RIMESSE LATERALI – QUANDO NELLA POLITICA IRRUPPE IL DESIDERIO (2/2)

di NICOLA R. PORRO  ♦

Deciso a spezzare le catene della vecchia politica, il Sessantotto combatté (e vinse) la propria battaglia sul terreno della cultura. Specularmente, la cultura tornò a rappresentare un territorio privilegiato della politica. Non mancarono tuttavia fra le fila progressiste voci fuori dal coro e in qualche caso sprezzantemente critiche. Pier Paolo Pasolini scagliò parole di pietra contro il movimento – memorabili i versi dedicati ai fatti di Valle Giulia -, accusandolo di favorire in forme camaleontiche la perpetuazione dell’egemonia borghese (si veda in proposito il bell’articolo di Francesco Chianese (www.lindiependente.it/il-controverso-sessantotto-di-pier-paolo-pasolini/2 maggio 2018).

Se possibile ancora più urticante fu la posizione di Jacques Lacan, che in piena Maggio francese gridò, in un’aula gremita di militanti: “Come rivoluzionari, voi siete dei pazzi che chiedono un nuovo padrone e lo avrete”. Anche ai suoi occhi il movimento di protesta non faceva che dare forma drammaturgica a una riedizione pseudo-libertaria del sistema capitalistico. In alternativa, proponeva una rivisitazione rivoluzionaria della psicoanalisi. Sosteneva che solo esplorando senza pregiudizi i territori in cui si produce il desiderio se ne sarebbe scoperta la natura intrinsecamente politica. Comprendendo così dove risiedano davvero la potenza e la violenza del sistema dominante. Lo stesso Foucault, che nel 1966 con Le parole e le cose aveva indagato la sfera del linguaggio per risalire ai meccanismi della dominazione, intratterrà un rapporto controverso con il Sessantotto, che accusava di economicismo e moralismo. Incapace di ripensare la nozione di potere, avrebbe rimosso l’assoggettamento esercitato sui corpi dei sottoposti (biopolitica) da parte del capitalismo. Venuto meno il centro ordinatore che l’assolutismo monarchico aveva identificato nel corpo del sovrano, la sua microfisica del potere si sarebbe tradotta in un onnipervasivo sistema di disciplinamento. È stata la modernità – spiegava a conferma della sua tesi – a inventare le cosiddette istituzioni totali: prigioni, manicomi, caserme, scuole sono i luoghi privilegiati dell’assoggettamento.

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La provocazione di Foucault colpiva al cuore la scolastica marxista ed entrava piuttosto in risonanza critica con i contributi dell’interazionismo simbolico americano: già nel 1961 Erving Goffman aveva pubblicato il suo Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, che sarà tradotto in Italia da Franca Ongaro Basaglia e ispirerà in buona misura il movimento per la riforma delle istituzioni psichiatriche.

Michel Foucault, come l’italiano Gianni Vattimo, approderà addirittura a un’inattesa riabilitazione del pensiero di Nietzsche. Il volere “liberato” (volontà di potenza), la ribellione del soggetto, l’onnipotenza creativa del Super-Uomo contro le catene di un potere “microfisico” insinuante, sottile e sotterraneo entravano sorprendentemente, e non senza polemiche, nei repertori della contestazione. Quale rivoluzione, quale mobilitazione della piazza, quale spietata critica delle strutture sociali – domandavano i fautori della liberazione del soggetto – si sarebbe opposta con successo al dominio che imprigiona le menti? L’attesa palingenesi non avrebbe soffocato, invece del capitalismo, quel pensiero nomade e creativo che trasferiva al soggetto la responsabilità della rottura rivoluzionaria? Alla paventata istituzionalizzazione del marxismo economicista e della psicoanalisi, depurata della sua latente dimensione eversiva, anche Deleuze e Guattari avrebbero presto opposto con l’Anti Edipo la liberazione del soggetto e l’eccitazione del desiderio come sole possibilità di riappropriazione della Storia da parte degli individui.

Queste provocazioni coglievano una dimensione rimossa del Movimento. È con il Sessantotto, infatti, che fanno irruzione nei territori della politica tematiche che le erano state quasi del tutto estranee: le relazioni di genere, i rapporti fra le generazioni, la legittimazione dell’autorità, gli stili di vita e di consumo. E con esse si inaugurò a più ampio raggio una riflessione indisciplinata e corale, infinitamente più suggestiva e originale dell’esegesi marxiana che aveva dominato i primi anni del movimento. Nell’agenda del pensiero politico si insediarono il corpo, la sessualità, il disagio, la morale individuale, i costumi, la psiche e la soggettività. Senza possedere la teatralità e la creatività immaginifica del Maggio francese, il Sessantotto italiano – a dispetto del sarcasmo dei benpensanti e malgrado le inquietudini di Pasolini – costrinse il Paese a fare i conti con se stesso e le proprie contraddizioni. L’Italia del miracolo economico era entrata di forza nella società dei consumi rimanendo nel profondo bigotta, conformista e autoritaria. Una ventata di anarchia – nel senso etimologico del venir meno di un’autorità ordinativa legittimata dalla tradizione e dal consenso – attraversò la vita pubblica in quegli anni tormentati e febbrili.

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Quello che Habermas avrebbe chiamato un nuovo agire politico trovò eco nella ricerca sociale. In area anglo-sassone Cristopher Lasch indagò l’emergente cultura del narcisismo mentre Roland Inglehart cominciò a esplorare l’individualismo di massa e la rivoluzione silenziosa del post-materialismo. Analisi non sempre condivisibili e sicuramente datate, ma che ci permettono di cogliere meglio, a posteriori, il dopo del Sessantotto e di decifrarne la controversa parabola politica. Deleuze e Guattari avrebbero sottoposto l’etica dell’ascesi intramondana, del controllo e del sacrificio – analizzata un secolo prima da Max Weber – a una spietata autopsia. Si diffuse l’idea blasfema che una società potesse funzionare meglio se liberata dalla corazza del controllo. Venne riabilitata la “critica della tolleranza repressiva” avanzata da Marcuse agli albori del movimento e sprezzantemente liquidata dalle vestali del marxismo ortodosso. Fece la sua comparsa la questione trascurata del tempo libero (“liberato”), per definizione meno soggetto alla dittatura dell’ordine sociale. I costumi, i linguaggi, i gusti, le mode si facevano inclini alla provocazione e alla sperimentazione espressiva. Deleuze e Guattari – pensatori francesissimi e perciò incapaci di resistere alla tentazione di épater les bourgeois – si limitarono alla fin fine a constatare come la sfera repressa del desiderio, eccitata dal ciclo di protesta ma incapace di generare di per sé alcuna alternativa di sistema, avesse già dilatato e ridisegnato proprio il perimetro della politica.

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Nei due decenni che fecero seguito al progressivo esaurimento del ciclo di protesta si assisterà a un fenomeno in apparenza paradossale. Mentre era stato il pensiero radicale (non solo quello ispirato al marxismo) a rivoluzionare e dilatare la sfera del “politico”, sarà una nuova destra a beneficiarne sul terreno del consenso elettorale. Leader di estrazione non politica, come l’ex attore cinematografico Reagan o il magnate dell’intrattenimento Berlusconi, avrebbero dato forma scintillante a fantasie coltivate sul formato di Hollywood e della pubblicità commerciale. Ai sogni del Sessantotto, trasformati nell’incubo dei conservatori, si opposero tecniche di marketing che mescolavano jingle e sport spettacolo, battute ad effetto ed esibizione di tette, promesse roboanti e qualche edificante fesseria. Il movimento in ritirata aveva però avuto, nella sua diversità e complessità, una dimensione planetaria e generato l’illusione di una rivoluzione possibile – il cui epicentro era individuato da alcuni nella Cina maoista – che ritroviamo graficizzata nella mappa della “rivolta globale” tracciata da Maurizio Vicariello.

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Venti anni dopo saranno i nuovi populismi, gli imprenditori della paura ispirati al sovranismo xenofobo o le banche della rabbia nutrite di sentimenti antipolitici, ad appropriarsi dei desideri repressi o inconfessati del “popolo” per conquistare il potere politico. Ciò non autorizza però in alcun modo a rappresentare Reagan o Berlusconi o i demagoghi del populismo 2.0 dei successivi decenni come gli eredi, seppure illegittimi, del ciclo di protesta di cinquant’anni fa. Il Sessantotto era stato ideologicamente libertario ma anche esigente sul piano dei valori e della coerenza fra etica rivoluzionaria e condotte private. Filosofi come Žižek e Perniola o studiosi come Magrelli e Mazzoni hanno evidenziato bene come, al contrario, siano stati i leader conservatori dei decenni successivi a intercettare umori culturali che esaltavano l’egoismo sociale e il primato del soggetto in chiave individualistica: mercanti nel tempio che avrebbero attinto al vaso di Pandora scoperchiato dal Sessantotto. Una dinamica intuita dalla sociologia critica ma che il pensiero progressista non avrebbe saputo tradurre in un’efficace azione di contrasto.

In Italia il vento della rivolta aveva coinvolto settori di ceto medio (prevalentemente urbano) non politicamente radicali ma sensibili a domande di modernizzazione e di democratizzazione che troveranno espressione nella stagione referendaria degli anni Settanta (divorzio, aborto, espansione dei diritti civili). Fra i protagonisti della silenziosa trasformazione molti erano refrattari al richiamo delle grandi ideologie, elettoralmente mobili ma stanchi dell’opprimente conformismo dell’Italia postbellica, traghettata nella società industriale da un ceto politico confessionale. In Italia, come già negli Usa dell’”edonismo reaganiano”, i diversi sottosistemi culturali si sarebbero differenziati nelle urne, trasferendo però anch’essi alla sfera privata una domanda di liberazione, magari depoliticizzata e persino anarcoide. Studiosi e artisti come Aron, Lasch e Pasolini colsero in tempo reale il fenomeno che andava affiorando. Houellebecq (Le particelle elementari, Bompiani, Milano 1999) e Boltanski-Chiapello (Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Sesto S. Giovanni 2015) lo avrebbero ricostruito lucidamente a distanza di trent’anni.

Albert Hirschmann aveva del resto intuito già agli albori degli anni Ottanta che la ricerca della felicità sociale avrebbe lasciato il posto alla democrazia del frivolo, al trionfo dell’individualità, all’aspirazione alla felicità privata. La filosofia del pensiero debole e l’emergente ideologia del privato entrarono in sinergia. Il Sessantotto in ritirata aveva già da un decennio ceduto il passo all’apologia dell’effimero. Basta scorrere i titoli dei best seller del tempo: Maffesoli pubblica «L’ombra di Dioniso» nel 1981, «L’insostenibile leggerezza dell’Essere» di Kundera è del 1982, «Il pensiero debole» di Vattimo del 1983, nel 1989 Lipovetsky anticiperà con «L’impero dell’Effimero» il tema della ipermodernità. È anche il periodo in cui viene riscoperta e ripubblicata «L’estetica del brutto» di Rosenkranz (1853), mentre inizia quella circumnavigazione del continente dell’effimero ricostruita a trent’anni di distanza da Bonito Oliva («L’ideologia del traditore», 2012).

Con pragmatica lucidità i leader del “desiderio conservatore” avevano insomma capito che non era alle porte alcuna rivoluzione proletaria e che nessuna onda di piena avrebbe travolto l’ordine borghese. Silvio Berlusconi, il miliardario gaudente dalla faccia di bronzo, incarnò alla perfezione lo spirito del tempo. All’ideologia si sostituiva la narrazione, all’opinione pubblica l’audience. Il consenso elettorale avrebbe espresso soprattutto inconfessabili desideri di emulazione.

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Il format televisivo della discesa in campo, politicamente reazionario ma antropologicamente libertario, annunciava a un’audience affamata di illusioni il paradiso per tutti e a misura di ciascuno. Quello che Paul Virilio definirà nel 1994 il primo colpo di Stato mediatico della postmodernità rappresentò l’epilogo paradossale (non la conseguenza) della rivoluzione del desiderio innescata dal declino del ciclo di protesta. Fatte le debite distinzioni, anche gli episodi di terrorismo che scandirono la stagione compresa fra la fine dei Settanta e gli inizi degli Ottanta possono essere interpretati a posteriori come effetto inintenzionale indotto dal sentimento della sconfitta o addirittura della disperazione dei vinti. Né la deriva terroristica di piccole fazioni fanatizzate né la restaurazione politica in salsa berlusconiana – che anticipava a suo modo la stagione dei nuovi populismi dei decenni successivi – possono tuttavia essere ascritte al ciclo di protesta che aveva preso forma nel Sessantotto. È ovviamente legittimo inserire entrambe in un contesto storico ricco di fermenti, tensioni e contraddizioni. È invece del tutto fuori luogo istituire relazioni dirette e improprie fra i diversi fenomeni. Dopo gli anni di piombo si affermò piuttosto, per usare le parole di Foucault, un nuovo regime della sorveglianza affidato a una mescolanza di trash e spot, esibizionismo televisivo e pulsioni restauratrici, relativismo dei valori e culto dell’immagine, controllo e seduzione. Governerà l’Italia con alterne fortuna per più di un decennio. Senza cambiarla, se non in peggio.

NICOLA R. PORRO