VIAGGI DI ME – (8) La scoperta delle favelas, gli ultimi fuochi, una grande festa …

La scoperta delle favelas, gli ultimi fuochi, una grande festa di popolo e un lungo volo notturno

 A descoberta de favelas, os últimos incêndios, uma grande festa de pessoas e um longo voo noturno

di NICOLA R. PORRO ♦

Il Forum volge al termine. L’attenzione di tutti è concentrata sulla manifestazione pubblica del giorno dopo, ma il programma dei lavori è intensissimo. L’associazionismo di sport per tutti, che rappresento, è ancora – fuori dall’Europa, dall’Australia e dal Nord America – una realtà gracile e organizzativamente poco significativa. Su invito della delegazione partecipo a una sessione dedicata allo sviluppo delle università popolari e dei centri per l’educazione permanente. Sono esperienze recenti, che si stanno sviluppando con successo in Messico e in altri Paesi centro-americani.

Scrupolosamente annoto appunti di lavoro sul mio quadernozzo, poi rintraccio Oscar nello stand dove i campesinos presentano i loro prodotti di agricoltura biologica. Lo accompagna Mercedes, una giovane giornalista argentina inviata a seguire i lavori per conto del più diffuso settimanale in lingua italiana del Sud America, L’eco d’Italia. Oscar è fiero di presentarmi come un professore italiano di sociologia. È la mia rovina: dovrò rassegnarmi a una di quelle lunghe interviste sull’universo e dintorni che detesto ma cui non riesco a sottrarmi. La ragazza si fa perdonare sfoderando alla fine un’idea brillante: propone a Oscar di farci da guida in una visita nelle favelas. L’interessato non vede di meglio, ci carica sul macinino e partiamo sferragliando. Percorriamo una ventina di chilometri di strade sempre più dissestate in direzione nord-est, dove sorge la favela che giudica più interessante.

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Cammin facendo ci spiega che sin dalla fine degli anni Novanta la Regione federale del Rio Grande do Sul, il comune di Porto Alegre e alcuni istituti bancari hanno investito somme ingenti per la riqualificazione di questi quartieri spontanei, fatti di capanne accatastate l’una sull’altra in assenza di qualunque piano regolatore e privi di qualunque servizio collettivo, come ambulatori, scuole, biblioteche, campi sportivi, centri anziani. Le fatiscenti strutture edilizie sono prevalentemente in eternit e perciò altamente cancerogene. La raccolta sistematica dei rifiuti dispersi nell’ambiente è iniziata da pochissimo ed esistono ancora vaste discariche abusive.

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La sperimentazione del bilancio partecipativo – quell’esperienza di rivoluzione amministrativa che ci ha condotto a Porto Alegre – ha però mobilitato le comunità delle favelas. Qui le famiglie hanno mediamente cinque figli, ma l’evasione scolastica è altissima già nella scuola primaria. Povertà e ignoranza facilitano l’egemonia di bande malavitose che gestiscono il traffico di droga, la prostituzione, il contrabbando e l’usura. Adesso, però, le cose sembrano cambiare. Vengono edificate abitazioni decenti, capaci di ospitare famiglie con bambini, munite di servizi igienici e dotate di minuscoli appezzamenti di terra per sperimentare piccole coltivazioni urbane. L’area che visitiamo è stata divisa in tre fasi di riqualificazione. La prima è stata già completata, la seconda è in corso. Per la terza bisognerà attendere un paio d’anni prima della bonifica integrale. Intanto si lavora a portare acqua, fognature, elettricità. Stupisce vedere circolare tanti cavalli a pochi chilometri in linea d’aria dal centro urbano. È un aspetto della continuità culturale con la tradizione contadina da cui proviene la maggior parte dei residenti. In un paio d’anni, tuttavia, sono stati edificati un asilo, due scuole, un campo di calcio e persino un teatro che ci mostrano con orgoglio.

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Oscar è popolarissimo da queste parti: per decenni ha battuto queste strade polverose raccogliendo notizie, denunciando a proprio rischio i soprusi delle bande criminali e documentando la sofferenza sociale degli abitanti.

Qualcuno gli si avvicina per raccontargli novità, sussurrargli qualche pettegolezzo, sollecitare l’interessamento della sua emittente a qualche problema insoluto. Quella che si incontra è un’umanità gioviale e rumorosa, l’atmosfera ricorda alla lontana quella che si respirava qualche decennio fa nei vicoli dei quartieri spagnoli a Napoli. Le scene di vita quotidiana rivelano anche in questo caso più cose di quelle che è possibile apprendere dai libri o dagli stessi reportage giornalistici. Come nelle città del nostro profondo Sud, esiste un’economia del vicolo fatta di traffici più o meno leciti. L’osservatore europeo è però colpito anche dai barbieri di strada, dalle coloratissime botteghe ambulanti, dal brulicare della vita in ambienti degradati, dalle onnipresenti matrone che sembrano governare la rete delle relazioni comunitarie, dall’animazione che regna nelle fatiscenti caffetterie all’aria aperta.

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Oscar invita però a non fermarsi al folklore. Quella delle favelas è una società a suo modo altamente strutturata, che a cavallo fra i due secoli è stata investita da un processo di emancipazione inedito e da un’incipiente rivoluzione sociale che ha scosso le gerarchie di potere. Qui il voto ha rappresentato da sempre una merce di scambio a beneficio di potentati corrotti. Adesso le favelas sono una roccaforte del PT di Lula e un serbatoio di consensi per l’amministrazione locale guidata da un sindaco carismatico e determinato come Tarso Genro. L’atavica rassegnazione dei diseredati sembra aver lasciato il posto a una decisa volontà di riscatto. La vecchietta che ci rincorre per mostrare a Oscar l’abbandono in cui versa la sua catapecchia inveendo contro l’amministrazione è bonariamente zittita dai presenti. Il vero nemico del cambiamento è però costituito dalle potenti bande criminali, abituate a spadroneggiare in questi territori come fossero zone franche dove nessun poliziotto osa mettere piede. È da questi vicoli che ogni notte vere e proprie bande armate muovono all’assalto dei fortilizi dei benestanti: urbanizzazioni presidiate da milizie di vigilantes anch’essi armati fino ai denti. Il bilancio annuale delle morti cruente è impressionante.

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Ci tratteniamo a parlare con personaggi che sembrano usciti da un romanzo di Jorge Amado. C’è un venditore di bibite che somministra la rinfrescante agua de coco da consumare attingendo direttamente al frutto ancora poco maturo. Un altro ci offre il guaranà, un analcoolico che contiene caffeina ed è molto eccitante. Una sedicente chiromante insiste per predirci il futuro. Una donna attempata ha notato sporgere dalle nostre tasche i materiali del Forum e ci insegue per metterci in guardia dall’amministrazione locale che l’ha promosso. Si ritiene vittima di un’ingiustizia di cui non comprendo la natura e inveisce ad alta voce contro gli amministratori. Anche questa volta, però, la maggioranza si dissocia. Siamo di fronte alla spaziosa biblioteca dove la popolazione è stata chiamata poche settimane prima a discutere il bilancio sociale. L’accesso è reso difficoltoso dai lavori in corso per portare ovunque l’acqua potabile e l’elettricità. Per ora il panorama è dominato dai grovigli di fili e di cavi volanti tipici delle metropoli del Terzo mondo.

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La giornalista italo-argentina deve prendere un aereo e l’accompagniamo precipitosamente al terminal per l’aeroporto. Con Oscar rientriamo al quartier generale del Forum. L’organizzazione locale ci ha messo a disposizione un paio di capannoni dismessi dove allestire il necessario per il grande corteo che l’indomani avrebbe chiuso l’evento. Si armeggia con colla, pennelli, striscioni da cucire e adattare, bandiere e manifesti. È una caccia al tesoro senza fine: servono le pile per il megafono, lo scotch per montare i manifesti, pennarelli e cartoncino di tutti i formati. Provo una specie di nostalgica tenerezza alla vista di un vecchio ciclostile ancora in servizio. Come da copione, nelle retrovie del fronte i generali si abbandonano a dotte controversie semantiche su slogan e parole d’ordine da scandire per le strade e da trascrivere su manifesti e striscioni. Per noi sono soprattutto i delegati dell’Arci e del cosiddetto Arci-pelago delle associazioni per i diritti a farsi carico delle incombenze tecniche. Sta prendendo forma l’imponente striscione che aprirà il secondo segmento del corteo con l’invito alla mobilitazione di luglio prevista a Genova per il G8. L’avremmo annunciata aprendo il corteo internazionale immaginando un evento di massa, gioioso, combattivo nelle idee ma pacifico nei comportamenti. Capace di restituire nella vecchia Europa lo spirito di Porto Alegre, il desiderio di un mondo globalizzato dalla giustizia e dalla solidarietà. Nessuno poteva allora prevedere le provocazioni dei black bloc, la violenza della repressione, la spirale incontrollabile che avrà per epilogo la morte di Carlo Giuliani e poi la macelleria messicana con quella vergogna indelebile – per la quale l’Italia sarà condannata nelle sedi internazionali senza che i responsabili pagassero le conseguenze dei loro atti –  rappresentata dai fatti della Diaz e di Bolzaneto. A notte fonda lasciamo il quartier generale. Gli amici brasiliani garantiranno la vigilanza notturna.

Oscar vuole a tutti i costi ricambiare l’invito della sera prima e mi conduce in una taverna nelle vicinanze, una tipica churrascaria del sud. Il primo impatto non è invitante. Sembra una caverna dalla luce fioca, invasa dal fumo delle grigliate e dominata dal fragore di mille voci. Per Oscar rimediano un tavolo all’aperto, sotto una specie di pergolato. Sarà la cena più saporita dell’intera permanenza in Brasile. Assaggio finalmente l’umile saporitissima feijoada, zuppa di fagioli neri con carne di manzo e maiale, gli spiedini di pesce (il prelibato sirì) e tutte le immaginabili varianti alla griglia di carne, pesce e crostacei. Per finire un cestino di deliziosi frutti tropicali, dolcetti friabili al cocco e un liquore aromatico che profuma di spezie esotiche.

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L’ultimo atto della nostra avventura si consumerà la mattina dopo lungo le strade della città. Il corteo è imponente: si parla di almeno trecentomila presenze. Davanti sfila un vecchio camion. Ospita l’inevitabile orchestrina che dirige e orienta il programma canoro. Seguono le delegazioni dei movimenti, con le loro bandiere, gli striscioni allestiti alla buona, manifesti dalla grafica poco sofisticata. Fra i partecipanti qualcuno indossa i costumi delle zone di provenienza. Poi uno stacco di cinquanta metri e la sfilata delle delegazioni internazionali. In testa è la nostra, che regge lo striscione per il G8 predisposto dall’Arci.

La scena fa venire i brividi. Ci sono decine di migliaia di persone ai lati della strada che percorriamo. Donne e uomini, giovani e anziani: tutti accompagnano con movenze aggraziate le musiche, compresi i più squillanti inni rivoluzionari che esaltano soprattutto l’epopea cubana.  La partecipazione è intensa e vibrante. Tutti applaudono le delegazioni con un trasporto che sorprende e commuove. La presenza delle forze dell’ordine è discreta ma efficiente, la manifestazione è pacifica, colorata e festosa. Tacciamo temendo di essere tacciati di provincialismo, ma l’impressione è che ai gruppi italiani siano riservate manifestazioni di simpatia particolarmente calorose: gente che ci strattona sorridendo e sventolando documenti d’identità che riportano cognomi italiani, genitori affacciati alle finestre che sollevano bambini con bandierine brasiliane e italiane, un’intera squadra di capoeira in uniforme da esibizione che si aggrega al nostro segmento di corteo. Sono la scuola del quartiere “italiano” della città. Impiegheremo quasi tre ore per percorrere i sette chilometri del percorso.

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Adesso è finita davvero. Recuperiamo i bagagli lasciati in hotel e torniamo all’aeroporto. Ci attende di nuovo il trasbordo a San Paolo e una traversata dell’Atlantico verso Milano interamente notturna. Decolliamo al tramonto. In volo rifletto sull’esperienza appena conclusa. Un viaggio diverso da tutti gli altri e difficile da dimenticare. Assuefatto alle liturgie accademiche, ai riti congressuali, all’esegesi intellettuale degli studiosi, mi ero ritrovato in un universo sociale pulsante, animato da forti passioni e sentimenti, attraversato da paure e risentimenti, ispirato a suggestioni politiche stimolanti ed esposto ai rischi di insidiose derive. L’ultimo residuo di luce prima che la notte inghiottisca l’oceano, mi restituisce la dimensione di questo Paese: il quinto per estensione al mondo, ventisei volte l’Italia per una popolazione più di tre volte la nostra.

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L’America latina che avevo conosciuto mi sembrava ora lontanissima non solo dagli stereotipi ma anche dall’immagine che mi ero costruito visitando da turista Paesi come il Messico o il Guatemala. Alla fine mi addormento. Faccio un sogno. Sono in una grande Piazza che assomiglia a S. Pietro. In un angolo c’è una specie di presepe vivente: anzi, è una deposizione in cui la Vergine china sul corpo di Cristo ha il capo coperto dal velo delle Madri di Plaza de Mayo. C’è una figura vestita di bianco che le abbraccia. Qualcuno mi sussurra che è il nuovo papa. Ha preso il nome di Ernesto e assomiglia stranamente ad Afonso. Dal colonnato avanza un plotone di guardie svizzere in uniforme mescolate a contadini scalzi che ricordano i Sem Terra. C’è anche, in un angolo, un vecchio cronista col papillon che verga appunti su un taccuino sdrucito. Poi le immagini si confondono con quelle degli ultimi ambienti urbani attraversati: la vecchia prefettura, la biblioteca restaurata, il fango della favela e quel curioso angolo istoriato di una strada del centro. Mi risveglia il profumo del caffè che le hostess stanno servendo.

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A Porto Alegre 2001, il primo dei cinque eventi mondiali che la città avrebbe ospitato, la rete transnazionale dei Social Forum aveva cominciato a costruire, due anni dopo il turbolento meeting di Seattle, un’agenda per le politiche sociali del XXI secolo. I maggiori economisti del fronte antiliberista ci avevano spiegato il rischio di quelle bolle speculative che in capo a pochi anni avrebbero prodotto il disastro della Lehman Brothers e il crollo di Wall Street. Dissesti che, a catena, avrebbero divorato il risparmio di milioni di famiglie e generato un’ondata di panico destinata a sua volta a produrre un’ulteriore e accelerata finanziarizzazione speculativa dell’economia globale. Nel giro di sei-sette anni gli incubi che avevano agitato il dibattito di Porto Alegre si sarebbero purtroppo materializzati. Colpendo anche i ricchi – e soprattutto i più vulnerabili nel sistema dell’affluenza, come noi italiani -, ma infierendo soprattutto sui più poveri e sulle loro aspettative di riscatto. In Europa e nei maggiori Paesi capitalistici la crescita della disoccupazione avrebbe penalizzato per un quindicennio le giovani generazioni. Le grandi lobby multinazionali si sarebbero imposte all’autorità degli Stati. Nel metaforico Sud del mondo – come nelle documentate ma non asettiche profezie di Samir Amin, Alain Touraine e Noam Chomsky –  la crisi globale avrebbe avuto per effetto una crescente concentrazione del potere e un incremento delle disuguaglianze sociali. Effimera si  sarebbe rivelata anche la stagione espansiva della crescita economica nei Paesi emergenti. Fra questi il Brasile, che stava per abbracciare il riformismo sociale di Lula illudendosi di portare una ventata di radicalismo progressista – peraltro non esente da suggestioni populistiche – nel circolo delle potenze emergenti: i Brics (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

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Al primo Forum globale si era anche guadagnato uno spazio da protagonista il movimento ambientalista, all’epoca ancora identificato in molti Paesi emergenti come una specie di hobby   degli antichi padroni. Il Forum lanciò invece all’intero pianeta un primo solenne grido d’allarme sul riscaldamento globale e il depauperamento dell’ecosistema prodotto dalle estinzioni e dallo sfruttamento dissennato del territorio, proprio e soprattutto nei Paesi poveri o di sviluppo tardivo. Lo documentavano eloquentemente le terrificanti testimonianze conosciute a Porto Alegre, soprattutto in tema di dissesto ambientale. Temi che qualche anno dopo entreranno nell’agenda planetaria per merito della presidenza Obama negli Usa e in parte grazie alla battaglia per la Tobin Tax.

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È invece curioso constatare, a distanza di tanti anni, come quell’etichetta “no global”, usata al tempo per classificarci un po’ sprezzantemente e con intenzionale deformazione del significato, sia divenuta il tratto identificativo dei peggiori nemici di quell’altro mondo possibile che avevamo sognato a Porto Alegre. Gli Usa di Trump, della restaurazione liberista, delle riemergenti discriminazioni etnico-politiche, della progressiva rinuncia ai grandi programmi di difesa dell’ecosistema, costituiscono l’esempio perfetto di una filosofia realmente no global.

Eppure, per paradosso, di ispirazione no global era stata anche la campagna presidenziale di Bernie Sanders nel 2016, agli antipodi della visione trumpiana. E il Brexit del 2016 segnerà il pericolo di un ritorno alla chiusura nei recinti e nelle false sicurezze dei vecchi Stati nazione. A  distanza di quasi due decenni, la stessa nozione di globalizzazione si è fatta più incerta e controversa rispetto alle nitide definizioni teoriche del pensiero politico. Forse addirittura meno capace di fornire strumenti di analisi per respingere l’ondata montante dei populismi di ogni colore.

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Allo stesso tempo, molte delle idee che si erano affacciate a Porto Alegre ce le saremmo ritrovate pari pari nelle dichiarazioni dell’Onu o nei documenti del G20. L’aggressività di movimenti convinti di possedere la chiave dello scrigno, come Attac, si sarebbe consumata rapidamente a seguito di quelle che torneremo a definire “le dure repliche della storia”, ma un’idea buona come la Tobin Tax avrebbe conquistato le coscienze. A me l’impatto con gli studenti dell’università statale aveva fatto capire quanto difficile fosse spiegare lo Stato sociale in contesti dove il Welfare è ancora un’astratta chimera o predicare le ragioni del non profit in assenza di una linea di demarcazione fra economia pubblica e oligopoli privati.

Porto Alegre aveva però lucidamente avvertito come il nuovo capitalismo finanziario sarebbe presto e inevitabilmente entrato in rotta di collisione con l’ordine democratico internazionale, con i regimi di welfare e, alla lunga, con la stessa sopravvivenza del pianeta. Il suo appello politico non fu raccolto. Si preferì usare il sarcasmo verso quella disordinata quanto generosa mobilitazione per disconoscerne le ragioni e la lungimiranza.

Mi è rimasta dentro l’esigenza morale di guardare con più rispetto e maggiore conoscenza a quella sterminata periferia del mondo destinata a diventarne presto il centro di un nuovo sistema, inquieto e contraddittorio. E il dovere di testimoniare, mentre ancora esitiamo pavidamente di fronte all’urgenza di approvare un’elementare legge di cittadinanza come lo jus soli, quella storia grandiosa scritta degli italiani in America latina. Non si tratta di banale orgoglio nazionalistico, ma del dovere di ricordare chi siamo e da dove veniamo. E quanta civiltà siamo stati capaci di trasmettere, di scambiare e di inventare quando quelli costretti a emigrare eravamo noi.

Sedici anni dopo è comprensibile un certo sconforto. Magari può consolarci, dopo le baruffe con Attac, che un giovane Presidente francese rimproveri a Trump l’abbandono del fronte per la difesa ambientale del pianeta appellandosi a una responsabilità collettiva, cioè global, verso la nostra qualità della vita e per la tutela delle future generazioni. E può incoraggiarci  la voce di un papa “venuto dalla fine del mondo” che si leva a denunciare la globalizzazione dell’indifferenza e fa proprie le intuizioni della sociologia laica. Sarebbe tuttavia ingenuo coltivare facili illusioni. La partita è difficile, aperta a esiti imprevedibili e persino angoscianti. Gli attori sono in gran parte cambiati. Oggi come allora, tuttavia, ci sono ponti da erigere e linguaggi da inventare. Forse, avremmo bisogno di un’altra Porto Alegre.

NICOLA R. PORRO