Né di destra né di sinistra.

di PIERO ALESSI ♦

Stiamo attraversando una fase nella quale, purtroppo, le idealità, le appartenenze, i valori, le precise scelte di campo politico sembrano divenute, per chi le manifesta, un fardello. Un generale clima di sconforto, di preoccupazione per il futuro, di malessere economico, di crescenti iniquità, ha spinto grandi masse ad affidarsi a veri “professionisti dell’anonimato”, a “leader” che praticano l’arte del “non essere”. Non sono di destra e non sono di sinistra; camminano rasente i muri o si mescolano alle folle nei centri commerciali, bene attenti a non mostrarsi troppo; specialisti nel non rispondere con chiarezza se si è chiamati a esprimere una opinione. Ma, al momento giusto (d’altronde, tutta una vita spesa a comprendere quale fosse il momento giusto!) sono pronti al “sacrificio”; scelti da folle che plaudono alla loro totale assenza, forse di vizi, ma, sicuramente, di virtù.

A me pare, ma rimane solo un punto di vista, che ciò che ha subito negli anni una totale svalutazione sia stata la competenza e la passione politica. Quella passione che spinge ad avere un profondo senso di appartenenza e ritenere, forse con buona dose di presunzione, che si è incamminati su una strada che ha come traguardo il miglioramento delle generali condizioni di vita. Quella passione ti rende consapevole delle differenze; ti consente di individuare un progetto di società ed un orizzonte, magari lontano e talvolta ricco di utopie; ti avvicina a molti e ti allontana da altrettanti.

Se qualcosa si è degradato nel tempo è la vigilanza circa i valori etici che sorreggono le idealità, quali che siano. Penso che la buona, assennata ed onesta, gestione della cosa pubblica non debba rinunciare alla politica ma semmai elevarne presenza e qualità.

Tornando alla questione ho l’impressione si stia barando.

Forse mi sfugge la complessità ma vedo una abile e disinvolta operazione di mistificazione e di mascheramento.

In fondo, li si chiami pure come meglio si preferisce, ho l’impressione che siano quelli di sempre.

Taluni hanno provato a argomentare su rischiosi parallelismi tra l’attualità storica e periodi trascorsi, di marcato autoritarismo, quando non di dittatura conclamata e persino feroce.

Le reazioni, quasi sempre, tra gli opinionisti (anche quelli più attenti) e stimatissimi intellettuali sono state tra il divertito e l’indignato.

In entrambi i casi direi che i fatti si stanno sottovalutando.

E’ quasi offensivo ritenere che non si abbia coscienza che si tratta di periodi storici diversi. Diverso il contesto sociale e quello economico e chiaramente differente il quadro internazionale. Non vi è dubbio che immaginare una riproposizione, sic et simpliciter, di quanto vissuto nel secolo scorso, in conseguenza dei vari e diffusi fascismi, è persino puerile pensarlo.

Questo è il punto.

La storia, non si ripete, in tutto, uguale a se stessa ma, assumendo un diverso habitus, non è scritto che le conseguenze non siano altrettanto dannose. Si potrebbe disquisire sui corsi e i ricorsi ma, lasciamo andare Giambattista Vico.

Il mio divagare si sviluppa a quote molto più basse, con il consapevole rischio della superficialità.

Al momento mi permetto di osservare, che si sta scivolando su di una china assai pericolosa.

Facciamo alcuni esempi.

Non è esplicitamente dichiarato un nazionalismo esasperato che vorrebbe gli italiani prima di tutti? Non è praticata una politica di intolleranza verso gli immigrati? Non si sta seminando odio etnico, sociale e religioso? Non si sta minando il ruolo e la funzione dei corpi intermedi (sindacati, organizzazioni no-profit e non governative)? Non stiamo assistendo ad una nuova ventata di autoritarismo e di giustizialismo nelle aule dei tribunali? Non si stanno usando gli strumenti della comunicazione per orientare il consenso? Non si immagina (almeno per ora) un brusco ritorno al passato sul terreno dei diritti civili? Non si attaccano a colpi di sciabola i giornali e la libera informazione? Non si sono costruite le premesse economiche per indebitare in maniera intollerabile le prossime generazioni? Non stiamo assistendo, sul piano internazionale, alla affermazione di pericolose politiche di stampo nazionalistico o sovranista, populistico e autoritario e a processi di spietata ed inumana globalizzazione economica e finanziaria?

Si potranno anche evitare semplicistici parallelismi storici, per non guastare il sonno di fini intellettuali, ma una qualche sana preoccupazione per il futuro mi parrebbe del tutto giustificata.

Detto questo; a chi non condivide la deriva descritta non restano che due strade: riscossa o resa.

Rifiutando la seconda opzione per la prima occorre dotarsi di un serio bagaglio di idee e di priorità.

In senso generale a me pare che la sinistra politica debba individuare proposte concrete su terreni che mi sembrano essenziali: equità e giustizia sociale; tutela dell’ambiente; cultura e ricerca.

Su questi temi ho l’impressione che si debba giocare duro e questo nell’interesse delle persone.

Giocare duro significa, senza rinunciare ad un pizzico di utopia (che è il giusto sale per non rendere insipida la pietanza), avanzare proposte ed idee forti ed immediatamente comprensibili.

Sul lavoro torno su una questione che sempre di più mi convince: lavorare meno (molto meno) e lavorare tutti. Sulla equità forse sarebbe il momento di definire un livello di reddito eticamente e moralmente intollerabile, da ridimensionare drasticamente utilizzando, in chiave redistributiva, la leva fiscale. Sull’ambiente, posta la sua totale e irrinunciabile tutela: non sarà giunto il momento di impegnare per i prossimi anni un livello di spesa non inferiore ai cento miliardi di euro per ricostruire le infrastrutture del Paese Italia per metterlo al riparo da rischi sismici e dalle reazioni di una natura che, non si può dargli torto, si difende dalla specie umana? Ancora e per ultimo,  nessun passo indietro sui diritti civili e, in controtendenza con i mal di pancia popolari, serve una apertura verso l’immigrazione e verso avanzati e compatibili modelli di integrazione. Altro che fili spinati, porti chiusi ed esercito ai confini.

Le forze migliori di questo Paese devono parlare chiaro. Il silenzio, l’indecisione, il timore sono i migliori alleati di quanti stanno guidando l’insieme verso un chiaro obiettivo. E, mi si perdoni l’insistenza, ma l’obiettivo finale ha un sapore di autoritarismo, di limitazione della libertà, di sfascio economico e sociale, di un sostanziale peggioramento delle condizioni di vita in particolare per i più poveri e i più deboli.

Una ultima questione.

Se i “buoni” non hanno di meglio da fare che essere in costante competizione tra di loro per stabilire chi è più “buono” non vi è dubbio che a vincere saranno i “cattivi”.

PIERO ALESSI