La fata del focolare – Le donne e un fantasma sgradito

… che cos’è una donna? Vi assicuro che non lo so. E credo che neanche voi lo sappiate. Non credo che qualcuno possa saperlo prima che la donna si sia espressa in tutte le parti e in tutte le professioni aperte all’intelligenza umana. (Virginia Woolf)…

di SIMONETTA BISI 

Nell’Inghilterra dei primi anni del XX secolo la condizione femminile aveva già segnato alcune tappe nel percorso verso l’emancipazione. Carriere nuove si erano aperte alle donne in un contesto culturale che si andava sempre più allontanando dal moralismo vittoriano.  Nel 1918 hanno conquistato il diritto di voto, nel 1919 vengono ammesse a professioni fino ad allora riservate ai soli uomini, il loro numero aumenta nelle università, l’anticonformismo si respira nei salotti londinesi. Si costituiscono Società che si occupano delle carriere femminili, simili a quelle oggi presenti in Italia.

Virginia Woolf, nel 1931, all’apice della sua fama, viene invitata a parlare della sua esperienza professionale a quelle che noi oggi chiamiamo “donne in carriera” (“Carriere femminili” in M. Nathan, Virginia Woolf, Mondadori, 1960).

E lo fa con un approccio innovativo. Infatti non parla degli “ostacoli esterni” che frenano l’avanzata femminile nel mondo del lavoro e della politica, il cosiddetto “tetto di cristallo”, né del percorso lento e in salita verso pari opportunità: non aveva incontrato questo genere di ostacoli nella sua vita di scrittrice e saggista.  Pur consapevole che la donna, in quanto tale, si trova a dover superare varie forme di discriminazione a cui ancora oggi è sottoposta, altri, nota Virginia Woolf, sono gli ostacoli che si frappongono e con cui la donna deve fare i conti. Ostacoli più insidiosi, più difficili da superare, più “cementati” nella psiche femminile e che forse sono di maggior contrasto al raggiungimento di una piena e consapevole uguaglianza tra i sessi.   Le donne devono combattere contro le proprie paure, e le proprie soggezioni, interiorizzate e accumulate in secoli e secoli di dipendenza, una lotta più o meno consapevole che spesso è vana.

La Woolf, parlando di sé, della sua esperienza di scrittrice, ci rende partecipi delle difficoltà che ha incontrato per liberarsi dei fantasmi interni, e della sua battaglia, in particolare, contro un certo fantasma, una donna, che lei chiama con il nome di un’eroina di un famoso poema: la Fata del Focolare (A volte tradotto: Angelo del focolare). La sua fu una lotta estenuante perché quel fantasma la tormentava con lusinghe accattivanti. Le suggeriva di usare le arti e le astuzie femminili, voleva guidarle la penna mentre si accingeva a scrivere, soprattutto la invitava ad essere pudica, facendole perdere tempo fino a quando… riuscì ad ucciderla. “Mi voltai e l’afferrai per la gola.”

E sottolinea:

Da un punto di vista esterno, che c’è di più semplice che scrivere libri? Dall’esterno quali sono gli ostacoli che una donna incontra, più di un uomo? Vista dall’interno la faccenda è molto diversa; una donna deve ancora lottare contro molti altri fantasmi, superare molti altri pregiudizi. Occorrerà, mi sembra, attendere ancora molto tempo prima che possa sedersi per scrivere un libro, senza dovere maltrattare un’ombra, senza urtare contro uno scoglio. Se è così in letteratura, la più libera fra tutte le carriere femminili, che cosa si deve dire di quelle a cui voi avete accesso per la prima volta?  (Id p.171)

Queste sono le domande che la Woolf si poneva, consapevole delle antiche fantasie colpevolizzanti e degli arcaici impedimenti che ingombrano il libero cammino della donna, anche quando apparentemente non c’è nulla che quel cammino impedisca. E da allora ad oggi, quale è la situazione e quali le prospettive?

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Dunque: la donna si trova a fronteggiare due tipi di ostacoli, ostacoli esterni e ostacoli interni, e questi ostacoli, lo sappiamo, e sia pure in un quadro di progressivo cambiamento, esistono ancora. Ma come sono nati, e quando, e come si sono incarnati, per così dire, impastati e strutturati, questi ostacoli, con il “carattere femminile”?

Una domanda complessa, e che meriterebbe un discorso a parte: mi limito a pochi punti qualificanti. Innanzitutto: quando si parla in termini di genere, ci si riferisce, di solito, a come i singoli ruoli vengono definiti rispetto al sesso. Ma i ruoli, quelli prescritti e quelli proscritti, non sono dati biologici, vengono invece trasmessi culturalmente, sulla base di un fondamento culturale secolare, se non millenario.

Il cammino delle donne verso l’emancipazione, pur avendo complessivamente, e in modo positivo, inciso sulle mentalità e sui comportamenti, non sembra abbia raggiunto l’obiettivo di una giusta conciliazione tra le due “anime”: quella professionale e quella familiare. C’è ancora, in strati non marginali della popolazione non solo italiana, la tendenza ad attribuire valore alla femminilità se questa si manifesta e si esplica nell’ambito del proprio specifico. E questo specifico, ovviamente, non è altro che il residuato, purtroppo ancora robusto, di un sistema di giudizio superato dai tempi e dai costumi, ma che continua a innalzare barriere invisibili, barriere rappresentate dalla mentalità corrente e dalle politiche sociali.

A questo proposito ci si limita a una sola ma rilevante constatazione: mentre il pensiero femminile si muove ancora tra rivendicazione di parità e valorizzazione della diversità, c’è a tutt’oggi una parte del mondo femminile che si schiera su posizioni tradizionali anche nello stile di vita quotidiano: sceglie medici, rappresentanti delle istituzioni, avvocati, all’interno del mondo maschile. E ancora, mentre viene rimessa in discussione la legittimità dell’aborto, si dibatte sul diritto alla fecondazione assistita, su quello all’adozione anche non in coppia coniugale e su altre questioni che toccano l’autonomia delle donne sui loro corpi e sulla possibilità di decidere della propria vita, un numero non esiguo di donne, in nome di un presunto ‘ordine morale’, si schiera contro i diritti acquisiti e nuovi diritti.

Questa difformità di comportamenti nel fin troppo variegato universo femminile non è di facile interpretazione, e se non sono univoche le motivazioni su una così universale strutturazione dei ruoli di genere, tutte ci parlano di un qualcosa che è così a lungo esistito da essere quasi “ineliminabile”. Nel suo libro del 1998, La domination masculine, Bourdieu dimostra l’esistenza, nel mondo interno di ciascuno di noi, di una componente “androcentrica”, in grado tuttora di condizionare in larga misura i nostri pensieri e le nostre azioni. La dominazione maschile, dice Bourdieu, è talmente strutturata nel nostro inconscio che noi non la percepiamo più, quasi ad essere considerata un ineliminabile dato di natura. Questo inconscio androcentrico è presente sia negli uomini che nelle donne. E su questa base il sociologo francese postula l’esistenza di una sottomissione paradossale a un principio simbolico, conosciuto e riconosciuto dal dominante e dal dominato, e che ha generato l’asimmetria tra i sessi.

Un’asimmetria che persiste nonostante dagli anni trenta e con maggiore forza negli anni settanta, la situazione sia iniziata a modificarsi sotto l’impulso dei movimenti femministi. Nonostante, partendo dagli Stati Uniti, si sia propagata negli altri paesi occidentali, con maggiore o minore difficoltà e in tempi diversi, una vera e propria “rivoluzione” che ha consentito alle donne il raggiungimento di importanti traguardi: partecipazione alle forze lavoro, apertura all’istruzione superiore, progressiva partecipazione a tutte le professioni e a tutti gli impieghi, acquisizione di diritti, e per primo il diritto di voto, ma anche il diritto di famiglia, il divorzio, eccetera. Nonostante in questo ventunesimo secolo sembri che – finalmente – la questione dell’uguaglianza di genere sia riconosciuta dalla maggioranza degli Stati a livello mondiale, e molti governi operino concretamente per sradicare ogni forma di discriminazione sia attraverso risoluzioni e convenzioni internazionali – quali la CEDAW (Convention on Elimination of all forms of Discrimination Against Women), la risoluzione dell’ONU 13252 -, sia con politiche nazionali che promuovono le pari opportunità.

È innegabile, insomma, un miglioramento della condizione femminile, ma resta, altrettanto innegabile, e sconfortante, un discrimine cospicuo fra le buone intenzioni e i fatti concreti. Così che è impossibile non vedere come i poteri decisionali siano ancora di pertinenza, esclusiva o quasi esclusiva, del mondo maschile. Il “ponte di comando” è ancora e saldamente presidiato dal maschio, che lo difende ricorrendo al suo sterminato bagaglio di sotterfugi e di cavilli, di trucchi e di intimidazioni.

Questo è un punto che va ribadito, e sottolineato, con forza: alla evoluzione estremamente rapida della società civile, non ha corrisposto, fino ad oggi, una altrettanto rapida crescita della presenza femminile in posizione di vertice, sia nell’ambito professionale e imprenditoriale sia nella pubblica amministrazione e – soprattutto- nella rappresentanza politica. C’è ancora, incontestabile, uno stato di minorità, come se le donne dovessero ancora guadagnarsi il campo, e la stima, quasi la loro competenza professionale fosse ancora “sub iudicio”, e quasi permanesse ancora – ancora! – il timore di un conflitto tra lavoro e famiglia. La protezione della legge rimane spesso una teoria, un proponimento tanto giusto quanto inascoltato, e un insieme di fattori, di vecchia data, rende arduo il percorso di crescita nella carriera, carriera spesso incanalata in ambiti professionali e in funzioni ritenute, a torto o a ragione, più “adatte” al sesso femminile, quali il settore delle risorse umane, l’insegnamento, il diritto di famiglia, la tutela dei minori.

Possiamo affermare che in nessuna delle società contemporanee le donne godono di un reale e pieno accesso alle posizioni più qualificate, né hanno raggiunto una parità economica: la disuguaglianza sessuale nel mondo del lavoro persiste ovunque, compresi gli Stati Uniti e i più sviluppati stati del Nord Europa.

Da un lato, quindi, continuano a frapporsi ostacoli esterni che complicano una piena trasformazione della posizione e della condizione della donna nella società. Questa trasformazione, infatti, può essere raggiunta solo attraverso iniziative legislative che rafforzino e promuovano, nella prassi, e in tutti gli ambienti sia professionali che familiari, opportuni diritti, ma è difficile, molto difficile, realizzarle in modo sostanziale ed efficace, senza un’adeguata rappresentanza femminile nei governi locali e nei governi nazionali.

Dall’altro la perpetuazione di modelli di genere tradizionali che famiglia, scuola e media continuano a trasmettere, rendono ardua l’auspicata eliminazione dei tanti fantasmi che si agitano nel mondo interno femminile. Questo non significa che non vi sia uno scontro, una dialettica anche aspra, una lotta, ma spiega la mancanza di una unitarietà in grado di promuovere un’alternativa reale a questo modello di sviluppo, agli imperativi di una società fatta e costruita dagli uomini, e per gli uomini.

Virginia Woolf ha combattuto contro il suo fantasma e – afferma – è riuscita a uccidere la Fata del Focolare, liberando così la sua scrittura dal pensiero del possibile “giudizio maschile”.

Quante volte noi donne, fidanzate, mogli, amanti, madri, nonne ci poniamo un simile interrogativo? E quante volte uccidiamo quel fantasma che ci sussurra come dovremmo essere per essere “brave e ammirate” fidanzate, mogli, amanti, madri, nonne? Siamo sicure di non sentirci in colpa se per il nostro lavoro siamo meno perfette, meno pronte alle esigenze familiari, meno presenti, più autodeterminate? Per esempio: avete mai sentito parlare con ammirazione di una donna realizzata con l’espressione: Quella è una donna con le palle? Che vorrebbe essere un complimento… forse con un retropensiero maschile: come moglie preferirei una tranquilla, che non crea problemi e sa cucinare…

E spesso questo pensano anche le donne, e le giovani e le giovanissime e le bambine tutte principesse e fatine vestite di rosa…

Ho calcato la mano, ovviamente, per evidenziare come – al di là di quanto si è riuscito a ottenere – persista un impedimento dovuto, appunto, al persistere di ostacoli interni.

Qualche segnale c’è: arriva d’oltreoceano. Finalmente alla fine del secondo decennio del XXI secolo qualcosa si è liberato nell’inconscio femminile. È bastato che una donna iniziasse a denunciare le molestie sessuali subite da un maschio di potere perché altre donne la seguissero e portassero alla luce fatti analoghi, e violenze subite in silenzio per anni. È nato così l’hashtag # metoo, movimento premiato dal Time.
Certo, il fenomeno è ancora circoscritto, ma è un buon inizio verso un auspicata uscita da uno stato di minorità.

Noi non sappiamo, non possiamo sapere se e quando, e come e dove, le donne riusciranno a interrompere il perpetuarsi del medesimo modello, e a liberare le energie del cambiamento. Possiamo però operare perché questo avvenga. Impegniamoci, intanto, a liquidare i soliti concetti di femminile e di maschile così come sono, e cioè nati e cresciuti secondo le sole problematiche e i soli interessi di una parte in gioco. Smascheriamo quei significati culturali e ideologici che giustificano e perpetuano la subordinazione femminile – pur in presenza di condizioni apparentemente di parità. Potrebbe anche venire finalmente scalfito, nella sua generalità, ciò che caratterizza il ruolo maschile, per far sì che alcune caratteristiche cosiddette virili non rappresentino più qualcosa di stabilito e irrigidito per sempre, quasi una coazione agli stereotipi della mascolinità, e anche gli uomini riescano a muoversi in un maggiore spazio di libertà, libertà ottenuta proprio in virtù del venir meno di alcuni precostituiti e tutto sommato impoverenti schemi di comportamento.

SIMONETTA BISI