Noi sogniamo il silenzio 

di ROSAMARIA SORGE 

 Si “ Noi sogniamo il silenzio “ sono le parole pronunciate da Adriano Olivetti in un  discorso dell’ottobre 1956  a Torino in occasione del VI Congresso dell’Istituto Nazionale di Urbanistica.  Mi sono ricordata improvvisamente della sua esistenza e a richiamarlo alla memoria è  un suggestivo post su face book di Fabio Angeloni che  ci invita a riaprire il  discorso politico della sinistra partendo dalla Comunità dei Destini, allora mi sono ricordata di una bellissima lezione di Mauro Rostagno alla facoltà di architettura di Palermo a sostegno del corso di Sociologia  urbana del prof. Pavone incentrata sulla figura di Adriano Olivetti. L’interesse di Olivetti per l’urbanistica credo sia noto a tutti ma forse pochi sono a conoscenza dei suoi scritti sull’argomento.

In quell’intervento all’INU  Olivetti si chiedeva quali fossero le responsabilità dell’urbanistica e se era possibile fermare il declino che le città erano destinate ad avere in seguito all’allontanamento dell’uomo da un rapporto equilibrato con la natura,  rapporto che  alla fine determina un ambiente fisico sempre più nocivo. Certo lui  vedeva la soluzione alla vita congestionata delle città in un decentramento e nella creazione di  quartieri organici sull’esempio delle new town inglesi: quartieri dove gli spazi destinati ai servizi sociali e culturali fossero notevoli. Oggi  in urbanistica  prevale il concetto  di  centralità allargata contestando proprio il concetto di periferia ma la visione di Olivetti era legata ad un preciso momento storico, siamo infatti nel 1956, si andava verso il boom economico e non si parlava di recupero urbano ma di espansione con quei concetti che portarono molti Piani regolatori allo zoning più estremo. Sappiamo tutti quanto questo approccio fu in realtà fallimentare. Vittorio Gregotti sosteneva che il fallimento dello Zen era dovuto al fatto che furono fatte sole le abitazioni e non furono realizzate le strutture di servizio: io personalmente conoscendo bene quella realtà dissento ma sicuramente vi furono interventi urbani qualificati in altre parti del territorio nazionale dove il risultato fu positivo, fra questi si annoverano gli interventi ad Ivrea dove Olivetti  fu anche sindaco.

Tra il 1926 e il 1977 l’Olivetti realizza infatti  a Ivrea e in altre località, importanti iniziative di costruzione di abitazioni per i dipendenti. In genere i progetti sono affidati ad architetti qualificati, che garantiscono risultati di elevata qualità ambientale e costruttiva, in coerenza con l’idea di Adriano Olivetti secondo cui le condizioni e l’aspetto dei luoghi di lavoro e di residenza influiscono sulla qualità della vita sociale e sull’efficienza produttiva,idea che oggi abbiamo metabolizzato.

Nascono così Borgo Olivetti, il quartiere di via Castellamonte quelli i Canton Vesco e Canton Vigna, la Sacca e il quartiere di  Bellavista secondo quelle  indicazioni che avevano come scopo di combattere le cause della infelicità che nascevano nella diseguaglianza fra gli uomini.

Architetti del calibro di Figini , Pollini e Piccinato lavoreranno per lui ma  il quartiere Olivetti più interessante è certamente quello di Pozzuoli, posto in prossimità della fabbrica e realizzato in collaborazione con l’Ina-Casa e affidato all’arch Luigi. Cosenza; le case sono disposte secondo uno schema a corte con i corpo scala esterni.

Ma Adriano Olivetti ebbe anche un interesse per il mondo del design e quando il presidente dell’’IBM, ebbe a New York il Premio Kaufmann, il più prestigioso riconoscimento mondiale per il design, egli  rese omaggio  a  “questo italiano  “ e raccontò che aveva tratto ispirazione proprio dalle due idee e da quello che aveva realizzato in Italia.

Cosa rimane oggi di questa figura straordinaria e poliedrica   se non la capacità di essere fautore di una politica del territorio che utilizzando contributi diversi riuscì ad integrare i vari linguaggi disciplinari in un progetto di organizzazione territoriale che includesse anche la forma della partecipazione democratica. Infatti possiamo far risalire a lui l’inizio di una progettazione partecipata che è oggi alla base di qualunque progetto, e nello stesso modo mi sento di  potere accogliere l’invito di partire dal basso in politica per realizzare quella Comunità dei destini che sia segnale di un cambiamento e di una nuova direzione, Queste brevi note hanno non solo lo scopo di rendere omaggio ad un personaggio illustre, imprenditore illuminato e all’avanguardia, urbanista, sociologo e politico raffinato ma vogliono essere un richiamo a ripercorrere una lettura delle sue opere che possa essere di stimolo a quel cammino che partendo da noi ci porti a dire che oggi noi sogniamo il silenzio per ricominciare diversamente di nuovo.

ROSAMARIA SORGE