STORIE “SPORTIVE” DI GENITORI

 di STEFANO CERVARELLI♦

Con la serie di articoli dedicati ai contenuti educativi dello sport mi prefiggevo lo scopo di portare un contributo all’approfondimento di quei valori che lo sport dovrebbe portare in “dote” ai giovani praticanti.

Più volte ho accennato al fatto che lo sport non è un’armatura, una corazza che difende dagli influssi negativi della società.

I giovani sono molto sensibili, pronti ad assorbire quello che accade intorno a loro, sia nella vita di tutti i giorni, che nei campi di gioco.

Risulta evidente quindi- e non ho la pretesa di scoprilo- che il primo modello il riferimento sono i genitori; a loro, primi educatori dei figli, è affidato il compito importantissimo di essere d’esempio e se proprio non si può essere-per svariati motivi-modelli positivi, il minimo sarebbe non essere modelli negativi.

Bene, alla luce di queste brevi parole, confrontate con quanto ultimamente è accaduto durante avvenimenti agonistici giovanili, non sarebbe sbagliato fare dei genitori i destinatari di vera e propria educazione, ma non sportiva (magari fosse solo quella), parlo proprio di EDUCAZIONE.

Da un po’ di tempo infatti la loro presenza durante le competizioni dei loro figli si sta rivelando dannosa ed oltremodo imbarazzante per quest’ultimi. Ci sono stati casi in cui i genitori, al di là di essere testimoni di saggezza, se non di vita, si sono invece “impegnati” in lezioni di inciviltà, di ignoranza, sfociati addirittura in atti di vera e propria violenza, sia fra di loro (ossia con i genitori della squadra avversaria) sia nei confronti di giovani arbitri, dando così ai loro comportamenti connotati di vero e proprio squallore.

La situazione che si è creata ha destato anche l’attenzione degli organi sportivi competenti al punto tale da avanzare, come estrema ipotesi, il divieto di ingresso alle tribune a quei genitori che si sono resi protagonisti di episodi particolarmente gravi. Da parte mia, posso dire che a volte sono stato costretto ad allontanare genitori dagli allenamenti per la loro eccessiva focosità.

Certo vietare l’ingresso ad una manifestazione pubblica non è un provvedimento facile da mettere in atto, speriamo che, prima di arrivare a questo, prevalga il senso di responsabilità dei genitori.

A questo punto sorge spontanea una domanda, perché questo comportamento?

Credo che una risposta completa la si possa dare affrontando temi di natura sociologica, cosa certo non di pertinenza di questo articolo.

Io credo che la “molla “che spinge a tali atteggiamenti possa essere ricercata nel senso di affermazione individuale del genitore, di supremazia, che trova sfogo, quasi fosse una naturale estensione, nel successo dei propri figli.

Questo fa sì che all’avvenimento agonistico venga attribuito un valore che travalica dalla sua effettiva portata.

Ecco allora genitori che insultano i ragazzi della squadra avversaria invitando invece i propri piccoli beniamini a praticare gioco duro e violento, con frasi tipo “spezzagli la gamba” …; ecco di conseguenza le risse con i genitori dei ragazzi delle due squadre (voglio sottolineare che tutto quello che dico, nei campionati giovanili, avviene a poca distanza dal campo di gioco, e quindi facilmente registrabile dai ragazzi in campo).

C’è poi la questione più grave: quella degli arbitri.

Nei campionati giovanili, di qualsiasi sport, ad arbitrare vengono mandati giovani ragazzi (anche ragazze) che come gli atleti devono imparare e fare esperienza; e dove la fanno se non nei campionati riservati ai giovanissimi? Si tratta di ragazzi poco più che coetanei dei giocatori, accompagnati anch’essi dai propri genitori.

Per tanti si tratta delle primissime partite, se non proprio la prima in assoluto. Avrebbero quindi bisogno di tranquillità, di incoraggiamento, di tolleranza ed invece…ecco che ai primi fischi contrari si scatena il putiferio.

Parolacce, insulti, minacce che ottengono solo lo scopo di rendere meno tranquillo- se non proprio impaurire, il mini-arbitro e riscaldare l’animo del suo genitore (per lo più è sempre il padre ad accompagnarlo) con le conseguenze che potete immaginare.

Ed eccoci, come dicevo prima, allo squallore. Insulti, minacce non hanno placato la “sete di giustizia” di alcuni genitori che solo l’aggressione, a quello che potrebbe essere un loro figlio, può placare; il tutto sotto gli occhi dei figli! Io immagino le conversazioni postume, cosa si può aver detto al proprio figlio.

L’episodio più grave ai danni di un giovane arbitro si è avuto a Roma, durante una partita di calcio categoria promozione dove l’ufficiale di gara è stato aggredito e malmenato ricevendo colpi testa che gli hanno provocato una perdita di conoscenza fortunatamente senza conseguenze.

Anche tra i giovani, però dobbiamo registrare casi (per fortuna isolati) di maleducazione; d’altra parte……

Inspirandosi all’ultima moda degli stadi, i ragazzi di una squadra giovanile della Juventus, al rientro negli spogliatoi si sono lasciati andare a cori razzisti nei confronti degli avversari.

La società è intervenuta punendo i giocatori e subendo, a sua volta, una pesante multa e squalifica dei ragazzi da parte della Federazione. C’è da sperare e lavorare affinché questo episodio rimanga isolato e non trovi proseliti.

Concludo parlando di un episodio dove i genitori, protagonisti negativi anche questa volta, hanno ricevuto una grande lezione di comportamento da un giovane allenatore e da un mini-arbitro.

Si stava giocando una partita di basket categoria ragazzi “under 13” e il piccolo arbitro, classe 2005, era alla sua prima partita ufficiale.

Non passa molto tempo dal fischio d’inizio che, ecco, parte contro “l’arbitrino” (in senso affettuoso) il coro di proteste ed offese ed ogni fischio contrario diventa motivo per lanciare al suo indirizzo parolacce ed insulti.

La situazione diviene ben presto intollerabile ed imbarazzante, ma l’arbitro dal canto suo continua il suo lavoro, quasi (dico quasi) insensibile a quanto gli arriva addosso dalle tribune. Nel terzo quarto si ha il clou: per un fallo tecnico si scatena un finimondo tanto che l’allenatore della squadra di casa (che tra l’altro stava vincendo) chiede time-out, si avvicina alla tribuna per invitare i “bravi genitori” della sua squadra a mantenere la calma a cessare un simile comportamento.

Tutto inutile, anzi al suo tentativo di riportare serenità, l’allenatore riceve a sua volta frasi pesanti ed aggressive tanto da costringerlo a ritirare la squadra dal campo, pur sapendo di andare incontro alla sanzione di partita persa. Nella sua decisione riceve l’appoggio della società, il ringraziamento del piccolo arbitro e l’adesione dei sui giocatori ai quali aveva spiegato il perché della sua scelta.

Una scelta che trova anche il plauso della F.I.P (Federazione Italiana Pallacanestro) per bocca addirittura del suo Presidente Giovanni Petrucci, che ovviamente biasima aspramente il comportamento dei genitori, promettendo di adoperarsi affinché non vengano inflitte sanzioni.

Che dire? A voler essere cattivi si potrebbe augurare a quei genitori che il proprio figlio o figlia diventi arbitro.

STEFANO CERVARELLI