L’INTRUSA

di MARIA LETIZIA GALDI 

Mi gira la testa.

È l’odore, l’odore dei fiori, quei fiori che sanno di morte: lilium strelitzie rami di fiori di pesco, e quella banale banalissima orchidea bianca. E questa gente. Mia madre, mia sorella, Caterina e Aldo, mio marito. Facce ebeti, sorrisi ad arco che tirano su su le guance e allargano il reticolo di rughe intorno agli occhi…

Meglio dormire, meglio far finta di dormire!

Che fastidio questo chiacchiericcio: parlottano piano per non svegliarmi, ma li sento, sento i loro fiati vedo i loro volti protesi, attenti a ogni mio sospiro a ogni mio movimento. Sono lì, in agguato, pronti a balzarmi addosso con i loro bla bla bla: ma che bella la bambina, è piccolina ma è bella, e sana. È sana… – e perché non dovrebbe essere sana, mia figlia. E poi: vorranno sapere vorranno indagare: perché non spingevi? Perché? Era un parto tranquillo, normale, ma tu non spingevi, ti hanno dovuto addormentare ….

Meglio dormire, meglio far finta di dormire, e pensare a cosa inventare

Io non spingevo perché non volevo che uscisse, io non spingevo perché quella cosa che ho portato in pancia per quasi nove mesi speravo si soffocasse con quell’avanti e indietro, si soffocasse là dove è cresciuta, dove è voluta crescere, e da dove voleva uscire sfidando la mia povera, piccola, passera, costretta ad aprirsi allargarsi soffrire…

Così, dopo avere provato per interminabili minuti a farmi capire quando e come dovevo spingere – io facevo esattamente il contrario – mi hanno addormentato. E mentre dormivo l’hanno tirata fuori a forza, poi mi hanno dato dei punti – questo l’ho percepito nel dormiveglia – mi hanno ricucita, e adesso la pancia mi tira, l’assorbente mi prude, il sangue scorre, lo sento, lo sento, sento che scivola fuori come è scivolata fuori la bambina…

 Prima o poi dovrò dare un segno di vita, prima o poi dovrò guardare quella cosa sanguinolenta che ho intravisto per un attimo mentre l’ostetrica, le braccia in alto, sollevava quell’affarino sporco come quando si alza la coppa in segno di vittoria.

Ma che, ho vinto un premio? Piuttosto, è un incubo! Io l’avevo detto: figli non ne voglio, non è per me la maternità, i neonati mi fanno schifo… beh, proprio così non l’ho detto, ma questo era il mio pensiero. E il lavoro, il mio lavoro, e i viaggi, e la libertà, e il mio corpo che fine faranno?

Adesso dovrò aprire gli occhi, adesso dovrò svegliarmi anche se vorrei prolungare all’infinito questo stato di assenza. Lo farò, fingerò ancora, fingerò di soffrire, mi lamenterò, mi premerò le mani sulle tempie, farfuglierò qualcosa che li faccia andare tutti fuori. Devo rimanere sola, devo rimanere sola per pensare, pensare a cosa farò, adesso, cosa farò, adesso che quella c’è, esiste, respira, si agita…

Appena inizio a emettere un mugugno, mia madre e con voce dolce dolce mi dice:

–          Cara, cara! Tesoro, tesorino mio, brava! sei stata brava! Ho visto la bambina, perfetta! pesa quasi due chili… un po’ piccolina… tu pesavi tre chili, anzi tre chili e qualcosa…

La interrompo.

–          Mamma ti prego! Mi rimbomba tutto, mi fa male la testa.

E mi giro su un fianco. Tento di girarmi perché una fitta, questa di vero dolore, sale su dal ventre. Emetto un lamento, un po’ più forte del necessario. E cosa succede? Toh! Sorpresa: mio marito interviene.

–          Elisa esci, scusami. Ha appena partorito, lasciamola tranquilla. Rimango io qui, sto qui fino a quando le portano la bimba. Uscite, su! uscite tutti! Tornerete quando si sentirà meglio.

Il volto di mia madre, il volto di Elisa, bello, nonostante l’età – così dicono tutti – assume quella sua aria tra strafottente e dispregiativa che ben conosco e che vuole dire: questo cafone non posso insultarlo perché sono una persona perbene, questo sta qua solo perché mia figlia ha deciso che sposarselo era una buona idea!

Lo ha sempre pensato, dal primo giorno che ho portato a casa Aldo, e mai si è chiesta perché io, la sua figlia, la sua unica figlia, ho scelto proprio uno diverso da tutti quelli che lei si era scelta: né ricco né bello, né intelligente né stupido: uno banale.

Inutile pensare, ora. Sono davvero stanca, sfinita e… preoccupata. Come farò, dio mio, come farò?

Aldo mi prende la mano, lo lascio fare, ricambio la stretta e mi abbandono al mio finto salvifico sonno. Mi nascondo dietro le palpebre chiuse come se potessi tenerle incollate per sempre, come se potessi scomparire nel buio, come se tutto fosse solo un sogno, un brutto sogno, un incubo…

Quanto tempo è passato? Quanto tempo sono rimasta così, la mano nella mano di Aldo, nel buio tranquillizzante della mente vuota?

Bussano alla porta. Entra una donna. Ha un fagotto tra le mani.

Prima o poi doveva succedere, lo sapevo, ma ora no, è troppo presto, troppo!

–          Ecco signora, ecco la sua bambina! È bellissima!

E mi porge quella cosa. La intravedo, arrotolata nel bianco del lenzuolino: un pugnetto grinzoso e urla perfino!

–          Sssì! Ma io… io ho mal di testa, un terribile mal di testa. Davvero, sto molto male…

–          L’aiuto io, proviamo a attaccarla. E’ magrolina, ma vedrà vedrà, ciuccerà con energia.

Seguo terrorizzata i suoi gesti. Lei china verso di me le sue braccia e mi porge quell’esserino informe… Tremo, mi scosto, mi manca il respiro… sta per posarmela addosso… urlo.

–          Oh dio! No, non va bene per niente – strillo mentre lucidamente sento che così sembro un’isterica. – Gliel’ho detto! Non posso… mi fa male, male, male tutto! Mi scusi… per favore… mi scusi… non ora, non adesso no, no!

E la spingo lontano, lontano da me, lei e il fagottino urlante.

Devo calmarmi, devo contenermi. Così non va, sembro una pazza. Riprendo un po’ di controllo e decido che devo parlare con tono diverso, lacrimoso. Non devo neanche fare finta, perché le lacrime scorrono senza freno e perfino i singhiozzi escono. Sto piangendo!!

Mio marito interviene prontamente. Interviene ancora una volta e in mia difesa,

–          Infermiera, mia moglie non se la sente. Possiamo provare ad attaccarla più tardi. Mi dia la bambina… posso prenderla?

–          Certo, certo! – risponde l’infermiera chiaramente stupita. Tende di scatto le braccia e passa a mio marito quella cosa il cui nome non riesco ancora a pronunciare.

Mi sembra di scorgere un’aria compassionevole nel modo in cui la donna vestita di bianco passa il fagotto dalle sue alle mani di Aldo che bisbiglia tra sé e sé:

–           La mia bambina. La mia piccola bimba…

E la ninna, la vezzeggia, le sorride… come se quella capisse…Non riesco a tacere, la voce mi esce di nuovo, una voce stizzita.

–          Prendila tu, ma fuori, ti prego, e chiudi le imposte. E togli quei fiori… nauseabondi!

Finalmente sono sola.

 Mi rigiro nel letto. Mi raggomitolo su me stessa in posizione fetale. Dietro i miei occhi si spenge ogni luce, e ogni voce. Ma non la mente, non si spengono quei pensieri terribili, quei pensieri inconfessabili.

Come farò? Come farò a mettere il mio capezzolo in quella bocca minuscola, rossa e … brutta. Ma quale bambina bellissima, quel ragno che non arriva a due chili con radi capelli scuri e la microbica testa che mi ricorda quella di Lucie, la progenitrice dell’umanità, la scimmia sapiens… Questo no, questo non dovrei dirlo, e nemmeno pensarlo. Non sono una razzista, io! È che davvero i neonati non mi piacciono, non mi sono piaciuti, mai, mai! e per di più così piccoli… un pollo, un pollo ruspante che quelli di batteria pesano di più.

E poi… porca miseria è proprio una femmina! Lo sapevo, è vero, che era femmina, ma avevo sperato in un errore, uno sbaglio ecografico. A volte gli organi genitali sono coperti, oppure… chissà! Non l’ho detto a nessuno, quindi devo stare tranquilla. Nessuno lo sa, nessuno sa che era una bugia la stupida frase che ripetevo con un finto sorriso: “Speriamo che sia femmina!”. Lo dicevo tanto per dire, tanto per dire quello che tutti si aspettavano io dovessi dire. E non perché pensassi che maschio è meglio, ma perché sapevo, perché l’ho visto, l’ho sperimentato su tante: me stessa, mia madre, amiche colleghe e conoscenti… C’è poco da fare, c’è poco da smaniare, nascere donna è un handicap.  E poi, e poi: nascere donna brutta è il peggio del peggio. E mia figlia… se le venisse il naso del padre, quel naso un po’ a piscio del padre che in un maschio va bene, anzi un naso importante… ma in una femmina! mi è sembrato di riconoscerlo quando mi era vicino vicino, ho buttato un’occhiata e l’ho visto, il naso, ho visto il naso sporgere su quella microscopica faccetta grinzosa.

Mi giro di nuovo nel letto. Allungo le gambe, controllo con le mani il mio ventre, ben serrato nella mutanda elastica post-partum, e cominciano a scendere piano due gocce, due lacrime quasi per caso scivolano sulle mie guance, poi altre due poi altre due… un piccolo rivolo liquido mi inumidisce le labbra. Sono aride le mie labbra, è buono, questo sapore di sale.

Continuano intense, le lacrime, sempre più veloci, una dietro l’altra una dietro l’altra, accompagnate e confortate dal ritmo disuguale del respiro, finché anche il respiro si fa più intenso fino a disfarsi in un unico e lungo lamento.

Mi hanno sentito. Sento bussare. Una bussata pro forma, tanto per annunciarsi perché la porta si apre tutt’uno con quell’ incisivo toc toc…

– Tesoro, tesoro è la mamma! Ma cosa ti succede piccola mia! Stai piangendo? E perché? Su su lo so. È normale. Anche io… anche a me… quando sei nata tu… Vedrai, passa presto, presto diventa tutto naturale… Anche io… poi ti ho cresciuta bene, no? Domani sorriderai alle tue lacrime.

Elisa: giovane per essere nonna. Piacevole. Sicura di sé, volitiva. Invadente, disturbante, troppo perfetta, troppo attenta, sempre. Lei non urla, lei non insulta, lei è comprensiva, lo è con tutti. Bella. Troppo bella per essere una madre. Io mi sono sempre vista diversa, io… io sono un’altra cosa … proprio diversa: niente occhi chiari, niente naso piccolo e lineamenti dolci.

Elisa, si siede sul bordo del letto, i capelli piuttosto lunghi le coprono parte del viso. Elisa, mi guarda, e sorride… un sorriso… un sorriso morbido … un sorriso materno?

Davvero, davvero un sorriso materno?

Elisa, si china su di me, mi aggiusta i capelli, mi accarezza, e io la lascio fare, accolgo le sue carezze, respiro il suo profumo, assaporo fino in fondo quel contatto: una rarità da non sprecare! Però le lacrime continuano a ingolfarmi gli occhi. Si chiama pianto puerperale, dicono!

 –          Tesoro, che ti succede? La bambina… un amore… è sana, davvero, l’ho guardata bene, benissimo… Ha cinque ditine in ogni manina, e cinque in ogni piedino… non fa parte della famiglia Simpson! Dai, smettila! Ho incontrato Aldo, era felicissimo, sta lì attaccato alla nursery… imparerà presto a cambiare i pannolini e…

 Elisa torna a essere Elisa.

Continua a parlarmi. Non dice sciocchezze. No, lei non dice sciocchezze. Lei è pragmatica. Mi dice quello che lei pensa debba dire una brava madre, e lei è – lei pensa di essere – una buona madre. Si è sempre sentita una brava madre, una brava mamma della sua unica figlia femmina, così brava che quando è nata non le ha lasciato nemmeno un segno sul suo bel corpo. E io la ascolto, anche se sono confusa perché i miei pensieri vanno al passato, perché sento ritornare quel disagio, quel mio disagio innominabile perché mai sono riuscita a capirlo, perché mai sono riuscita a esprimerlo, a dargli una consistenza, un appiglio, una giustificazione. Come adesso, anche adesso.

Lei parla. E io penso. Penso a lei, penso a me bambina. Di cosa posso accusarla? Cosa posso dirle, cosa posso rinfacciarle di tangibile, di concreto, di comprensibile? Lei è una mamma artista, lei dipinge, lei va in tivvu e parla di sua figlia. Nemmeno a dire che non c’era. C’era, mi parlava, mi consolava, mi proteggeva, mi consigliava. Mi organizzava le giornate: scuola (le migliori!) danza tennis piscina, inglese ovvio, e feste di compleanno… e allora? Allora… come adesso: parole sagge, consigli, disponibilità… Ma non sono queste le parole che vorrei sentire! Non sono mai state quelle di mia madre le parole che avrei voluto sentire. Ecco il disagio, il mio ritirarmi, l’impossibilità di controbattere. Ancora una volta, anche oggi, oggi che ho appena partorito, nessuno che veda la mia disperazione, nessuno che dica le parole giuste, parole lenitive, parole di condivisione.

Ancora una volta… ancora una volta… mia madre… mio marito… impossibile farci l’abitudine.

Pensieri molesti, pensieri confusi…

Ora provo a parlare. Ora parlo a mia madre, lo farò con garbo.

 –          Hai ragione, è che non mi sento bene, scusami. Non ho nemmeno un motivo per piangere, nemmeno uno. Non è vero?

–          Ma certo, sciocchina, ma certo. Sei sempre un po’ troppo apprensiva. Di che ti preoccupi? Hai una casa confortevole, un lavoro, un bravo marito e per di più orfano!

–          Ma certo, ma certo… Cosa mi hai portato?

  C’era una busta, una grande busta appoggiata sulla poltrona, una busta vistosamente piena, perché mia madre è una brava madre, e una brava madre fa sempre regali alla figlia.

 Mia madre mi ha sempre fatto regali. Vestiti, scarpe, cosmetici: non che spendesse cifre esagerate, ma erano le cose giuste, le più opportune per mettere in risalto le mie qualità… le mie qualità estetiche, che lasciavano un po’ a desiderare – questo l’ho capito presto, ho capito presto che di belle, a casa, c’è solo lei, mia madre. Per carità, io sono graziosa… eppure… ho sempre sentito che mi mancava qualcosa, come se… come se avessi un handicap, qualcosa da non mostrare, qualcosa così chiuso dentro che nemmeno io riesco a definire.

 Apro il pacco: una camicia da notte, con giuste trasparenze ma con i bottoncini davanti: così potrai allattare comodamente!

–          Un’altra camicia da notte – mamma, non ho intenzione di vivere a letto! Una vestaglia che sembra un abito da sera. Grazie mamma, grazie, ma dove la metto, per casa con con…

–          Ma certo tesoro, non devi trascurarti! Dovrai allattarla spesso, è così piccolina! Dormirai poco la notte, il tuo sonno seguirà le poppate.

–          E se non ho latte, se il latte non mi viene?

Sento una morsa alla gola: io non voglio avere il latte, io non berrò, non mangerò.

–          Tranquilla, verrà verrà! E se non viene, ci sono i biberon…

–          Mamma sono intontita, lasciami sola, fammi dormire, ci vediamo domani. Qui sono tranquilla: una stanza spaziosa, se premo il campanello viene subito qualcuno, la bimba è nel nido…

–          Cara, la bimba stasera non viene, è nell’incubatrice… solo per sicurezza, soltanto per uno o due giorni. Il pediatra ha deciso di rinforzarla un po’, così potrà attaccarsi bene alla tua tetta… Che fai, piangi?

Sì piango, ma piango di gioia, questo però non posso dirlo. Piango di gioia perché avrò una notte, una notte intera per me, per pensare, per decidere cosa fare, come uscire da qui… o come non uscire.

 Mi hanno portato la cena, alle sei. Fuori c’è un cielo grigio anche se è aprile e ancora fa giorno. Minestra carne purè di patate: due bocconi e il resto è finito nel cesso. È tornata a prendere il vassoio quella di stamattina, quella che me l’aveva portata. Mi guardava strano, o forse sono io che lo immagino. Inutile negarlo: mi sento in colpa. È venuto Aldo, con una scatola di cioccolatini, quelli al liquore che piacciono a me, grazie, gli ho detto, grazie amore, mi addormenterò con il loro sapore in bocca. Mi ha abbracciato, mi ha dato un bacio in fronte e io ho pensato: ecco, non sono più donna, sono una madre e le madri non si baciano in bocca. Ma gli ho sorriso. Aldo è davvero un bravo marito, un marito consapevole, consapevole dei suoi doveri. Sarà un ottimo padre, lo so, lo so. Ma, ma… sarà di nuovo il mio amante? Sopporterà i miei umori mutevoli, i miei silenzi cupi e improvvisi?

I primi tempi, quando abbiamo cominciato a vivere insieme, mi torturava con mille domande: cosa hai, sono io, è colpa mia, ti ho fatto o detto qualcosa che ti ha urtato, ferito? Ho spiegato: tu non c’entri, tu non mi hai fatto niente, ti voglio bene, davvero. È che penso al passato, a mia madre a mio padre che è morto troppo presto per ricordarlo, insomma, la mia vita passata… Non ci pensare, mi diceva Aldo, cosa vuoi che siano venti anni rispetto al resto della vita, un venti per cento, una piccola quota, dimentica, e pensa a noi due, ora. Ora siamo noi due, noi due soli.

E così è stato. Noi due. Noi due. Noi due al lavoro, noi due in viaggio, viaggi lunghi e in posti lontani, sempre da soli. Noi, noi due. E le cene e il teatro e il cinema. Lavorare in due porta un buon reddito e poi ci sono le famiglie, Aldo è orfano e hanno avuto, lui e il fratello, una corposa eredità. Così i miei momenti bui sono andati via via rarefacendosi, e se tornavano, Aldo sapeva come fare: Internet, una mappa e un progetto di viaggio.

Avevo trovato un mio equilibrio in quel nostro rapporto, nell’esclusività della nostra vita senza interferenze. Anche mia madre era contenta perché qualcun altro si occupava di me, e io ero felice. Lo ero davvero, con Aldo mi sentivo al sicuro. Mi rannicchiavo tra le sue braccia e lui mi accoglieva, mi sussurrava nei capelli parole dolci, mi accarezzava il seno e facevamo liberamente l’amore.

Sette anni, sono passati sette anni sereni, sette anni per me, sette anni per imparare a spogliarmi anche se c’è la luce accesa, sette anni per riuscire a trovare un accordo di pace con il mio corpo, per sdraiarmi sulla sabbia calda senza timore di critici sguardi verso i miei seni abbondanti e le gambe un po’ tozze. Sette anni per stringere la mano di qualcuno e lasciarmi andare. Sette anni per guardarmi allo specchio e accettarmi, per non morire di gelosia per ogni donna che passa, perché c’era qualcuno che mi amava davvero, così come sono, mi amava davvero, non per dovere. C’ero riuscita, avevo creato una bolla: dentro io e Aldo, fuori il resto del mondo.

E la bolla, adesso, si è rotta.

È tutta colpa mia. È colpa di mia madre. È colpa di Aldo. È colpa di tutti noi. Io, perché mi sono fatta convincere, mia madre perché mi dava il tormento: devi fare un figlio, almeno uno, hai già quasi trent’anni, le probabilità di rimanere incinta diminuiscono.

Non so se a qualche altra è capitato di avere una madre come la mia, inappuntabile, una madre che con garbo e costanza ti ripete enne volte ed enne volte più uno la stessa, identica frase. Ripete ripete ripete, ti scava il cervello, fino a quando non dici: basta va bene, proviamoci.

E Aldo? Oh, a lui andava bene ogni cosa, diceva, ma gli brillavano gli occhi quando vedeva i figli di amici, occasioni rare, che io evitavo con cura, segno tangibile, evidente, innegabile che un figlio, lui, l’avrebbe voluto.

Dai oggi dai domani, ho smesso di prendere la pillola. Un paio di mesi di attenzione e poi… via libera.

Mi torna un brivido, un lungo brivido al ricordo dell’attesa, ogni ventotto giorni, del miracolo: una goccia, anche una sola goccia di sangue vermiglio ad annunciarmi che sì, anche quel mese era andata bene, non ero incinta. Non riuscivo più a fare l’amore. O meglio, lo facevo, ma ero tirata come una corda.

I mesi passavano e non succedeva niente e di andare dal ginecologo non ci pensavo proprio, non per farmi iniettare ormoni, in fondo avevo appena compiuto trentadue anni!

Andava tutto così bene che ho smesso di pensarci, erano passati due anni! E invece, oplà: un ritardo.

Basta, inutile rimuginare. Inutile ripercorrere i miei vani tentativi di un aborto naturale: bagni bollenti, corse in vespa su strade accidentate e simili cazzate. Quel feto mi si era attaccato come un’ostrica e nemmeno è servito smettere quasi di mangiare, la pancia cresceva cresceva…

Basta. Devo pensare, devo prendere tempo, devo prendere tempo! Troverò una via di uscita che rallenti il momento in cui dovrò fare i conti con lei, con l’intrusa.

Prima di tutto, mi informo.

Dunque: depressione post-partum. Duecentocinquantacinquemila pagine in 40 secondi, mi dice Google. Io la depressione non ce l’ho, ho solo rabbia, rabbia per quell’essere che è venuto a rovinarmi la vita, che è venuto per intrufolarsi tra me e Aldo. Rabbia. Ma devo prendere tempo: mi farò venire una bella depressione post-partum. Forse mi basta leggere Wikipedia e qualche forum di donne per rendermi credibile.

Dunque: sintomatologia. Sintomi come le crisi di pianto, cambiamenti di umore, irritabilità generale, perdita dell’appetitoinsonnia o all’opposto difficoltà a rimanere svegli, assenza di interesse nelle attività quotidiane e/o verso il neonato caratterizzano tale patologia specifica, denominata comunemente depressione post-parto. Il disturbo non è da confondere con la più grave “psicosi puerperale”, accompagnata da sintomatologie di tipo psicotico.

Cosa scelgo? per ora depressione, più facile, più comune. Ecco la pagina di un medico, cosa dice? Dice che è un fenomeno in crescita: dopo il parto oltre il 70% delle donne soffre di una lieve forma di depressione (baby blues), mentre oltre il 10% soffre di vera e propria depressione post parto. I rimedi e le cure per sconfiggerla però ci sono.

Ecco: intanto mi faccio curare, così non devo allattare, perché dovrò prendere farmaci andare da una psicoterapeuta. Mi vedrò film e leggerò libri, mi documenterò e alla fine mi immedesimerò nella parte. Sarò coccolata e compresa, se una persona è malata, è malata. Non è colpa sua. Proverò anche a toccarla, lei, lei che dovrà avere un nome, ho sempre rimandato… nella speranza… vabbè inutile ripetermelo. Io lo so, io so cosa volevo e cosa non volevo.

Così a casa dovrà esserci qualcuno che si occupi della senza nome, io non potrò, io sono malata, potrei farla cadere o affogarla nel bagnetto o soffocarla… ai neonati succede, le chiamano morti in culla…

Brutti pensieri. Lei cosa c’entra, io non voglio uccidere nessuno io vorrei solo una cosa, soltanto una, che se la prendesse qualcun altro e tutto tornasse come prima!

Per ora ho scelto una tattica. Cominciamo: adesso suono, dirò che non riesco a dormire, dirò che piango che soffro che non so cosa mi stia succedendo… prima leggo ancora qualcosa su Google, mi ispirerò alle descrizioni di qualche mamma, anche se c’è una diversità tra me e loro, c’è un punto che non mi appartiene, e non mi convince: dicono tutte che lo volevano, il figlio la figlia, lo volevano tanto. O mentono, o non sono come me, che una figlia non l’ho mai voluta!

MARIA LETIZIA GALDI