CARI COMPAGNI, NON CI FU SOLO IL ’68

di SIMONETTA BISI ♦

Ho letto gli interessanti articoli usciti sul blog che hanno – in modo diverso – ricordato un periodo della storia non solo italiana con lo sguardo di chi quella storia ha vissuto, di chi a quella storia ha partecipato. Tre articoli (Roberto Fiorentini, Enrico Iengo e Nicola Porro) se ne sono occupati. Forse l’articolo a me più vicino è stato quello di Enrico Iengo perché  ci ha comunicato la sua esperienza di ragazzo sedicenne, turbato e interessato a quello che si stava muovendo intorno a lui.

Però nessuno, o quasi, ha dato spazio al ruolo delle ragazze – pur presenti nel movimento – e alla partecipazione – o meglio – alla formazione di un fronte di lotta su tematiche prevalentemente femminili.

Io nel 1968 frequentavo la facoltà di Scienze Statistiche a Roma, alla Sapienza. Una facoltà che si connotò subito come “di sinistra”, così come Giurisprudenze e in parte Scienze politiche erano considerate di “destra”, per noi semplicemente fascisti.

Data la posizione della nostra palazzina a contatto con Scienze Politiche e Giurisprudenza, gli scontri erano quotidiani, e duri. Noi ragazze però eravamo “protette”. Mi ricordo una mattina, verso mezzogiorno, sento gran tafferugli per le scale. Io mi trovavo nell’aula al quarto piano con altri studenti in attesa di una lezione che, ovviamente, non si tenne. Ci precipitammo nel corridoio, pronti a dare manforte, pronti con i nostri slogan a unirci ai compagni. Eravamo tre ragazze e una decina di ragazzi.  Noi ragazze venimmo subito fatte rientrare in aula, e ci chiusero dentro perché: quella volta qualcuno le avrebbe prese… Il ruolo delle donne rimaneva “gregario” come suggerisce la nota formula “Le ragazze del ciclostile”.

Questo aneddoto a mio avviso evidenzia come il rapporto fra le donne e il ’68 è un legame complesso, è stata chiamata, quella delle donne, una rivoluzione nella rivoluzione, nasce nei movimenti del ’68 ma li oltrepassa. Si crea spazi autonomi, si interroga, si interroga anche sui compagni e sui loro tentativi, piuttosto rozzi e ingenui, di mostrarsi anti maschilisti.

Si è trattato di due processi, quello dei giovani e quello delle donne, solo in parte sovrapponibili, perché le donne complicarono il conflitto, modificando radicalmente la rappresentazione e l’autorappresentazione dei soggetti della relazione sessuale (cfr. Elda Guerra e Elena Musiani, I movimenti delle donne dopo il 68: eredità o rottura in Storiaefuturo.it).

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Dal febbraio del 1970 cominciarono riunioni solo al femminile che si concretizzarono nell’aprile del 1970 (Invito all’assemblea per la costituzione del Movimento di Liberazione della Donna).

Già nella piattaforma propone la battaglia per la depenalizzazione dell’aborto, ritenuta una priorità nell’ambito delle battaglie radicali sui diritti civili, ma non ci si fermò a queste pur rilevanti conquiste. Si mise in crisi l’intero assetto delle relazioni sociali a partire dal rapporto uomo-donna, e quindi si aprì il vaso di Pandora della sfera della domesticità, con tutti i suoi orrori e sopraffazioni. Il femminismo non visse solo ripiegato in se stesso come a volte ancora si pensa, non fu solo autocoscienza, cercò di combattere quel sistema di distribuzione del potere basato sulla supremazia maschile, e affermò orgogliosamente la “differenza” come un valore.

Nel luglio del 1970 sui muri di Roma apparve il manifesto della rivista Rivolta femminile, basato su un testo elaborato da Carla LonziCarla Accardi ed Elvira Banotti (il testo completo in: https://www.internazionale.it/notizie/2017/03/08/manifesto-di-rivolta-femminile).

Sicuramente bagnati nell’utopia i circa cinquanta propositi del manifesto, però parte di essi è stato assimilato e fatto proprio dalle donne di ieri e di oggi. Anche il genere maschile si è abbastanza adeguato alla nuova impostazione della relazione maschio-femmina, incistita da secoli, se non millenni, di sottomissione delle donne al potere maschile.

I movimenti femministi degli anni 70 del secolo scorso vedono la partecipazione in massa di donne, rese più sicure dal lavoro fuori casa, che sollecitano maggiore partecipazione politica, possibilità di dialogo, scambio con esperienze diverse, consapevolezza ecc..

È stata necessaria una lunga e sofferta evoluzione per spegnere tutti i segni dell’antica condizione, che si sono mantenuti tenacissimi soprattutto nei riguardi del patrimonio e della diversità dei sessi. Oggi, finalmente, non c’è più differenza, almeno dal punto di vista giuridico: si è tolta alla famiglia ogni artificiale composizione e si è portata al suo interno la massima che tutti sono uguali davanti alla legge.

Se il cammino delle donne verso l’emancipazione ha inciso complessivamente, e in modo positivo, sulle mentalità e sui comportamenti sia maschili che femminili, non sembra però sia riuscito a spostare la supremazia simbolica della figura maschile, che resta un modello inconscio predominante.

A questo proposito ci si limita ad una sola ma rilevante constatazione: il pensiero femminile si muove ancora tra rivendicazione di parità e valorizzazione della diversità.

L’universo femminile non è assolutamente omogeneo da questo punto di vista. Si deve rilevare che c’è a tutt’oggi una parte del mondo femminile che si schiera su posizioni tradizionali e, anche nello stile di vita quotidiano, dimostra di preferire l’altro sesso: sceglie medici, rappresentanti delle istituzioni, avvocati, e quant’altro richieda un rapporto di fiducia professionale all’interno del mondo maschile.

In Italia, e non solo in Italia, si è rimessa in discussione la legittimità dell’aborto, e si dibatte sulla fecondazione assistita che alcune parti vogliono applicare soltanto alle coppie sposate. E in nome di un presunto ‘ordine morale’ sono molte le donne che appoggiano questi tentativi di ridurre la libertà del loro ruolo nella vita sociale.

Questa difformità di comportamenti nel fin troppo variegato universo femminile non è di facile interpretazione. Lo ha spiegato molto bene Pierre Bourdieu che nel suo libro La domination masculine (1999) dimostra l’esistenza, nel mondo interno di ciascuno di noi, di una componente “androcentrica”, in grado tuttora di condizionare in larga misura i nostri pensieri e le nostre azioni.

 Cosa è mancato? Mi sono chiesta. Cosa non è stato fatto nella nostra “rivoluzione”? Propongo una risposta un po’ provocatoria: è mancata una “rivoluzione degli uomini” per interrompere il perpetuarsi del medesimo modello, l’eterna riproduzione dell’eterno mascolino. Per neutralizzarlo e liberare le energie del cambiamento.

Potrebbero così venire finalmente scalfite le caratteristiche maschili nella loro generalità. Alcune caratteristiche cosiddette ‘virili’ non rappresenterebbero più qualcosa di irrigidito per sempre, quasi una coazione agli stereotipi della mascolinità, e gli uomini riuscirebbero a muoversi in un maggiore spazio di libertà, libertà ottenuta proprio in virtù del venir meno di alcuni precostituiti e tutto sommato impoverenti schemi di comportamento.  Anche gli uomini comincerebbero a scoprire il valore e l’importanza “dell’intimità” non più intesa come patrimonio esclusivo e limitato del ruolo femminile, ma come possibile scoperta di dimensioni inedite e tutt’altro che insignificanti: una fonte di ricchezza e di nuova vitalità.

SIMONETTA BISI