Al centro dell’Amazzonia, tra i mille affluenti del Rio .. (seconda parte)

Al centro dell’Amazzonia, tra i mille affluenti del Rio delle Amazzoni, per scoprire i segreti del villaggio Xixuau.

di GIANCARLO LUPO ♦

La foresta allagata.

Nello Xixuau tutti gli abitanti del villaggio prestano lavoro come guida turistica. Tabacco è magro, ha la faccia gaglioffa e il baffetto liscio. Rolla sempre sigarette e fuma. Ha dieci figli. Dididà ha trentacinque anni ben portati, non è sposato e non ha figli. Vive con la madre ed è il fratello di Francilane, il maestro del villaggio. Ha altri sette fratelli, tutti maschi. Facciamo il primo giro con Ghedi, la nostra guida, all’alba, nella foresta sommersa. Ghedi ha ventisei anni ed è il primo abitante del villaggio che andrà all’Università.

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Macchie di rosa si disegnano sul fiume nero. Il timido sole comincia a diventare sfrontato e affacciarsi rosso. Ghedi ci conduce con la canoa fino al samaùma. Lo indica. Continua a pagaiare, si ferma in un’ansa e facciamo un breve tratto a piedi. Il samaùma è un albero d’alto fusto che si erge imponente. Non è l’albero più alto, magari, ma sicuramente il più grosso. Due persone non riuscirebbero ad abbracciarlo. Le radici si aprono a ventaglio. Dopo torniamo in canoa e ci infiliamo in un groviglio di rami, fronde e foglie che cadono e marciscono in acqua. Grazie a Ghedi riusciamo a vedere guariba, tipi di scimmie urlatrici; jacaré, caimani; boto, delfini rosa dal muso allungato; il pato, un’anatra nera che sbatte le ali; le arirahna, lontre giganti; un tucano; l’inabù, una gallina della foresta, come la chiamano i nativi; e una cocola. Non è facile vedere animali, a parte formiche, ragni, insetti e serpenti. Fra i serpenti vediamo soprattutto surucucù e cobra corallo. Nell’aria l’intenso profumo della vegetazione che marcisce. Torniamo al villaggio e arriva l’ora di cena.

Emanuela ci presenta il capocuoco, Paulihno, un caboclo basso, magro, dallo zigomo sporgente e appuntito, i capelli lisci che cadono ai lati, gli occhi a fessura. Ha un’espressione da caratterista, sempre apparentemente serio, il tono della voce pacato. Non si capisce mai se scherza. Viene a parlarci del giaguaro. Dice che ne ha visti parecchi. “I giaguari avvertono la tua paura,” dice, quindi se dovesse capitarci di imbatterci in un giaguaro dovremmo mostrarci tranquilli e coraggiosi. Scappare salendo sopra i rami degli alberi è abbastanza inutile perché i felini riescono a inseguirti fin lassù, abbracciandosi al tronco. Emanuela ci presenta Serginho, un tizio con i capelli lunghi e la faccia tranquilla. “Se avete problemi con le tarantole e non vi sentite tranquilli, lo dite a Serginho e lui ve le fa togliere, se no, le tarantole stanno tranquille, non vi disturbano, nelle vostre zanzariere.” In effetti, una coppia di italiani trova un grosso ragno, delle dimensioni di un pugno chiuso, in bagno. Tabacco viene a ghermire la tarantola con un tubo provando a farla entrare in una bottiglia di plastica tagliata a metà. Il ragno scappa e finisce sotto la maloca. Tabacco va sotto e infine riesce a catturarla.

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Per cena mangiamo il paca, una specie di tasso, che Francisco ha cacciato la sera prima e ci ha donato. “Qui tutti cacciano e pescano,” dice Emanuela. Francisco il giorno prima non ha pescato niente, è ritornato a casa per le nove di sera. Francisco e Emanuela non avevano niente da mangiare e si erano messi a dormire. Alle undici di sera Francisco si è alzato, ha imbracciato il fucile, è andato a cacciare. Ha portato a casa il paca, l’ha ripulito, ne ha messo ad arrostire una parte e ne ha donato una parte a noi. Paulinho l’ha cucinato. Ha davvero un buon sapore. Mangiamo, sempre benissimo e con un ottimo appetito. Sarà anche in virtù dell’aria pulita che respiriamo. A tavola, a parte il paca, c’erano piranha e altri tipi di pesce gatto. Ci ritiriamo nella maloca, ci ripariamo sotto la zanzariera e ci addormentiamo velocemente.

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Una preistoria senza tempo

Nei giorni successivi ci dedichiamo a trekking nella foresta, gite in canoa, vita nel villaggio e pesca. Un giorno, dopo la siesta, andiamo a nuotare. Ghedi ci porta in un’ansa del fiume nero che sembra avere le acque più chiare a riva. Nuotando verso il largo la visibilità si riduce. L’acqua pesante sembra tirarti giù. Il bagno però è rinfrancante. Attorno ci sono caimani, serpenti velenosi e piranha, ma hanno paura dell’uomo. Nei pressi c’è una piantagione di manioca, il pasto principale dei nativi. Nel giro di qualche anno il suolo perde di fertilità; la piantagione viene abbandonata e la foresta lentamente la ricopre. I caboclos cercano allora un altro campo di manioca e iniziano a disboscare a mano. Il problema è quando il disboscamento avviene con mezzi meccanici, la foresta cessa di esistere perché con la rimozione completa dei ceppi aumenta l’erosione del terreno. In mezzo alla piantagione, crescono, selvagge e anarchiche, piante basse del cacao, un banano con qualche grappolo acerbo, papaya, lime, ananas. Il tubero della manioca è ben piantato nel terreno. Escono fili d’erba. Dentro, la radice è oblunga.

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Facciamo un trekking nella foresta. Mentre camminiamo vedo giganteschi tronchi di alberi, abbattuti a terra, che germinano di licheni, muschi, felci, orchidee e funghi. Piante strangolatrici si protendono coi rami in alto verso la luce. Radici aeree cercano di raggiungere il suolo. Liane contorte risalgono sugli alberi. Altre ricadono a terra e diventano radici. C’è una perenne penombra. L’aria come al solito è calda e pesante. Ghedi ci mostra alcune piante. I nativi conoscono e utilizzano un incredibile numero di specie vegetali per scopi medici. Per esempio la carapanauba, un albero con radici ben piantate, la cui resina è usata per curare la malaria; oppure l’amapa, da cui i nativi estraggono unguenti per lenire il dolore provocato da punture di insetti e da altre ferite.

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Di ritorno dalla gita ci fermiamo a casa di Emanuela e Francisco. La loro capanna ha una magnifica vista sul fiume. Come tutte le case è rialzata, a mo’ di palafitta, per evitare incontri spiacevoli con serpenti e tarantole. L’impiantito è formato da assi di legno perfettamente tagliate. Su una bella veranda è montata un’amaca e una sedia a dondolo. La casa è essenziale. Una stanza da letto, piena di valigie chiuse. La cucina, dove non c’è lavabo. L’acqua, che arriva per semplice caduta da una cisterna blu, montata in alto, sul retro, cade direttamente sul legno e va a finire a terra. Francisco ha costruito la capanna in quattro mesi, a cui si aggiunge il tempo di tagliare le assi di legno, più il tempo per mettere assieme il tetto piramidale di foglie di palme intrecciate.

 

In cucina c’è la lavatrice, Emanuela sorride e dice che era la condizione per cui ha accettato di sposare Francisco. Ha vissuto un anno senza acqua e senza luce e lavare i panni a mano è durissimo. Vivono a 700 m (in linea retta) dal villaggio. Qualche settimana fa, Emanuela è uscita in veranda e ha visto un giaguaro, pronto a spiccare il balzo sul suo cane. Per qualche interminabile istante Emanuela e il giaguaro sono rimasti immobili. Emanuela ha chiamato aiuto e, per fortuna, Francisco non era ancora andato a caccia. Si è alzato, ha imbracciato il machete. Il giaguaro, sentendo il rumore proveniente dalla capanna, è fuggito, nel fitto della foresta, inseguito dal cane e da Francisco con il machete.

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Di notte organizziamo un’uscita. Abbiamo le nostre torce per scorgere gli animali. Alcuni jacaré si immergono al nostro passaggio. Riusciamo a vederne solo gli occhietti rossi, poi sentiamo il gorgo in acqua. Ghedi dà colpi di remo, secchi e veloci. Tutto diventa sagoma, nella notte. I rumori sembrano amplificati, nel silenzio, le frasche rilucono alla luce delle poche stelle. Ghedi ogni tanto si ferma, ascolta qualcosa, si muove di nuovo. A un certo punto indica un groviglio di rami, bassi. Chiede: “Hai visto? Hai visto?” Punta con la luce. Stiamo cinque minuti e non vediamo niente. Gli occhi si abituano e alla fine vediamo un serpente, dello stesso colore del ramo, semplicemente poggiato sopra. Ghedi dice: “surucucù!” Troviamo incredibile che sia riuscito a vederlo. Il giro continua. Nel buio vediamo solo una traiettoria lunghissima e sentiamo il tonfo in acqua. Crediamo sia un sapo, un rospo, invece è un tucunaré, un pesce di fiume. Il percorso si illumina per una infinità di lucciole che non brillano a intermittenza. La luna si riflette sull’acqua. Percorriamo lentamente il fiume, dalla debole corrente. Al nostro passaggio gli alberi e le fronde verdi sembrano prendere vita. Sentiamo solo i rumori incessanti della foresta vergine. Procediamo tra acqua e piante che sfumano via via in una visione vaga, in un’atmosfera senza tempo, di un mondo in penombra e sconosciuto.

GIANCARLO LUPO 

ndr – (*) Foto di Riccardo Scibetta
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Informazioni pratiche:
Arrivare: il prezzo di un volo dall’Italia per Manaus parte da 800 Euro.
Clima: nelle vicinanze di Manaus si può andare sempre; è sconsigliabile soltanto nei mesi di aprile e maggio perché è la stagione delle piogge.
Organizzare: gli autori dell’articolo si sono affidati all’Associazione Amazzonia Onlus. Ogni giorno di sosta al villaggio costa 120 euro al giorno. Il prezzo comprende trasporti, vitto, alloggio, escursioni, guida, connessione internet. Per ulteriori informazioni: http://www.amazoniabr.org/it/
Bagaglio: tra le cose indispensabili da mettere in valigia: coperta, amaca, repellente per zanzare, torcia elettrica.
Leggere: La conquista dell’inutile, di Werner Herzog, trad. di Monica Pesetti e Anna Ruchat, Milano, Oscar Mondadori, 2007.