POPULISMO E POPULISTI (XII)

di NICOLA R. PORRO 

Laboratorio Italia. Le due Leghe e l’esperimento gialloverde

Per meglio sviluppare l’analisi sulle condizioni strutturali e le dinamiche sociali che possono spiegare la crisi di legittimità del sistema politico italiano e l’ondata populista che ne ha beneficiato, avevo programmato qualche approfondimento relativo agli effetti sul comportamento elettorale di fenomeni di natura propriamente sociologica. Mi riferisco all’invecchiamento della popolazione e alla sfida migratoria – di cui mi sono già parzialmente occupato in precedenti articoli – ma anche alle trasformazioni del lavoro, al declino dei corpi sociali intermedi, alle nuove e talvolta conflittuali forme di convivenza nei tessuti urbani nonché alla colonizzazione del vissuto sociale da parte un pervasivo (e talvolta perverso) sistema della comunicazione. L’attualità mi impone però di proporre qualche considerazione che esula dal programma rinviando piuttosto alla storia contemporanea del nostro Paese, sin da fine Ottocento laboratorio della sperimentazione politica europea.  

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Si è insediato da pochi giorni il Governo Conte, parto travagliatissimo dell’alleanza fra due populismi: quello dichiaratamente sovranista e orientato a destra della Lega di Salvini e quello ispirato al qualunquismo digitale del M5s. Quest’ultimo si affianca a una Lega insediata nelle regioni settentrionali e divenuta portabandiera dell’internazionale anti-europeista dopo aver rinnegato il secessionismo padano delle origini. Il Movimento, refrattario per suggestioni culturali e per calcolo di bottega a collocarsi lungo lo spettro delle ideologie, dà di fatto vita, per la composizione del proprio elettorato e per la conseguente necessità di perorarne le ragioni, a una sorta di Lega Sud. Il governo dei due populismi, delle due leghe e delle due Italie, costituisce un inedito assoluto, anche se – in tutt’altro contesto – uno dei due partner (la Lega settentrionale) ha già conosciuto esperienze di governo. Si candidano infatti a “scrivere le Storia” due movimenti che negano qualunque affinità ideale e proclamano una diversa collocazione nel sistema dei valori. La Storia dovrà perciò essere scritta – da parte di forze impegnate sino a ieri in una contesa a colpi di insulti e demonizzazioni reciproche – con l’inchiostro (o con i bit) del puro pragmatismo e delle convenienze reciproche. Le due Leghe, intese come il sindacato del Nord in strumentale intesa con il nascente sindacato del Sud, hanno così trovato la convergenza su un notarile “contratto di governo”, farcito di promesse mirabolanti e difficilmente realizzabili.

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Privo di precedenti, l’esperimento in corso nel cantiere Italia suscita preoccupazione, curiosità e anche l’attenzione dei politologi. Torniamo a rappresentare, fra gli applausi di incoraggiamento di Marine Le Pen e di Steve Bannon, il fanatico teorico del sovranismo anti-UE che fu consigliere di Trump, una fucina di esperimenti. Innovazioni non sempre di successo, dagli esiti talvolta tragici ma non di rado replicate, con i dovuti adattamenti, in altri contesti nazionali. Tutto cominciò con Agostino Depretis, il leader della sinistra liberale che nel 1882, stanco di dover quotidianamente giustificare il sostegno parlamentare ricevuto sotto banco (e quasi mai disinteressatamente) dai deputati della destra, teorizzò la possibilità del «trasformismo». Voleva così legittimare la possibilità di dar vita a maggioranze parlamentari variabili al di fuori delle formali appartenenze partitiche e ideologiche. Un antesignano, insomma, dell’esperienza dei “casaccari” e della fine delle ideologie, impegnato a sconfiggere con la pratica sapiente del giorno per giorno tanto il radicalismo dei progressisti quanto il conservatorismo delle destre.

«Se qualcheduno – proclamerà d’altronde nel discorso tenuto a Stradella l’8 ottobre 1882 – vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?».

Scoperta dell’acqua calda: negoziazioni, compromessi, alleanze tattiche sono da sempre elementi costitutivi della vita politica e istituzionale delle democrazie. Va però riconosciuto a Depretis il coraggio di aver nobilitato, collocandola in una visione strategica della politica, una pura e spregiudicata tecnica di governo. Nella storia dei partiti politici del Novecento il trasformismo, nelle sue molteplici incarnazioni, ha obiettivamente rappresentato in più occasioni un caposaldo della democrazia parlamentare. Persino regimi maggioritari ne hanno sperimentato la necessità in circostanze particolari (guerre, crisi economiche, minacce alla sicurezza nazionale). L’Italia postbellica è stata governata per quasi mezzo secolo da un Partito-Stato, la Democrazia cristiana, che si è immunizzato dal trasformismo introiettando nel suo stesso corpo associativo ed erigendo a sistema lo scambio politico, senza rinunciare al dibattito delle idee e alla composizione quotidiana di concreti interessi materiali. La dialettica delle correnti consentiva dentro la forma partito transiti e riposizionamenti opportunistici con ciò contribuendo – proprio per la consistenza elettorale del partito di governo, perno di qualunque possibile alleanza – a limitare il trasformismo in sede parlamentare.

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Il caso più rilevante di innovazione, o meglio di “rivoluzione reazionaria”, partorita dal genio italico è però identificabile nel fascismo. Un sistema di governo della società (e non solo delle istituzioni) prima autoritario poi sempre più incline alla degenerazione totalitaria, al culto del capo e alla militarizzazione del consenso, che inglobava in sé elementi eterogenei della nostra tradizione politica. Fra questi il movimentismo anarcoide rivisitato in chiave reazionaria e nazionalistica ma anche elementi di trasformismo, che giustificavano la metamorfosi ideologica di tanti leader fascisti e soprattutto quegli equilibri negoziati – non senza mediazioni sottobanco – con altri poteri forti (la monarchia e la Chiesa soprattutto). La rivoluzione modernizzante di Ataturk si ispirerà al modello fascista come in Spagna la dittatura clerico-reazionaria di Franco quindici anni più tardi. Mussolini offrirà un modello di “nuova politica” seguito dalle peggiori dittature del continente e costituirà l’imprinting tanto dell’avventura totalitaria del nazismo hitleriano quanto del peronismo argentino degli anni Cinquanta, mescolanza di nazionalismo e populismo latino-americano.

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Quasi mezzo secolo dopo la caduta del fascismo e il ritorno alla democrazia, sarà la sinistra italiana ad aprire uno scenario inedito alla politica internazionale. Sono gli anni in cui il segretario comunista, Enrico Berlinguer, avvia nella stagione che fa seguito al Sessantotto, ai fatti della Cecoslovacchia e al declino del potere dell’Urss – mentre il dissenso monta nei Paesi socialisti più sensibili alle suggestioni delle democrazie occidentali – una riflessione coraggiosa sulla crisi del sistema sovietico e del comunismo di Stato. Dopo il golpe cileno (1973) prende addirittura forma l’idea di un “compromesso storico” fra il Pci e il tradizionale avversario democristiano. L’eurocomunismo è oggetto di interesse, di simpatie e di ostilità, in ambienti internazionali collocabili a vario titolo nella galassia progressista. In Italia le trame golpiste alla fine dei Settanta, l’assassinio di Aldo Moro e la prematura scomparsa dello stesso Berlinguer faranno naufragare il progetto. L’eurocomunismo si insedierà però nel lessico della politologia come un originale tentativo di superare, sia a livello dei governi nazionali sia nello scenario internazionale, gli equilibri cristallizzati dalla Guerra fredda.

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Negli anni Novanta, con l’irruzione sulla scena politica di Silvio Berlusconi alla testa del suo partito-azienda, l’Italia del dopo Tangentopoli produce un nuovo inedito nel panorama politico europeo. “Meno male che Silvio c’è”: a dispetto di un colossale conflitto d’interesse, inimmaginabile in altre democrazie, il tycoon brianzolo si insedia a furor di popolo al governo del Paese. La sua è una tattica priva di orizzonti lunghi, ma capace di ogni compromesso. Si salda al mutamento del costume, solletica gli umori dell’opinione pubblica e ne acquisisce i favori proponendo una rappresentazione consumistica ed estetizzante della cittadinanza sociale. Come era stato per l’uso della radio e del cinema da parte di Mussolini, Berlusconi si farà leader di una rivoluzione comunicativa senza regole, che il filosofo francese Paul Virilio avrebbe definito “il primo colpo di Stato mediatico della tarda modernità”. Prenderà forma, attraverso il controllo di reti pubbliche e private, una sorta di oligopolio televisivo in dispregio del principio democratico di equilibrio dei poteri ma utile a legittimare per interessi privati autentiche violazioni del diritto, come nel caso delle leggi ad personam. Il berlusconismo rappresenterà un modello culturale associato a un sistema di potere personalizzato e paternalistico in cui i diritti sociali vengono declinati in chiave individualistica e degradati a logiche edonistico-consumistiche. Ne verranno scosse per quasi venti anni la legittimità sostanziale delle istituzioni trovando però epigoni entusiasti in alcune satrapie post-comuniste e persino in Paesi del Terzo mondo dove nei decenni a cavallo dei due secoli si affermano figure di leader imprenditori ispirate all’esempio italiano. L’ispirazione prettamente populistica della propaganda berlusconiana incoraggerà potentemente la radicale trasformazione della comunicazione e dell’intera cultura politica nazionale nei due successivi decenni.

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Insuperabili nell’ideare risposte di pronto impiego alle emergenze, abbiamo anche inventato i governi “tecnici”. Quasi tutti i Paesi europei hanno conosciuto governi di unità nazionale, gabinetti di guerra, esecutivi che comprendevano autorità militari o personalità titolari di importanti competenze amministrative, giuridiche o economiche. Nessuno è però riuscito a immaginare governi alla cui guida venissero chiamati esperti – quasi tutti economisti: Ciampi (aprile 1993-maggio 1994), Dini (gennaio 1995-maggio 1996), Monti (novembre 2011-aprile 2013), sino al giurista Giuseppe Conte, che ha esordito nel giugno 2018 alla guida dell’esecutivo gialloverde – non malgrado l’assenza di profilo politico ma, al contrario, proprio perché privi di esso. Un’acrobazia della logica istituzionale che ci fa davvero unici, anche se, volendo sottilizzare, la formula risulta imprecisa. Altri governi (quello Pella negli anni Cinquanta e quello Amato che precede il gabinetto Ciampi, esempio di un esecutivo politico guidato da un prestigioso servitore dello Stato) presentano infatti marcati tratti tecnici. Rimane il fatto che si tratta di un’innovazione significativa della costituzione materiale della Repubblica che ha però trovato pochi emuli nelle sedi internazionali. È tuttavia valso ad accreditare le nostre leadership in situazioni di particolare criticità, supplendo con il richiamo alla competenza la fragilità della rappresentanza politica.

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Il filosofo Roberto Esposito (“M5s-Lega, gli spericolati esperimenti all’italiana”,  Repubblica del 30 maggio 2018) ha posto in evidenza i tratti inquietanti della più recente “innovazione”, la sesta, gemmata dalla ineguagliabile fantasia politica del Belpaese. Ci ricorda, ad esempio, come il fronte anti-europeista più sfegatato abbia immediatamente definito “un’avanguardia per l’Europa” l’esperimento pentaleghista. I leader xenofobi sono del resto perfettamente coerenti: per loro “occuparsi dell’Europa” significa “farla finita con l’Europa”. Il sogno accarezzato è quello di saldare un fronte compatto, magari a guida italiana, di Paesi governati dalle destre xenofobe (il cosiddetto cartello di Visegrad) per farne la testa d’ariete della vagheggiata demolizione dell’euro prima e della UE subito dopo. Se è vero, infatti, che l’Italia è da decenni alle prese con una pesante crisi del debito, essa rappresenta comunque un Paese fondatore della UE, membro del G7, seconda potenza manifatturiera dell’Unione nonché ottava potenza militare al mondo per potenziale d’impatto (stime dell’Istituto internazionale di studi strategici): l’ideale capofila dell’internazionale sovranista delle democrazie illiberali impegnate in una lotta senza quartiere alle politiche di inclusione, al sistema dei diritti e all’integrazione europea. Questo rende l’ultima innovazione politica, il governo delle due leghe o del doppio populismo, foriera di comprensibile apprensione fuori dai nostri confini. Il gran rifiuto del Presidente della Repubblica di fronte alla proposta Savona – condotta poco apprezzata o forse sbrigativamente interpretata dall’opinione pubblica quasi suonasse a sfregio della volontà popolare – va letto in questa chiave e non ridotto alla umiliante caricatura di misteriosi ordini impartiti dalla Germania o dai bunker della UE e della Bce. Senza peraltro dimenticare che, a dispetto delle falsificazioni populistiche, il nostro debito non è con la UE o con la Bce. È una montagna di soldi dovuta a risparmiatori di tutto il mondo e alla stessa Banca d’Italia. Il macroscopico debito pubblico italiano si è formato nella lunga stagione delle svalutazioni competitive della lira, già a partire dagli anni Ottanta. Riusciamo a onorare questo debito, evitando sinora i rischi corsi dalla Grecia e da altre economie deboli, solo grazie al fatto che i Paesi partner e la Bce acquistano massicciamente da anni i titoli che ne consentono il rimborso. Pretendere che i nostri partner ostentino il più distaccato fair play di fronte alla possibilità che la rovina del nostro sistema finanziario trascini con sé gli investitori internazionali è perciò più ridicolo che irritante. Sottovalutare il ruolo di Draghi, cui fra qualche decennio dovremmo dedicare un busto in qualche piazza d’Italia, è sintomo di abissale ignoranza o di puro e semplice fanatismo. Una battaglia contro l’austerity a senso unico, l’ordo-liberismo tedesco e l’economia del rating va ingaggiata senza esitazioni, ma sarebbe folle condurla da soli (o in pessima compagnia) o peggio ancora agitare la minaccia di un’impraticabile e suicida fuga dall’euro.

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“Rome opens the gates to the modern barbarians”. È il titolo di un articolo dedicato alla crisi politica italiana e comparso sul Financial Times del 14 maggio 2018.

L’accenno ai barbari è stato sufficiente a scatenare la reazione stizzita di Salvini e di Di Maio, impegnati in quei giorni nella faticosa costruzione di un contratto di governo. Ai due leader populisti nostrani, però, era evidentemente stato tradotto solo il titolo comparso sul prestigioso giornale britannico e non l’intero articolo. Esso infatti non indulge affatto a una rappresentazione liquidatoria e sprezzante dei Barbarians. Richiama invece la storia romana per ricordare come nel momento del declino dell’Impero sia stato proprio l’apporto demografico e la vitalità dei popoli relegati per secoli ai confini della potenza egemone a far sì che il patrimonio civile, culturale, giuridico e tecnico-scientifico della romanità non andasse disperso e potesse essere trasmesso alle generazioni successive. La metafora è chiara: ignorare le potenzialità di una strategia di inclusione dell’avversario può essere un errore, se ovviamente si dispone di una valutazione realistica delle opportunità e dei rischi. Insomma, la provocazione interroga soprattutto il Pd, e soprattutto la sua ala renziana, che avevano platealmente rifiutato l’apertura da parte pentastellata di un tavolo di confronto, per quanto goffamente proposta da un Giggino impegnato soprattutto a sponsorizzare la propria candidatura alla Presidenza del Consiglio. Ma la sortita del Financial Times suscita interrogativi non facilmente eludibili. Ad esempio: quando, come e sino a che punto è pensabile un percorso di costituzionalizzazione della sfida populista e di civilizzazione della rabbia qualunquista, che ne pervade una parte, e del risentimento xenofobo covato dall’altra? Più seccamente: può il populismo, se costretto a fare i conti con i vincoli dell’economia globalizzata, del diritto internazionale e anche della correttezza istituzionale, rappresentare una risorsa per il Paese e un’iniezione di adrenalina per un sistema politico in asfissia? Potrebbe il caso italiano contemporaneo inverare la profezia di Pareto sulla circolazione delle élite, per cui quando un sistema politico si avvita nelle sue contraddizioni si apre inesorabilmente la strada a un ricambio, spesso traumatico ma alla fine salutare, di classe dirigente?

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Allo stesso tempo, tuttavia, possiamo davvero promuovere a potenziale classe dirigente un’élite politica alternativa, quella delle due leghe, che non riesce a darsi una leadership capace di destreggiarsi nella complessità della politica o che viceversa gareggia in cinismo e spregiudicatezza con il peggio delle vecchie forme partito? Possono mai garantire qualcuno la grinta e le felpe di Salvini, il completino da informatore farmaceutico e il sorriso da guaglione scaltro perennemente stampato sul volto di Giggino Di Maio? E come non sospettare, guardando soprattutto alle intendenze leghiste, che le potenziali e nuove prime linee altro non siano che le terze e quarte linee della stagione bossiana e berlusconiana?

La questione è intrigante e problematica. Credo tuttavia che un tentativo onesto e concreto di restituire protagonismo al fronte progressista, al di là delle demonizzazioni e degli isterismi, non possa e non debba eluderla. Assumendo la responsabilità di ricercare una risposta non limitata e non difensiva. Non perché “ce lo chiede l’Europa”, ma perché di una sinistra in campo e restituita al suo ruolo ha bisogno l’Italia.

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NICOLA R. PORRO