanza degli enti locali cui accennavo: è in primo luogo il Comune, che può ottenere a questo fine contributi provinciali e regionali, a dover promuovere tali stu­di, incentivando e coordinando le singole ricerche, portate avanti finora con scarsi mezzi e con la sola passione dei ricercatori. Già l’opera di riunire ed ordi­nare in una sede il materiale raccolto o elaborato da studiosi isolati porterebbe ad un immediato arricchi­mento delle conoscenze, ma quanto, personal­mente, ho cercato di suggerire al nostro Comune non ha avuto ancora l’esito sperato. Villa Albani sembrava una prima sede idonea allo scopo, ma le iniziative si sono arenate, pur essendo disponibile una mole notevole di materiale. Qualcosa si è cerca­to di fare con le ricerche condotte in sede universitaria da numerosi studenti, che sono state raccolte dal Centro di documentazione urbanistica e saran­no prossimamente pubblicate nei quaderni trime­strali editi dalla Amministrazione comunale.

Infine, apprendiamo con soddisfazione dall’Asses­sore Insolera dei passi compiuti verso l’istituzione del sospirato Museo Civico.

Un’ultima annotazione vorrei farla sul Castrum Fer­rariae. Brunori ne traduce il nome in “ferraria”, certa­mente corretto e corrispondente all’antico. Tutta­via, la forma in cui esso ci è pervenuto nella topono­mastica è quella di “Ferrara”. La tenuta di Ferrara, appartenente alla Camera Apostolica, si estendeva per 316 rubbie, pari a 581 ettari, nel territorio di Civi­tavecchia, residuo di una più ampia estensione che riguardava il territorio di Allumiere. Essa appare deli­neata nel catasto Gregoriano e nelle prime mappe catastali del Regno d’Italia, il che rende possibile in­dividuare i confini verso il mare del Castrum, di cui parla la sentenza del 1319, circa la lite tra la camera urbana e Francesco de Gavellutis.

Segue nel volume una breve comunicazione di O­doardo Toti sul ritrovamento di due tratti scomparsi del Muro di cinta medioevale di Civitavecchia. Essa conferma con dati dimensionali e planimetrici quan­to era possibile ricostruire sulla base delle antiche piante della città. Sulla cinta si dovrà tornare a riflet­tere alla luce di quanto è stato scoperto ultimamen­te nei lavori di restauro della torre dell’Archetto, lodevolmente finanziati dalla Cassa di Risparmio. Della torre si è iniziato un accurato rilievo, ma già il semplice ritrovamento dell’arcone interno, ogivale, e la constatazione che la base a scarpa risulta ag­giunta alla torre primitiva anticipano la datazione ri­spetto al pontificato di Callisto III, cui, si deve, quin­di, attribuire un rifacimento poi completato da Pio Il.

Ciò conferma alcune ipotesi che ho in corso di pubblicazione. Mi piace qui anticipare un particola­re inedito: la Porta Romana delle stesse mura, quel­la che dalla prima strada si apriva verso il “monte del­le ciarle” (poi Piazza S. Francesco ed oggi Vittorio Emanuele Il), si chiamava ancora alla fine del Sei­cento – quando fu demolita per far posto al Palazzo della Comunità – torre del Barone. Di essa, come è noto, esistono straordinarie vedute tra i disegni di Carlo Fontana e degli altri collaboratori del Bernini. Ad esse mi sono riferito nella costruzione di un pla­stico della città alla metà del XVII secolo, che spero potrà servire da base per realizzare una grande ri­produzione tridimensionale della città antica, di cui arricchire il futuro Museo Civico.

Cesare Marletta è l’autore del saggio successivo, La chiesa e il campanile di S. Egidio Vecchio pres­so le Terme di Traiano. Molto importanti sono gli appunti del Bastianelli da lui pubblicati e le foto dei frammenti marmorei ritrovati nel sito della Chiesa.

Sono qui costretto a fare una puntualizzazione personale, richiamando anche quanto tentato — co­me dirigente della Ripartizione Urbanistica Comuna­le — da oltre un decennio, per porre fine ai lavori del­la cava. Nel 1975 ho eseguito il rilievo del monu­mento, constatando l’incongruenza stilistica tra le strutture del campanile e la sua corrente attribuzio­ne al S. Giovanni in Taurina ricordato da Gregorio Magno. lì toponimo, il disegno allegato alla perizia del 1743 e le ricerche storiche chiarirono subito il vero nome della chiesa, del resto confermato dal manoscritto di Arcangelo Molletti e dalle diciture del­l’acquerello a colori (che pubblicherò tra breve), e­seguito nel 1895 dal celebre architetto Guglielmo Calderini, l’autore del palazzo di Giustizia di Roma, allora Direttore dell’Ufficio Regionale delle Antichi­tà e Belle Arti.

Cercando di dare attuazione al programma del Co­mitato “Civitavecchia da salvare” e dalle indicazioni tracciate dal Dottor Toti nella tavola rotonda del 1971, redigendo nel ’74 il piano comunale per gli in­sediamenti produttivi ho ampliato la zona di tutela del P.R.G., preordinando all’espropriazione le aree circostanti il campanile.

Con proposta n. 59 del 20 novembre 1975, inti­tolata Campanile romanico della chiesa di S. Egidio, ho sottoposto alla Giunta municipale un intervento di esproprio e di restauro del monumento, quasi contemporaneamente ad uno analogo per il tem­pietto neoclassico di  Lorenzo al Cimitero: altro gioiello della città lasciato in abbandono e deturpa­to, benché errate attribuzioni lo abbiano addirittu­ra ritenuto “bramantesco”. Fu poi richiesta la collaborazione della Soprinten­denza ed il 3 marzo 1976 fu eseguito un sopralluo­go congiunto che, però, non ebbe sviluppi per mancanza di fondi.

Nel 1980, quale progettista del Programma Plu­riennale di Attuazione del P.R.G., ho inserito agli ar­ticoli 33 e 34 il “restauro del campanile romanico di Sant’Egidio” tra gli interventi prioritari dell’Amministra­zione comunale. Ma ancora senza esiti effettivi. La vicenda sarebbe un susseguirsi di tentativi falliti, se proprio ora non si stesse finalmente concretizzan­do un nuovo provvedimento, accolto con favore dalla Giunta, che ritengo destinato a felice conclu­sione. In proposito, pur senza voler precorrere l’ef­fettiva soluzione del problema, voglio esprimere al Sindaco Fabrizio Barbaranelli ed all’Assessore Nico­la Paternoster il mio apprezzamento per aver tempesti­vamente colto la preziosa occasione che si è pre­sentata.

Sul campanile vorrei aggiungere qualche conside­razione all’ottima esposizione di Cesare Marletta. Sant’Egidio era un abate benedettino vissuto tra il VII e l’VIII secolo, morto nel ‘721. Invocato dagli storpi e dai lebbrosi (il che potrebbe far pensare ad un nes­so con la vicinanza alle sorgenti termali), è stato par­ticolarmente venerato dai Franchi. A Roma era a lui dedicata una chiesa sul percorso dei pellegrini ver­so S. Pietro, dalla parte della via Cassia. Della no­stra chiesa si hanno scarse notizie. 

6. 1989.08. Echillais_egliseIl Molletti ne parla confusamente, accennando ad una dipendenza da S. Silvestro in Capite, d’osser­vanza prima basiliana e poi benedettina, il Calderini riferisce che il campanile sorgeva “fra i rottami di u­na antica Badia completamente diroccata” (da notare che nel 1898 il ministro Costantini approvò i lavo­ri di risarcimento del campanile, ‘bene inteso che non si superi la spesa prevista di L. 50”).

La torre campanaria parte dal suolo con un basa­mento pieno, su un lato del quale vi è un arco rastre­mato simile a quello della porta del castello dell’Abbadia a Vulci. Sopra, delle lesene angolari formano in ciascuna faccia uno specchio centrale incassato, scandito da battute di quattro archetti su peducci. Al centro del­lo specchio per tre lati, si apre una monofora, vera e propria feritoia di tipo difensivo. Una quarta aper­tura, oggi slabbrata, fa da attuale ingresso.

Sopra gli archetti, corre orizzontalmente una corni­ce in nenfro a damier scalettato, oltre la quale la tor­re si restringe con una fila di blocchi sagomati a scar­pa. Su questa restano, dalla parte superiore del campanile, altri 506 filari, con un architrave sagoma­to a T, che forse indica un’altra apertura. Almeno un altro piano, più sfinestrato, doveva concludere la torre sotto quello di copertura. lì piano delle mono­fore è coperto da una volta a crociera cilindroidica su costoloni a tutto sesto.

Malgrado le modeste dimensioni, l’esecuzione è accurata e la bicromia portata dalla cornice e dagli ar­chetti dà il segno di una raffinata concezione estetica. lì motivo a dentelli può avere ascendenze islami­che indirette ma proviene dalla Normandia, attraver­so architetture dell’ovest della Francia (come nella facciata di Èchillais, qui in fig. 6) e decorazioni lombarde (come nei Profeti del portale di Wiligelmo nel Duomo di Modena, datati 1099-primi del XII secolo). Anche le decorazioni dei plutei e degli altri ele­menti marmorei portano ad una datazione analoga o più tarda, in confronti con simili motivi del S. Ab­bondio a Como, del S. Savino di Piacenza, di S. Ma­ria Maggiore nella più vicina Tuscania.

7. 1986.10.18. Medioevo 4 ritagliaProprio a Tuscania ci riconduce la struttura del campanile, simile — nelle diverse proporzioni — a quello del S. Giusto. lì che richiama i legami con Farfa e la comune matrice benedettina di obbedienza imperiale. Già nel X secolo sono forti i vincoli di S. Maria al Mignone con S. Giusto.

Nell’XI secolo vi è un rinnovamento architettonico di preesistenti abbazie, che si può connettere all’in­troduzione a Farfa della riforma cluniacense, con il rifacimento romanico della cittadella monastica (il cui impianto emicentrico non può non richiamare quello di Civita Vecchia). Appunto il campanile della seconda chiesa abbaziale di Cluny riassume e dif­fonde i più antichi caratteri di origine lombarda, con le lesene angolari, le archeggiature e le cornici che marcano completamente il piano, come ricorda J. Raspi Serra. L’adesione di Farfa alla riforma di Cluny avviene sotto l’abate Ugo, morto nel 1038. Tra il 1066 ed il 1072 si ha la serie di atti per il reintegro dei beni ab­baziali da parte di feudatari che li avevano usurpati: tra l’altro, vengono riconosciuti a Farfa i diritti sulla metà dei proventi di Civitavecchia con tutte le sue pertinenze interne ed esterne, tra cui “aecclesias” e “monasteria omnia cum cellis suis”, tranne la chie­sa di S. Lustro.

In questo periodo e negli anni successivi (in cui i rapporti tra la Chiesa ed i Normanni di Roberto il Gui­scardo vedono fertili influenze anche in campo ar­chitettonico, possiamo, probabilmente, situare cronologicamente il nostro monumento.

lì clima propizio ad un certo fervore edilizio è con­fermato dalla donazione fatta nel 1108 dal vescovo di Tuscania al priore di Centocelle Alfonso Guidot­to di un fondo per la costruzione di una chiesa.

Siamo così giunti alle pagine finali del volume, che comprendono un ricco catalogo di Monete cor­renti nel territorio civitavecchiese tra il X e il XVI se­colo, opera paziente e puntuale di Mario Galimberti, ed un repertorio – ampiamente illustrato anche da riproduzioni a colori – scritto da Sandro Angioni sui Ritrovamenti di ceramica medioevale e rinascimen­tale a Civitavecchia. I due contributi sono di grande importanza perché rappresentano il supporto indispensabile alle ricer­che nelle altre banche storiche di cui ci siamo occu­pati. Non è senza significato che le monete, prove­nienti da vari siti dell’entroterra, abbraccino un arco temporale assai esteso che parte dal 1000, mentre le ceramiche, provenienti per la quasi totalità dal centro storico di Civitavecchia (e benché siano frut­to di ritrovamenti sporadici e non di ricerche siste­matiche) datino solo a partire dal XIII secolo.

Gli argomenti da trattare sarebbero ancora nume­rosi, ma credo di aver sufficientemente delineato il valore della iniziativa della nostra Associazione Ar­cheologica. Alla quale voglio augurare un sempre maggior suc­cesso, nella certezza che questo abbia un diretto rapporto con la crescita culturale della città, dalla quale e solo dalla quale può derivare, a sua volta, u­no sviluppo armonico di tutte le altre attività sociali ed economiche, nel rispetto per un territorio che è fonte ricca, ma facilmente depauperabile, di cono­scenze e di progresso.

FRANCESCO CORRENTI

N.B.: Le foto delle figure 1, 3, 5 e 7 sono di Cesare Marletta, che ringrazio vivamente; le altre sono mie. Nella figura 1, una panoramica di Piazza Leandra durante la presentazione (si notano in alto a destra l’ingegner Antonio Amaturo della CaRiCiv e l’ex sindaco Pietro Guglielmini con le consorti), mentre nella figura 5, al tavolo degli oratori, si vedono, dalla nostra sinistra, l’assessore alla cultura Alfio Insolera, il soprintendente alle antichità dell’Etruria Meridionale Mario Moretti, io, il vice sindaco Mario Venanzi ed il presidente della “Centumcellae” Fabrizio Pirani. Nella figura 7, nella chiesetta di San Nicola, il direttivo dell’Associazione Archeologica: seduti, il presidente Fabrizio Pirani e Cesare Marletta; in piedi, Francesco Nastasi, Roberto Rossi, Luca De Paolis, Tarcisio De Paolis, Antonio Maffei, Sandro Angioni. Barbone ignoto.