SULLE ORME DI SAM PECK – CAMBOGIA (PARTE – 3)

di GIANCARLO LUPO ♦

CAMBOGIA (parte 3)

Il complesso monumentale di Angkor Wat, immagine del monte Meru, prima parte

… Lungo i sei chilometri di strada che legano la città di Siem Reap al complesso dei templi si riesce a vedere qualche pagoda o wat con attorno delle palme di cocco. Gli alberi a volte sono molto più alti delle case. Tra il IX ed il XV secolo la città di Angkor, fondata da Jayavarman II, è stata la capitale dell’impero Khmer, che dominò gran parte del sud-est asiatico. Nell’apice della sua espansione Angkor arrivò ad avere un milione di abitanti.

Angkor wat

Mr. T ci porta alla biglietteria che apre poco prima del tramonto.

Da Phnom Bakeng vediamo di passaggio i primi templi, svetta sulla destra Angkor Wat, il tempio (wat) della città (Angkor), costruito da Suyavarman II dell’impero khmer circa un millennio fa. Il tempio è dedicato al dio Vishnu. La particolare struttura del tempio rappresenta il cosmo indù, con gli oceani alla periferia e la montagna Meru al centro dell’universo. La torre principale svetta sopra le cime degli alberi di cocco e le palme da zucchero: il possente simbolo di pietra si innalza fino al cielo nuvoloso, sopra migliaia di statue e di bassorilievi che raffigurano deva (angeli) e ashura (demoni). Ci sono 1796 ritratti di figure femminili che appaiono in ogni angolo del tempio e di cui non è ancora chiaro il vero ruolo e significato. È singolare che ogni ritratto in pietra sia diverso, non esistono duplicati.

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Nel 1860 Henri Mouhot, un naturalista francese, arrivò ad quasi per caso dopo aver letto il resoconto di un frate che dieci anni prima aveva parlato di antiche rovine divorate dalla giungla, nei pressi di Siem Reap. In mezzo al fogliame, Mouhot d’un tratto vide centinaia di immense facce di pietra che gli sorridevano.

Saliamo per una collinetta e siamo alla prima costruzione in pietra, una sorta di piramide con un largo linga al centro. Presso la religione induista il linga è un simbolo fallico, dalla forma ovale, considerato una forma di Shiva. I bassorilievi sono splendidi nonostante siano, ovviamente, rovinati dall’usura del tempo. Le ninfe apsaras danzano. Deva e ashura combattono eterne battaglie. Vedo rappresentazioni di Vishnu e dei suoi avatar: Buddha, Krishna e Rama. Iscrizioni ed epigrafi in sanscrito e in pali, il linguaggio antico dei buddisti.

La gopura è la torre posta all’ingresso del tempio che rappresenta uno dei cinque picchi del monte Meru, la sede degli dei per gli induisti, un po’ come il monte Olimpo dei greci.

Nei templi ci sono stupa, gli altari buddisti dove di solito vengono conservate reliquie, oppure la statua del dio venerato nel tempio.

stupa buddista

Vediamo il tramonto dal tuc tuc che ci conduce allo Smiley’s.

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Di sera, dopo essermi riposato, esco in città.

Grovigli di cavi che, per miracolo, non fanno cortocircuito, immondizia, cani spelacchiati. Dentro una casa polverosa un tizio, con la maglietta rialzata fino alle spalle, tira gran martellate ai mattoni del pavimento, ci sono banchetti di donne con la macchina da cucire, una donna spinge un carretto carico di frutta.

Cammino una mezz’ora in mezzo a luci forti, confusione per strade, tuc tuc e musica, rispondendo con il pilota automatico “No, no” a tutti quelli che mi offrono servizi e merce, a furia di monosillabi: “Tuc tuc?” “Sniff sniff?” “Weed weed?” “Bum bum?”

ANGKOR night-market

Le vie principali sono affollate di karaoke con ragazze immagine, per strada camminano bionde teutoniche e europei ubriachi, giapponesi imberbi che ridono a branchi e poliziotti in attesa di mazzette.

A un certo punto la luce scompare.

Black out. Urla.

Tutto torna velocemente alla normalità, nonostante il buio. I numerosi camerieri del ristorante all’aperto ci puntano addosso torce elettriche di cui sono muniti. Evidentemente non sono nuovi a emergenze del genere. Un cameriere punta la torcia su un tavolo di quattro tedeschi che giocano a carte.

16 giugno 2014

Sono le cinque del mattino. Parlo con mr. T., un ragazzino di 25 anni che ne dimostra 16. Dice che per anni ha fatto sacrifici per frequentare la scuola a Battambang, a 30 km: c’era un tragitto di un’ora e mezza in bici, arrivava alle sei del mattino, puliva la classe, suonava la campanella, iniziavano le lezioni, tornava a casa alle 7 di sera.

Mr. T. non è sposato perché deve contribuire al mantenimento della famiglia: tre fratelli piccoli, padre insegnante e madre. Il padre è sopravvissuto a Pol Pot, ma adesso è malato, ha bisogno di medicine costose perché i khmer rossi “l’hanno colpito ripetutamente con il bambù in testa.”

Arrivano gli altri compagni di viaggio e partiamo.

Il traffico è sempre congestionato nonostante sia mattina. A un certo punto procediamo a passo d’uomo. Pochi metri più avanti capiamo la ragione: un motorino a terra, due ragazzini con gli occhi chiusi, stesi a terra, una auto dall’altro lato. Non vedo sangue. Tutto intorno orde di motorini e tuc tuc come al solito.

Ancora notte. Passiamo dal controllo esibendo i biglietti.

Dopo Angkor Wat ci spostiamo verso Angkor (città) Thon (grande). Letteralmente la parte più grande della città di epoca khmer che si estende per circa 900 ettari, costruita intorno al 1100 d.C.

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Con il tuc tuc attraversiamo un ponte fiancheggiato da balaustre sormontate da deva e ashura che terminano con i naga, i serpenti divini con 7 teste.

Mr T. dice che secondo una antica leggenda una razza di rettili giunse dall’oceano e una loro principessa sposò il primo re dell’antica Cambogia, dando origine al popolo cambogiano. Vishnu e la moglie Lakshi, in diversi testi sacri induisti, sono sdraiati sopra Shesha, il serpente re dei Naga, uno dei primi esseri generati dalla creazione. Vishnu si sdraia sopra il naga per riposarsi tra un ciclo di creazione e il successivo. Il naga che si morde la coda rappresenta la circolarità della vita, ma quelli raffigurati sul ponte rappresentano il passaggio dal cielo alla terra, oppure rappresentano il mito della burrificazione o “zangolatura” dell’oceano di latte: si tratta di un mito narrato nel Purana, Ramayana e Mahabharata, secondo cui Ashura e Deva sono impegnati a tirare il corpo del dio serpente Vasuki, avvolto attorno al monte Mandera. Nel moto vorticoso, come il latte che si burrifica nell’operazione della zangolatura, l’oceano latteo si addensa manifestando le creature nascoste nelle sue profondità e dando forma al mondo reale.

Nel tempio di Bayon, al centro di Angkor Thon, ci sono ben 216 teste in pietra rappresentanti il volto del Buddha.

 

Vediamo gallerie, terrazze, statue di mostri, come il leone Narisimba, un altro antico avatar di Vishnu, oppure bassorilievi: ce n’è uno con Vishnu in groppa a un uccello-uomo, Garuda.

Vishnu_on_Garuda_from_Cambodia,_Angkor_Wat

La struttura è complicatissima: un dedalo di gallerie in cui è possibile perdersi; chiostri con bassorilievi che rappresentano la battaglia del 1181 d.C. tra khmer e cham, altra popolazione del centro Vietnam.

Dimentico la folla dell’Angkor Wat, a Bayon non c’è anima viva. Solo alcune fiammelle illuminano le piccole stanze in pietra. Mentre salgo le scale vedo un bambino magrissimo, vestito da monaco. Chiedo se posso scattare una foto. Lui chiede soldi. Un vecchio con rughe da ubriacone osserva la scena da dietro. Potrebbe essere uno sfruttatore. Do ugualmente i soldi e scatto la foto.

bambino monaco

 

GIANCARLO LUPO

Continua…