L’IMPORTANZA DELLA VITTORIA E DELLA SCONFITTA

di STEFANO CERVARELLI  

L’arte di vincere si impara nelle sconfitte                    
(Simòn Bolivar)

La mia vittoria interessa ai cinesi?

Se c’è una risposta questa la troverete alla fine dell’articolo, avendo avuto la bontà di leggerlo fino in fondo.

Iniziamo dicendo che si gioca, si corre, si nuota, si pedala, si salta per vincere, altrimenti dovremmo parlare non più di sport “agonistico” ma di una salubre, ricreativa attività fisica che per essere tale  bisogna comunque praticare in solitudine, perché non appena ci si accosta a qualcuno anche una semplice camminata  diventa una forma di agonismo. D’altra parte, la competizione è innata nell’indole umana e non ci mancano certo le forme per esternalizzarla, fin da bambini.

Giampiero Boniperti, mitico giocatore della Juventus, divenuto poi Presidente della stessa società, ai nuovi giocatori che arrivavano era solito dire: ” Alla Juventus la vittoria non è importante…. È l’unica cosa che conta”.

È chiaro che in un’ottica di puro professionismo non si può prescindere dal raggiungere il massimo dei risultati, cioè la vittoria e tutto deve concorrere alla conquista di questa, che in altre parole vuol dire milioni di euro che entrano nelle casse della società.

Ma come più volte ho sottolineato, in queste chiacchierate ci occupiamo di un altro tipo di sport, quello giovanile, dilettantistico, quello che, un po’ retoricamente, viene definito “la palestra della vita”; uso un tono un poco amaro perché se andiamo a vedere alcuni ultimi episodi, questa ” palestra” non presenta proprio un bell’aspetto e avrebbe bisogno di qualcosa di più di una semplice “imbiancata”.

Ma torniamo al nostro argomento, riportando una frase storica del più vincente allenatore della storia del basket universitario statunitense, Adolph Rupp: ” Se vincere non è importante, perché tenere conto del punteggio?”.  A un concetto giusto nella sua semplicità corrisponde, purtroppo, non sempre un’attuazione   educativa.  Andate nei campetti di calcio di periferia o nelle palestre o ad assistere alle partite dei giovanissimi, dei piccoli, del minibasket e vedrete come l’occhio dell’istruttore, dei genitori è rivolto di continuo al tabellone segnapunti.  Voglio brevemente raccontare due episodi.

Il primo: mi è capitato, più di una volta, di vedere genitori i cui piccoli figli davano le prime bracciate in piscina, stare con il cronometro in mano a prendere i tempi!!

Ai ragazzi e ragazze di cui, come dicevo la scorsa volta,  per alcune ore alla settimana si ha in mano la loro formazione, un principio deve essere ben messo nella testa: fare il possibile per vincere usando metodi e comportamenti leali, se poi non si vince pazienza”. Chi è che non è d’accordo con questa bella regola? Ma se poi a non crederci per primi sono gli istruttori ed i genitori, come si risolve la questione?

Un altro mitico coach americano, John Wooden, affermava che esiste un altro successo che nessuno può togliere: “E ’la serenità, la tranquillità che arriva dopo aver dato il massimo con la consapevolezza che non c’era da fare di più.” . Non che non si poteva, attenzione, ma che proprio NON C’ERA DA FARE DI PIU’.

Dire “potevo fare di più” lascia sempre un senso di rimorso, di rammarico, ci si colpevolizza inutilmente, dire invece che non c’era da fare di più assume tutt’altro aspetto, un altro sapore, non lascia insoddisfatti, delusi amareggiati con sé stessi, non intacca il morale e predispone alle competizioni seguenti con animo sereno.

Ah, se i nostri allenatori, i nostri istruttori, i genitori facessero loro queste parole!

Quante scene, a dir poco avvilenti, si eviterebbero di vedere. Con quanta meno angoscia i ragazzi vivrebbero il loro momento sportivo; di quanti episodi diseducativi non si renderebbero autori i genitori che assistono alle competizioni dei loro figli. Invece……per la vittoria o per la mancanza di questa si perde il lume della ragione, arrivando, come ebbi occasione di dire, addirittura all’uso del doping per i propri figli!

C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare, anche alla luce di quanto appena detto.

Per inseguire la vittoria spesso si dimentica il successo; può sembrarvi un paradosso, ma non lo è. Mi spiego.

La vittoria, pur nel suo aspetto positivo, rimane pur sempre un episodio, un momento di un processo di crescita del quale fa parte anche la sconfitta. Ed è questo quello che più conta, la realizzazione positiva i questo processo di crescita, il ” successo” appunto.

Il successo lo si costruisce pezzo per pezzo, giorno dopo giorno: fatica, lavoro, sacrifici, vittorie, sconfitte, duri allenamenti, delusioni, gioie non sono che elementi di crescita e con i giovani bisogna puntare a questo, al “successo” (attenzione alle virgolette) che ovviamente, a questo punto penso sia ormai ben chiaro, non è la sommatoria di vittorie. Certo queste contano, aiutano, ma non bisogna considerarle più di tanto, non sono, scusate se mi ripeto, ma rappresenta un punto molto importante, lo scopo principale dell’attività sportiva giovanile. Ho avuto modo di constatare che laddove non è stato così …. le società hanno fallito nello sviluppo dell’attività giovanile, perdendo ragazzi e ragazze in gamba.

La vittoria diverse volte non è facile da gestire, può causare falsi trionfalismi specialmente quando peccando di obiettività, non si valuta come questa sia arrivata.

La sconfitta, metabolizzata nella maniera giusta, può fare da stimolo ad un lavoro di miglioramento confidando anche nel fatto che i giovani hanno notevoli capacità e voglia di ripresa.

Tanto per fare un esempio, la confitta è come quei teli elastici che si trovano nei luna park dove ad ogni caduta corrisponde un salto vero l’alto, la vittoria invece può assumere le funzioni un materasso Memory dove è bello lasciarsi cadere sopra e distendersi.

Ma in tutto questo chiacchierare alla fine qual è il compito, la responsabilità, di tutti quelli che gravitano, a qualunque titolo, nel mondo dello sport giovanile?

Secondo me ci sono due tipi di responsabilità: quello prima della gara e quello post-gara.

Prima bisogna spronare i ragazzi mettendoli nel giusto grado di tensione senza creare stress parlando di necessità o importanza della vittoria. Al termine della gara fare una disamina serena di come sia maturato il risultato. Senza trionfalismi in caso di vittoria e sottolineare in caso di sconfitta che questa non è certo un disonore, specialmente se l’avversario è stato più forte. Negli sport individuali c’è poi l’antico detto che a gareggiare sono in tanti ma a vincere è soltanto uno per cui è ai progressi personali che si deve fare più che altro riferimento. Se a un miglioramento dei propri tempi o delle proprie misure non corrisponde una vittoria non si può parlare certo di prestazione negativa.

Il fatto è che, detto in maniera lapalissiana, nello sport tutto può essere facile ma due cose sono difficili: saper vincere, saper perdere. Ed è anche da questa incapacità, da questa diseducazione sportiva che scaturiscono scene e gesti del tutto intollerabili; quello che più rattrista è constatare che anche il mondo dello sport giovanile non è immune da certi tipi di comportamenti.

Proprio le persone che più dovrebbero avere a cuore la formazione, la crescita del ragazzo il suo sviluppo dimenticano, come dicevo prima, che la vittoria, la sconfitta, lo sport ingenerale, sono momenti di quello che deve essere il vero “successo”.  Questo rimane, mentre della vittoria o della sconfitta tra cinque o dieci anni chi se ne ricorderà?

Siamo in conclusione e quindi alla risposta della domanda iniziale. Lo facciamo con le parole di un allenatore americano, di cui adesso non ricordo il nome, che dopo una partita disse ai suoi ragazzi: “Sapete una cosa, ci sono 800.000.000 di cinesi che se ne fregano di quello che abbiamo fatto oggi!”.

STEFANO CERVARELLI