Alien e Omero – Irrazionalità e Razionalità. Compagni o nemici? Parte 1

di FEDERICO DE FAZI ♦

Benvenuti al primo episodio di questo percorso di riflessione sulle tematiche dell’irrazionalità e della razionalità che, partendo dal pessimo uso fatto nell’ultima pellicola di Ridley Scott, Alien Covenant, arriva alle radici della narrativa occidentale con i due poemi omerici dell’Iliade e l’Odissea.

Tutti noi abbiamo una parte razionale, che si piega alla ragione, fatta di regole, induzioni e deduzioni, così come una irrazionale, che invece si piega a sentimenti non mediati da nozioni o ragionamenti, quali la paura e il desiderio, che Freud, il padre della psicanalisi, definì come “pulsioni”.

Prima che Freud infatti definisse il concetto di Es (le pulsioni) e Super Io (i vari costrutti morali e speculativi), anche Platone paragonava l’uomo a una biga trainata da due cavalli: uno bianco, la nostra componente volitiva, e uno nero, la nostra componente censoria. Stava all’auriga (la nostra ragione) equilibrare entrambi, facendo in modo che andassero nella stessa direzione.

Detto ciò mi scuso per tutti i semplicismi e le scorciatoie riduttive che ho usato in questa prima parte introduttiva. Il mio scopo tuttavia è quello di affrontare l’irrazionalità solo come tematica narrativa e non come quell’elemento assolutamente pregnante della nostra vita.

Nelle mani di un narratore, l’irrazionalità può essere un’arma potentissima per forzare la trama a prendere la piega che si desidera. Essa consente di far fare ai propri personaggi cose che usando la ragione non farebbero mai e poi mai, pur mantenendo una coerenza e una verosimiglianza con la realtà. Anche la razionalità può giocare allo stesso favore: il cervello umano non è in grado di calcolare consciamente tutte le variabili di una situazione e pertanto un personaggio potrebbe prendere una decisione a parer suo razionale pur non avendo valutato quella variabile fondamentale che porterà a un esito fallimentare e disastroso. Il bravo narratore saprà trascendere da questa logica binaria e far lavorare elementi di razionalità e irrazionalità in concerto per raggiungere i suoi scopi.

Esempio omerico di questo è “l’ira funesta del Pelide Achille che infiniti lutti portò agli Achei”. Essa costituisce l’espediente narrativo delle vicende narrate nell’Iliade e serve ai nostri scopi in modo magistrale. Ma entriamo nello specifico.

Nelle tappe precedenti di questa riflessione, ho già spiegato come Achille agisca più secondo ragione di quanto si creda. Il suo ardimentoso buttarsi nella mischia non è che il frutto di un ragionamento logico riassumibile in: «Sono un mortale, quindi destinato all’oblio. Dato che l’unico modo per fuggire l’oblio è quello di combattere e morire gloriosamente, divento il più grande guerriero che si è mai visto e vado incontro alla morte con spavalderia».

Ogni azione che Achille compie è dettata dalle regole che impone la sua condizione: Achille combatte con ferocia il giorno, poi la sera torna all’accampamento e partecipa al consiglio di guerra rispettando le regole, infine si ritira nella sua tenda, si ubriaca e va a letto con le schiave del suo bottino di guerra. Sono tutti comportamenti figli di un codice che sancisce il corretto atteggiamento del grande guerriero. A modo suo Achille segue per tutta la sua vita un codice deontologico.

Il suo adirarsi e rifiutarsi di combattere è anch’esso derivante dal rispetto del suo codice. Il condottiero mirmidone ha infatti subìto una grande ingiustizia, in quanto Agamennone, primo tra pari al consiglio di guerra, ha abusato della sua posizione, sottraendo ad Achille la schiava Briseide, che a lui spettava di diritto.

Privato dei suoi diritti e vedendo la sua posizione di re guerriero sminuita a quella di soldato, Achille opta per la cosa più razionale e moderna che possa venire in mente: indice uno sciopero.

Smette quindi di combattere, rinunciando al suo stipendio fatto da bottini di guerra e gloria, finché il re dei Micenei non ritorna sui suoi passi. Non gli importa se la guerra volgerà a sfavore dei suoi compatrioti o di quanti compagni e amici moriranno perché lui non è al loro fianco. L’importante è che chi narrerà la sua storia nei secoli a venire non lo ricorderà come il cagnolino di Agamennone, ma come il più grande dei re guerrieri.

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Ma avviene qualcosa che Achille non aveva previsto nel suo calcolo razionale: Patroclo, cugino e amante del Pelide, indossa la sua armatura e scende in battaglia al posto suo, facendosi uccidere dal campione troiano Ettore.

Achille non può più dare ascolto alla ragione, perché ormai è accecato da un’ira ben più funesta di quella posticcia che lo ha portato a rifiutarsi di combattere. Si presenta quindi davanti alle porte di Troia, con armi forgiate dal dio Efesto in persona, per sfidare Ettore, il quale sa che verrà ucciso, ma sceglie razionalmente di non sottrarsi al suo destino per non macchiare il suo nome e quello di suo figlio con l’onta della codardia. Ettore si appella alla razionalità di Achille, chiedendogli di avere rispetto delle sue spoglie come lui ne avrebbe di quelle dell’avversario. Achille però è un animale accecato dall’ira.

«Non ci sono patti tra uomini e leoni!» dirà. Ovviamente il leone è lui.

Achille uccide Ettore e fa scempio del suo cadavere. La storia potrebbe benissimo finire qui, ma il genio degli antichi aedi che si firmano col nome di Omero ci regala una grande sorpresa: la crescita del personaggio.

All’accampamento degli Achei si presenta Priamo, re di Troia e padre di Ettore. Egli non si presenta come il re di una città ancora imbattuta, ma solo come il padre che vuole indietro il corpo di suo figlio. Priamo, il grande re della Città tutta d’oro, supplica Achille. Si butta alle sue ginocchia e gli offre doni di ogni sorta.

Achille allora si commuove. Ragione e istinto si uniscono insieme e, mosso dall’empatia, dà ascolto alla richiesta di un semplice padre come prima non l’aveva data ad Agamennone e a tutti gli Achei, compreso l’amato Patroclo. Ha la sensibilità e il buonsenso di nascondere agli occhi di Priamo lo scempio fatto a suo figlio e si unisce al sentimento del re troiano nei lutti che quella guerra, con troppa imprevista crudeltà, ha portato ad entrambi.

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L’Iliade non ne parla, ma tutti sappiamo che di lì a poco anche Achille morirà di una morte molto più ingloriosa di quella del suo avversario. Una freccia vigliaccamente scagliata dal principe troiano Paride lo colpirà nel suo unico punto debole, ponendo fine alla sua vita. Mi piace pensare che l’Achille che cade sul campo di battaglia sia un uomo ben diverso da quello che abbiamo visto all’inizio del poema. La genialità degli antichi cantori non ci fa strane prediche o morali, ma chi sa leggere tra le righe forse potrà vedere, nell’Achille che piange insieme a Priamo, un uomo che ha imparato finalmente a guidare la biga conducendo entrambi i cavalli nella medesima direzione.

Ma arrivati a questo punto bisognerà parlare della grande opportunità di riflessione offerta dal materiale base dei film di Alien e di come siano stati sfruttati bene o male a seconda delle circostanze, oltre che ad esplorare gli spunti di riflessione che ci offre la narrazione dell’Odissea.

Tutto questo nel nostro prossimo appuntamento.

FEDERICO DE FAZI