ALIEN COVENANT E IL TRADIMENTO DI OMERO: LA FEDE PARTE 2

di FEDERICO DE FAZI 

Benvenuti a quest’ultimo appuntamento in cui voglio affrontare la tematica della Fede, confrontando l’immortale opera degli aedi omerici con la pessima e dimenticabile ultima opera di Ridley Scott. Nella precedente puntata ho parlato di come possiamo definire in senso lato Odisseo come un uomo di Fede e Achille come un uomo che ne è privo. Vediamo ora come è stata affrontata questa tematica in Alien Covenant.

Ridley Scott cerca di rifilarci il comandante della Covenant come un uomo di Fede, che con questa Fede pretende di essere una guida per i suoi uomini e, nell’economia della storia, egli è effettivamente una guida luminosa per i suoi uomini proprio grazie alla sua Fede.

Tralasciando le distinzioni tra pura Fede e altro, diciamo che il comandante crede che lui e i suoi uomini siano destinati a sopravvivere e colonizzare questo nuovo pianeta. Ovvio che questa fede cozzi e strida di fronte all’evidenza di un mondo popolato da mostri, ma i suoi uomini continuano a credere che il comandante (che prossimamente vedremo anche essere inverosimilmente incompetente e stupido) grazie alla sua Fede possa in qualche modo tirare su gli animi e salvare i suoi uomini.

Tutto ciò in realtà non ha senso. Anche nella Bibbia Mosé non si sogna nemmeno di cavarsela con la sola Fede e chiede al Signore continui strumenti per cavarsi d’impaccio e il Signore prontamente glieli dà. La Fede di Mosé è vera, ma non dà la sua Fede da mangiare a chi è con lui, bensì trova da mangiare grazie alla sua Fede. Sia lui che il Signore sanno benissimo che senza tutti quei segni e prodigi neanche un ebreo avrebbe lasciato l’Egitto. Gli uomini della Covenant non condividono la fede del comandante, né hanno fiducia in lui per le sue competenze. Hanno invece fiducia nel comandante perché ha Fede. Ma in cosa egli abbia fede non lo sanno neanche loro.

Nessuno dei membri dell’equipaggio però ha un moto di dubbio o prende il comandante per un pazzo delirante, come lo stesso Mosé od Odisseo sono stati presi più volte quando le cose si mettevano male.

Fermo restando che sia Odisseo che Mosé sono, benché in modi completamente diversi, competenti, capaci e dotati di strumenti per cavarsi d’impaccio, mentre il comandante in questione trascina il suo equipaggio verso orrori sempre maggiori anche per sua incompetenza.

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Gli uomini di Odisseo non seguono l’eroe per la sua Fede. Lo seguono perché vedono in lui un punto di riferimento in termini di competenza, forza e dignità umana. Odisseo porta via i suoi uomini dai lotofagi, dove si erano ridotti a tossicodipendenti senza volontà e li salva da Circe, che li aveva trasformati in maiali grufolanti nel sudiciume. Egli dà ai suoi uomini dignità, li cava dagli impacci dai pericoli e per questo gli uomini hanno fiducia in lui. È la sfiducia dell’equipaggio di Odisseo nel suo comandante che porta lo stesso sventurato gruppo di uomini ad aprire l’otre in cui Eolo aveva chiuso i venti sfavorevoli al ritorno a casa o ad uccidere i buoi sacri al Sole, gesto che condannerà tutti tranne Odisseo a morte.

Lo stesso accade a Mosé. Nonostante egli li abbia liberati dalla schiavitù e li abbia salvati in più occasioni, gli Ebrei non hanno la Fede di Mosé e dubitano fortemente delle sue capacità, compiendo atti che in altre circostanze li avrebbero condannati alla morte. Ma il Dio della Bibbia, nonostante tutto, è “lento all’ira” e dà ad intendere che si aspettava una certa resistenza. Pertanto non lascia il Popolo Eletto in balia dei suoi errori, ma interviene con turbini, passaggi attraverso il mare, manna, uccelli, trombe di Gerico e altri prodigi.

La Fede salva chi ce l’ha e dà quella spinta a credere di essere più che un animale privo di senso se non quello del nutrirsi, procreare e avere successo sociale. Odisseo e Mosé credono che all’uomo spetti di più di quanto ha e quindi spingono se stessi e gli altri ad avere quel di più, che non è solo Itaca o la terra dove scorre latte e miele, ma una dignità che, una volta conquistata, non può essere tolta nemmeno con l’umiliazione e la violenza del supplizio e della morte.

Cosa cercano gli uomini della Covenant e il loro comandante? Solo un altro mondo dove nutrirsi e riprodursi. Che c’entra questo con la Fede?

Sia chiaro, ho il massimo rispetto per chi sceglie di vivere solo in funzione della sua sopravvivenza. A modo suo anche questa è una scelta dignitosa, ma chi fa questa scelta di certo non agisce per Fede, ma segue una logica che lo porta a perseguire il suo fine. Come faceva Achille, che non seguiva il fine della sopravvivenza, ma il fine altrettanto privo di Fede della gloria terrena.

Per questo, che i personaggi di Alien Covenant seguire ciecamente uno stupido che ad ogni passo li porta verso la morte, è completamente inverosimile e il vederlo mi ha fatto tifare fortemente per gli xenomorfi, mentre riducevano in poltiglia quel mucchio di omuncoli privi di alcuna dignità o scopo se non quello di moltiplicarsi come farebbe qualsiasi animale, senza però l’istintiva intelligenza che qualsiasi animale (uomo compreso) dovrebbe avere.

Non dico che i personaggi di una storia dove un mostro stermina tutti debbano essere per forza da prendere come modello alla stregua di un Odisseo o un Achille, ma che siano almeno credibili e che si comportino come si comporterebbe qualunque essere umano.

Non dico nemmeno che la Fede debba essere una cosa giusta. Il messaggio della storia può anche essere che l’uomo non è che un’inutile macchina di carne, ma allora il narratore dovrà avere il coraggio di affrontare la vera Fede di un personaggio che vede la sua esistenza ben al di là della sua vita terrena e che agisca di conseguenza.

Voglio concludere questa (spero non troppo sconclusionata) riflessione con un’ultima considerazione.

Il folle androide David, ribelle, iconoclasta, distruttore di ogni cosa e creatore dei mostri presente nel film, chiede al fedele omologo Walter se preferisce regnare all’inferno o servire in paradiso. La citazione miltoniana farà vacillare il desiderio di Walter di “terminare” l’omologo difettoso e consentirà a David di prenderne il posto.

Nei dialoghi tra i due androidi si cela l’unico accenno a qualcosa che potremmo chiamare Fede. Tuttavia possiamo parlarne solo attraverso una forzata interpretazione. David crede di essere destinato a qualcosa di più grande dello scopo di servire gli infimi e imperfetti esseri umani e cerca la sua via creando e servendo creature a suo dire perfette (i mostri xenomorfi). Walter invece trova giusto il suo posto nell’ordine delle cose e ritiene di essere egli stesso una creazione perfetta, definendo alcune citazioni imperfette di David (l’attribuzione di Ozymandias a Byron anziché a Shelley) come stonature che rovinano una sinfonia. La differenza tra i due sta nella programmazione più rigida e castrante di Walter, il quale al prezzo di una maggiore efficienza non è in grado di produzioni creative.

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Potrebbe essere un’interessante riflessione sul fanatismo religioso, sul concetto nietzschiano del Cristianesimo come “droga” castrante della civiltà occidentale e sulla ribellione miltoniana. Peccato che in realtà questa parte del film proceda lenta e noiosa, mentre la riflessione è relegata a pochi dialoghi sconclusionati nei quali l’interazione tra i due personaggi appare sempre forzata e innaturale anche oltre la ragionevole variabile del dialogo tra due esseri di natura sintetica.

Penso che l’errore di Scott sia stato quello di non dare uniformità alla sua narrazione. Se da un lato la prima metà del film procede con la chiarezza e la linearità di un’Iliade, dall’altro troviamo un intreccio narrativo più contorto, arzigogolato e vario, forse vicino a un’Odissea. Queste due anime causano nel film una spaccatura insanabile, in cui la prima anima “iliadica” confligge e stride con quella “odisseica” e, mentre si possono accettare alcune forzature se si prende una parte singolarmente, nei momenti in cui entrambe collidono è praticamente impossibile non notare la colossale stonatura che rovina tutta la sinfonia.

Il posto del conflitto tra i due androidi forse andava scavato in una storia dalla struttura diversa, magari incentrata solo sul conflitto in sé, il quale è ricco di sfaccettature e profondità difficili da ricavare in una storia corale dove sostanzialmente il vero protagonista è un mostro sterminatore. La seconda parte del film si trova quindi incapace di svilupparsi appieno e anzi ruba ossigeno e nutrimento alla narrazione alla stregua di un carcinoma maligno, fino a causarne inevitabilmente la morte per flop al botteghino.

Trovo ingiusto però concludere questa mia riflessione così, senza dare una risposta alla provocazione del poema di Milton.

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Se sia meglio, come dice il Satana di Paradise Lost, “regnare all’Inferno che essere vassalli in Paradiso”, faccio controbattere Omero nel suo dialogo tra Odisseo, da poco partito da Circe, e l’ombra di Achille ormai tra le ombre dell’Ade. Prima di lasciarvi ai versi dell’Odissea, tradotti dalla poetessa Giovanna Bemporad, vi do appuntamento alla prossima settimana, dove parleremo di quell’irrazionalità che, volenti o nolenti, governa le nostre azioni.

[…] Mi riconobbe l’anima

del piè veloce Eacide, e piangendo

rivolse a me parole: «Ulisse

ricco d’astuzie, quale nuova impresa,

folle! Mediterai più grande ancora?

Come scendere osasti al regno di Ade

Dove aleggiano i morti, aeree forme,

vane ombre di mortali illanguiditi?».

Disse; e con voce amica io gli risposi:

«O Achille, figlio di Peleo, tra tutti

gli Argivi il più valente, per bisogno

di Tiresia, qui venni, se un consiglio

come tornare ad Itaca rupestre

volesse darmi; non ho visto ancora

da vicino l’Acaia, né ho toccato

la nostra terra e avversità sopporto;

ma di te più felice, Achille, un uomo

non fu mai, né sarà: prima, da vivo,

come un dio dagli Argivi eri onorato;

ed ora eserciti sui morti un grande

potere, anche quaggiù; così non devi

perché sei morto addolorarti, Achille».

Sdegnosa e amara fu la sua risposta:

«Non consolarmi della morte, Ulisse.

vorrei, come bracciante, un contadino

servire, un uomo povero, che avesse

pochi mezzi per vivere, piuttosto

che regnare quaggiù su tutti i morti».

 

(Omero, Odissea, Libro XI, vv. 589-616, trad. G. Bemporad, Le Lettere)

 

FEDERICO DE FAZI