DOVE ANDREMO A FINIRE?

di PAOLA ANGELONI ♦

Una piacevole rilettura di APOCALITTICI E INTEGRATI, Umberto Eco, 1984, Tascabili Bompiani, mi ha spinto a scrivere queste righe. Il saggio descrive in termini innovativi e provocatori la funzione dell’uomo di cultura, con la contrapposizione manichea tra la solitudine, la lucidità dell’intellettuale e la ottusità dell’uomo di massa: il pensatore non dovrà porre rimedi, ma solo testimoniare il proprio dissenso.

Nel caso del dissenso Eco cita Horkheimer, il suo “metodo della negazione“ che culmina nell’utopia negativa, nel senso che l’intellettuale può esercitare solo una critica globale, senza la presunzione di additare una soluzione definitiva. Questa è l’ottica anche di Marcuse ed è il sostrato del movimento del ’68, con la rivolta studentesca che promosse una decisa azione di informazione alternativa. In ogni caso così sono rappresentati da Eco i moralisti apocalittici, il loro compito è quello di denunciare l’ideologia “ottimistica” degli integrati come falsa e in malafede. Il taglio provocatorio del saggio di Eco ha successo e coglie di sorpresa una fascia della cultura italiana, il sospetto è che Eco usi gli strumenti della cultura Alta per spiegare la cultura Bassa, in particolare l’analisi dei fumetti e di personaggi dello spettacolo. Ma la provocazione di Eco risulterà una premonizione fatta agli albori della teoria della cultura di massa in Italia, egli infatti identifica l’“industria culturale” in una categoria di operatori “culturali” che producono per le masse per fini di profitto anziché offrire loro occasioni di esperienza critica.

Mi viene in mente il Sistema Casaleggio, dove i manipolatori di oggi hanno fatto proprio il metodo apocalittico e ciò avvalora la tesi secondo la quale noi viviamo in una realtà di continui mutanti: così Di Maio è apocalittico con il popolo contro l’élite, ma integrato nei provvedimenti che ricalcano i governi di prima o nel “fare come Macron”. Dalla Fondazione Rousseau si dipanano estesi e variabili codici di destinazione che deformano e flettono in vari modi i significati dei messaggi stessi nella interazione della Rete, con il risultato che la comunicazione comporta un’azione di appiattimento “unidimensionale” degli utenti a cinque stelle.

Guardiamo con Eco il fenomeno massmediatico dall’alto, ricordando le parole di Eraclito, l’oscuro: ”Perché volete trarmi d’ogni parte o illetterati? Non per voi ho scritto, ma per chi può capirmi. Uno per me vale centomila e nulla la folla”.
Secondo Eco la cultura di massa è l’anticultura, di fronte alla quale l’uomo di cultura non può che dare una estrema testimonianza in termini di Apocalisse. Ma l’apocalittico, ora, si ritrova nella fenomenologia grillina: una comunità di “superuomini“ indignati che trasmettono la propria protesta lungo i canali dei social nel “Sistema“ della comunicazione telematica. Emerge in tal modo la contraddizione di M5S e Lega, che sono apocalittici nella comunicazione, nella lotta, ed integrati nel governo e nelle prospettive ultra conservatrici della destra.

L’uomo di massa, il superman ridotto all’everyman, era visto da Eco nella figura di Mike Bongiorno, un basic italian. Oggi potrebbe essere Luigi Di Maio, ex steward di stadio assurto con il voto dal basso alla carica di vice Presidente del Consiglio. Con il discorso al massimo della semplicità, egli sbaglia i congiuntivi, evita le subordinate, usa un discorso plebeo, paratattico, tanto che qualsiasi lettore e spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere meglio di lui. Le sue virtù morali e intellettuali sono per il pubblico un esempio trionfante del valore della mediocrità: un giovane che possiede le “virtù” (onestà onestà…) in grado medio, ad un livello minimale di evoluzione.

Ben diverso è il “giusto mezzo” in Aristotele, il quale approfondisce l’antico tema del “mèson”; per lui virtù etica è il giusto mezzo tra due passioni sbilanciate per eccesso e difetto e nella pratica del giusto mezzo “L’intelletto desidera, il desiderio ragiona “. Siamo agli antipodi della mediocrità di Luigi di Maio.

I lettori dei social, che ormai comunicano con le informazioni diffuse, da veri mutanti hanno l’impressione di comunicare fra loro. I più assidui tra i cinque stelle, gli influencer, non vivono la componente reale della loro esistenza, ma quella immaginaria, la cui regia è detenuta dal Sistema Casaleggio; proprio come afferma Baudrillard: “Ciò che caratterizza i mezzi di comunicazione è il fatto che impediscono ogni comunicazione: essi sono intransitivi”.

Il titolo “Dove andremo a finire?“ sembra la considerazione finale di un gruppo di vecchiette, nostalgiche della passata età dell’oro, ma riflettiamo: l’opinione pubblica, cioè i votanti, sono rimasti succubi di tale apocalittico conformismo. Gli influencer pentastellati sanno di essere più sapienti di Di Maio tanto che sui social è un pullulare di scimmie sapienti che trattano di scie chimiche e di vaccini.  Su Eraclito  ha vinto la folla che si accalca sui social e noi assistiamo, indifferenti, al trionfo del contratto, che non è quello di Rousseau, ma il contratto di lotta e di Governo. I cinque stelle, come l’uomo massa descritto da Eco, sono assetati dal desiderio di sapere, dal bisogno di informazione su Wikipedia. E la democrazia, magistralmente definita da Platone con tutti i suoi limiti per le sue degenerazioni, ora ha come comandamento: Segui la legge di chi sia più numeroso, chiunque è degno di una carica qualsiasi purché chiunque si raduni in modo sufficiente da eleggerlo con elezione elettronica o a sorteggio – questa è la boutade di Grillo.

Su Facebook la cultura è ridotta al gioco della parola. Niente a che fare con i maestri del sapere, i Sofisti, attenti ad un generale mutamento determinatosi nel V secolo a.C..  Ad Atene emergevano nuove classi sociali, che aspiravano alla gestione della cosa pubblica e condizione necessaria per poter trattare affari politici era la capacità di parlare con efficacia in pubblico. I Sofisti rappresentavano una nuova figura professionale che rispondeva a queste esigenze, furono i primi che insegnarono a pagamento l’arte di disputare e di convincere. Ma è raro trovare tra gli pseudo sofisti dei social parole persuasive e una concezione più democratica dell’uomo. Piuttosto essi sono presi dalla cupidigia del pubblico dibattito, considerando valido esempio di democrazia la “democrazia diretta ed elettronica“, con la conseguenza che la netta demarcazione tra i “noi onesti“ e “loro corrotti“ ha innescato un clima in cui è confluito il risentimento sociale contro tutte le istituzioni rappresentative.

Mi aiutano, per definire l’attuale cultura di massa, le considerazioni dell’amica Simonetta Bisi (Contro l’individualismo): “Un onnipresente pensiero unico, con la rinuncia a pensare e a ricordare… smantellate le certezze e i valori dell’azione collettiva”.

Le parodie di Eco scritte nel lontano 1964 colgono nel segno, gli intellettuali, gli uomini di cultura non sono compresi, sono “oscuri “, soffrono di solitudine e guardano, indignati, dall’alto, determinando un vuoto della politica che ha lasciato il campo o all’indifferenza o agli apocalittici-integrati.  Ma è proprio la nostra epoca che può dirsi “apocalittica”, uno spazio di permanenti crisi che Cacciari, richiamando il mito, definisce l’Evo di Epimeteo: “Prometeo si è ritirato – o è stato di nuovo crocefisso alla sua roccia. E Epimeteo scorrazza per il nostro globo, scoperchiando sempre nuovi vasi di Pandora” (M. Cacciari, Il potere che frena).

PAOLA ANGELONI