IO E QUELLO DI AMAZON – Due parole due su Piccola Città

di ENRICO MARIA FALCONI 

Qualche poco tempo fa ha debuttato al Nuovo Sala Gassman lo spettacolo Piccola Città di Thornton Wilder per la regia di Ettore Falzetti e, dopo aver letto (e amato)  l’articolo di Eloisa su questo blog, ho pensato di voler dire la mia dall’interno. Dal percorso delle prove fino alla messa in scena. Mi piaceva l’idea di un lavoro doppio per parlare di una “cosa” unica. Ossia il punto di vista della spettatrice oltre al punto di vista di uno della compagnia. Mi sembra interessante ( e, se non lo fosse, sono certo, comunque, che saprete perdonare questa mia voglia di dire) raccontare lo sguardo di uno che sono vent’anni esatti che questo spettacolo se lo porta addosso. Con pregi e difetti quasi come uno di quegli abiti che hai e non metti mai perchè troppo difficili da portare. Non desidero affatto che questo articolo parli di me ma, se ne sono il mezzo, è giusto darvi due coordinate due. Una è quella che fu fatto vent’anni fa per una urgenza e due che la stessa urgenza non è mai venuta meno. 

Bene dopo essere stato di parola, permettetemi di essere banale ( che è a volte così consolante!) nel dirvi  che solitamente uno spettacolo è scandito tra l’apertura e la chiusura del sipario. Quasi rappresentasse un tempo racchiuso. Un tempo finito. O chissà magari un tempo finto, in accordo (forse) alla nomea del fare finta, che spesso chi non conosce il teatro pensa sia alla base di tutto. Insomma, un atto di accordo tra la funzione e la finzione del teatro. Questo spettacolo non ha sipario… e fin qui sarebbe rivoluzionario quanto uno di Amazon che protesta. Questo spettacolo comincia mentre il pubblico è in piedi a chiacchierare sulla vittoria della Roma o sul “che c’è la prossima settimana?” e anche qui di rivoluzionario non ha niente ( sembra sussurrarmi quello di Amazon accennato prima). Porca miseria ma allora perchè noi attori eravamo commossi come anziani davanti ai bambini? Che c’è di strano dentro questa cosa? ( Ho difficoltà a chiamare spettacolo tutte le volte che si parla di altro. Mi sembra che la parola spettacolo sia così omologante. Ho le stesse difficoltà per la parola “evento” o peggio “happening”). Bene. La cosa rivoluzionaria di Piccola Città è che non è teatro. “Come non è teatro?”, sembra dirmi in un attimo di riposo dal lavoro quello di Amazon, e io provo a spiegargli il perchè… un perchè che dura da tempo e che per narrarlo ho bisogno di chiudere gli occhi… ahahsyegdhcjekfdhehbfjcjnennfbbcbcbebbebdbbdbebbbdbeccavavvvegdgfmdmfmkihhhebdbbd … bene li riapro e provo a decifrarmi…

Arrivo in teatro ( trafelato come sempre)  e c’è Ettore Falzetti, il regista, e  davanti a lui ci sono alcuni attori ( non sanno ancora che ruolo avranno) e intorno a loro c’è un teatro. Ettore racconta Piccola Città. Parla dello spettacolo per “nomiecognomi” in maniera molto dettagliata, con grande attenzione alla pronuncia delle geografie e, ugualmente, con grande poesia ( come solo chi ha la fortuna di avere un privato con lui può capire). Si commuove Ettore senza farlo vedere agli altri e comincia il suo ricamo basato sulle primarie sensazioni: la ragazzina petulante, le madri così diverse  e così uguali, i padri così seriosi e ironici, il poliziotto  deciso e buono così come buoni e decisi dovrebbe essere sempre, la signora logorroica ma innamorata della propria città, il vecchio borbottone che la vita lo ha messo a dura prova, la ragazza dagli occhi che parlano, gli innamorati così poco Giulietta e Romeo e così tanto Enrico e Elisabetta, Simone e Simona, o metteteci i nomi che vi pare… Beh, da subito tra gli attori questo spettacolo ha cominciato ad essere familiare. In ognuno di noi era facile trovare zio, zia, un nonno, un amore, una cugina, una amica fidata. Il sasso era stato lanciato… e, ad ogni prova, questo sasso tornava a saltellare sui nostri laghetti personali facendo uno, due, dieci cerchi nell’acqua…

Durante le prove succedeva qualcosa che chiamarle “prove”, credetemi,  direi una bugia. Era piuttosto il bisogno di vivere. L’urgenza di dirlo veniva meno perchè prendeva sempre più l’urgenza di viverlo.

Piccola Città fatta da gente che vive in una piccola città diventa così una occasione unica, da non sbagliare. Ossia la somma fortuna di poter riconoscere tra le parole da portare in scena le parole della vita. 

E, di incontro in incontro, la cosa prendeva Vita nonostante le difficoltà che la stessa vita ti porta avanti.

Posso dire che lo spettacolo era incontrarsi a teatro per provare a vivere la vita. Perdonatemi il gioco di parole ma non c’è sinonimo più veritiero. 

Non si è fatto uno spettacolo finito e, sicuramente, non abbiamo creato nulla di finto. Ettore e le verità di Wilder ci ha messo davanti a noi stessi. Ricamando nell’arco di un niente il sassetto che ognuno di noi è nell’intruglio strano della vita. Per questo motivo Piccola Città non è uno spettacolo ma è una “cosa”. Una cosa che non si fa bensì un qualcosa che non finisce. Nel quale non c’è nulla di finto. 

Non da subito la compagnia si è affratellata. Sentivamo il peso di mettere qualcosa del proprio io a disposizione degli altri e, credetemi, non è facile ma, a mano a mano ( come conferma Cocciante), è successo. Stavolta, poco prima del debutto ed è stato bellissimo.

“Occhi negli occhi” a fare questa cosa e dovevate vedere dietro le quinte quello che succedeva durante le recite. Ossia, un silenzio rumoroso di sentimenti. Un mutuo soccorso per inezie che sottolineavano la voglia di vita comune. La voglia di dirlo.

Il Teatro che amo è, soprattutto, questo. E’ una “cosa” che va oltre le terminologie e le nomenclature. E’ una cosa che, anche se ti fa male, fa bene. Piccola Città è uno dei regali più belli che Ettore mi ha fatto perchè mi ha fatto capire che il teatro è  il luogo della condivisione, della vita, dell’ascolto con gli occhi e della vista con le orecchie. Insomma è un luogo vero dove non si fa finta e dove non la si fa finita. 

Quello di Amazon oramai si è perso. 

Forse è arrivato il momento di lasciarlo al suo lavoro ma quanto mi piacerebbe dirgli che in Piccola Città c’è pure lui e quanto sono importanti gli uomini in questa cosa. 

Ecco! In fine ho trovato! Quello che ci piace vivere in questa “cosa” è solo l’uomo. Nella sua straordinaria normalità. 

Ecco! Abbiamo capito, noi attori, che la cosa più rivoluzionaria (per noi) è stata la difficoltà di essere noi. Noi in quanto rappresentanti dell’Essere Umano.  

E ti pare poco?

Nel frattempo uno con il sax sta suonando, la Roma ha vinto?, Ettore è in scena, le luci sono accese e dietro le quinte ci siamo noi. E stiamo tutti in tensione e con gli occhi verso Ettore…

Ps. Non chiudete il Sipario. Una fine qui non ha senso…

ENRICO MARIA FALCONI