SE MUORI TI AMO

di MARIA LETIZIA GALDI ♦

Quando andai al funerale di mia nonna, la chiesa era abbastanza affollata.

Non per lei, morta in età così avanzata da avere oramai quasi nessuno ancora in vita e i pochi rimasti piegati dagli acciacchi e forse dalla memoria. Erano lì in tanti per il genero, anche lui abbastanza anziano ma ancora personaggio importante della città, e per la figlia, paladina delle associazioni caritatevoli. Allora nessuno si alzò per andare a parlare al microfono, solo il prete disse alcune parole, ricordandone, come è ovvio, le doti umane la religiosità e la dedizione alla famiglia … e ora lei è lassù, che vi guarda.

Così concluse. Benedizione generale, apertura della porta e solita routine funeraria.

A nessuno venne in mente di alzarsi per commemorare mia nonna con belle parole e ricordi più concreti. I figli, composti nel dispiacere perché la perdita di una persona anziana si dà per scontata ma il dolore ti trafigge comunque, frenavano le lacrime stringendo mani e subendo abbracci. Perché, lo sappiamo, un genitore, a qualsiasi età se ne vada, lascia un vuoto incolmabile. In ogni caso. Sia se ci si fosse reciprocamente perdonati – nessuno è perfetto, nessuno esentato dall’aver provocato qualche trauma al figlio bambino, anche con tutte le buone intenzioni – sia, e forse anche con maggiore pena, se la perdita avviene senza una precedente ricomposizione della rabbia e delle accuse.

Al funerale c’eravamo noi nipoti, ciascuno con un rapporto affettivo diverso con quella nonna paterna che viveva in una città lontana.

Perché ricordo proprio quel funerale? Perché proprio quello di mia nonna e non quello di mia madre? La risposta è semplice.  Ricordo quel funerale perché lì in quella cassa, non c’era solo mia nonna, c’era la mia prima infanzia,

Perché io in quella città sono nata, con mia nonna e mio nonno ho passato buona parte dei primi anni della mia infanzia: avevo una stanzetta vicino alla loro camera da letto. Una stanzetta piccola, stretta, con il letto che usciva fuori dal mobile, e sopra uno scaffale con i libri. Le mie prime letture le presi da lì, da quei vecchi libri pieni di storie coinvolgenti, a volte paurose. Ma io non avevo paura, ero in una vera casa e non in una stanza d’albergo.  È l’unica casa certa della mia infanzia, ci vivevo per alcuni mesi dell’anno e gli altri mesi qua e là, seguendo mio padre in varie città di mare.

Però a volte – mi hanno raccontato –  io non ero con loro. Dai nonni, sì, ma anche con altri, anche se qui i ricordi si disfano. Non ricordavano bene, non ricordavano più dove mi avessero lasciato quando erano a XXXX. Forse vicino, o forse no. Forse con due sorelle nubili a cui io piacevo tanto, o forse quella era un’altra volta…

Ne ho parlato con il mio analista: ho ricordi confusi della mia prima infanzia. Non ricordo dove ero, con chi, dov’era mio padre. Mio padre spesso non c’era, io ero con mia madre e con la domestica, ah sì, la tata sarda. Dicevo olio con la o chiusa, alla maniera dei sardi. Questo lo ricordo perché era uno degli aneddoti che raccontava mia madre. Io ho avuto sempre un rapporto privilegiato con le tate.

Da mia nonna le domestiche non c’erano, lei era la resdora, come si dice da quelle parti, la regina della casa, quella casa di cui ricordo ogni minimo dettaglio, quella casa che saprei disegnare metro per metro, angolo per angolo, oggetto per oggetto, di cui riconosco gli odori, quelli del ragù o quello delle grandi botti di lambrusco nella larga semibuia cantina nel cortile, e se sapessi dipingere vorrei rendere immortale e visibile quello che provai quel giorno entrando in soffitta. Mio zio ci allevava i canarini, svolazzavano e cantavano in un’ampia gabbia e io portavo loro quasi ogni mattina una foglia fresca di insalata.

Un giorno…Forse era verso mezzogiorno: aprii la porta della soffitta come al solito e… rimasi a bocca aperta. Dalla finestra vetrata del lucernaio i raggi del sole allo zenit si infrangevano su una montagna di briciole d’oro che si disperdevano nell’aria, aleggiavano qua e là, ricadevano, si sollevavano ancora in un moto perenne di microscopiche lucciole.  Una luce dorata avvolgeva ogni cosa. La gabbia dei canarini non c’era. C’era solo silenzio, un silenzio allegro, cangiante. Mi avvicinai, protesi le mani, le affondai in quello strano mucchio cedevole, tra quelle palline lucenti. Credo di essere rimasta incantata a lungo, se il ricordo è così vivido e posso riviverlo intensamente anche dopo tanti tantissimi anni. Credo anche che sia impossibile comunicare con le parole questa esperienza, soprattutto a chi quel mucchio di perline dorate non ha mai visto.

Che cosa era? Qualcosa di molto banale, che in quel preciso momento, quando aprii la porta, era stato casualmente inondato dalla luce del sole. Mio nonno aveva una bella casa in campagna. Una casa di famiglia, famiglia di contadini, e non coltivava solo l’uva del buon lambrusco la cui versione alleggerita io bevevo – poco, certo – fin da piccola (svezzata a lambrusco sopé, diceva orgoglioso mio nonno, che chiamava così quel secondo vino leggero e frizzante che mi era consentito assaggiare). Non solo vigneti, anche campi di grano.

Nonno cosa sono quei chicchi d’oro che stanno in soffitta? Granaglie tesoro, granaglie. Domani le portano via e tornano i canarini.

Mi riscuoto. Sto assistendo a un funerale. Anche qui è morta una nonna. Quella nonna sono io.

E siccome sono morta nel famoso secondo millennio, i funerali seguono nuovi schemi: filmati e fotografie moderatamente e in forma discreta accompagnano la cerimonia che a un tratto si ferma per lasciare posto agli attori… scusate agli afflitti figli nipoti e affini che non vedevi da anni e che all’improvviso di te sanno tutto e salgono compunti sui gradini laterali dell’altare chi con un foglietto (quasi tutti) chi parlando a braccio come per un impulso immediato.

Vivrei meglio il mio funerale se non ci fosse lei. Si è vestita di nero… se potessi mi farei una grande risata. Sento la musica, mi piace, scelta con cura. E sono felice del fascio di peonie rosa poggiato dai miei figli sulla bara. Il prete, una necessità nei funerali in chiesa, è quello della mia parrocchia: parlerà bene di me, decanterà le mie virtù di fedele, anche se alla messa non mi ha mai visto. Però in chiesa sì, per il volontariato, e questo immagino compensi le mie assenze ai sacramenti.

Ecco: è l’ora della fatidica frase. “Se qualcuno vuole dire qualcosa per ricordare la defunta, si avvicini al leggio”.

Tremo, anche da morta, tremo. Perché le vorrei gridare: Tu! non osare avvicinarti. Tu, non osare aprire la bocca. Non diventare davanti alla mia bara quella che non sei mai stata. Lascia che il tuo odio sia appagato finalmente dalla mia concreta scomparsa. Non ti sono bastati gli anni in cui mi hai rifiutato, non sei soddisfatta di avere occupato tempo e cervello a inventare maldicenze e calunnie su di me, non sei appagata del risultato del tuo delirio e del continuo ricatto a chi avresti dovuto amare: o me o lei, quasi si fosse trattato di un’amante e non di una madre.

Tu no. Tu taci.

Ti ho sentito ad altri funerale inondare gli ascoltatori con ben recitate parole sul morto o sulla morta, persone che fino al giorno prima avevi criticato e vilipeso.

Tu no. Tu taci.

Non osare piagnucolare stringendo le tue figlie che non sanno niente di me. Ora sono giovani donne. Le vedo composte al primo banco, vicino al padre che mi guarda, là nella bara, e forse piange. Anche io vi guardo e penso: peccato.

Ci sono altre giovani donne, vicino ai genitori: non verranno a parlare sul palco, loro. Non reciteranno il dolore con parole vibranti e bugiarde. Perché io sono e resterò nei loro pensieri, perché hanno di me ricordi lieti e armoniosi. E poi ecco, più giù, altri miei nipoti adottivi. Sono morta in età abbastanza avanzata se sono diventati tutti o quasi adulti.

Qualcuno si sta muovendo, si avvicina al leggio. I miei figli. Addolorati, profondamente addolorati ma costretti anche loro a seguire il copione.

E adesso…Oddio, lei! Lei ha preso dalla borsa un foglietto. Leggermente piegata in avanti, le mani appoggiate alla balaustra, il volto non più da madonna addolorata (ah ah), sorride. Sta sorridendo, sembra compiaciuta, gli occhi le si accendono, esaltati. Noto che è invecchiata anche lei. Non la vedevo dall’ultimo funerale, luogo dove non è possibile evitare incontri indesiderati e per rispetto al defunto si può solo defilarsi appena possibile.

Tu no. Tu taci!

Credo di urlare, in realtà capisco di essere – come si dice – puro spirito, e nessuno potrà ascoltarmi. Qualcuno però potrebbe fermarla, dirle: Che fai? Taci, tu.

Anche io vorrei dirle qualcosa. Vorrei dirle: cosa hai ottenuto? Hai coltivato odi inutili, hai provocato dolori inutili, drammi deliranti hanno costellato la tua esistenza. Questo ti ha reso felice? Non credo.

Mi diceva il mio saggio amore: abbi pazienza, non è cattiva, è malata. Raccontandomi l’aneddoto del marito che aveva la moglie ricoverata all’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà (quando ancora esistevano i manicomi). Una storia vera, diceva. Insomma: questo marito si lamentava delle continue angherie che gli faceva la moglie, acqua bollente addosso, sale nel dolce e zucchero nel salato, libri e foto stracciate eccetera eccetera. “Dottore, mi creda, mia moglie è cattiva”. E il medico: “No, mio caro signore, sua moglie è malata. Ma fa male come se fosse cattiva.”

Però adesso sono curiosa, voglio proprio ascoltare cosa dirà su di me. Poi forse la perdonerò. La considererò malata. Adesso, non essendoci più io a fare da contenitore alle sue paranoie, sono preoccupata. Chi prenderà il mio posto?

Lei non tace.

Si alza quasi correndo. Si mette gli occhiali e apre il foglietto sul leggio. Si leva gli occhiali e esordisce così:

–          Avevo preparato un discorso per lei, l’ho scritto di notte, piangendo. Ma … ma… io voglio ricordarla così, spontaneamente.

Si rivolge ai mie figli.

–          Venite qui, vicino a me. Lei che vi ha tanto amato. Ricordiamo insieme il suo spessore morale, la sua mente brillante e il bene che ha fatto a chi gli era vicino.

C’è un mormorio tra le gente. A quasi tutti è noto che non ci vedevamo da anni.  Ma lei non tace, lei insiste.

Con un ampio gesto chiama le figlie:

–          Venite anche voi qui, vicino a me. Ricordiamo insieme la vostra amata nonna…

Non resisto! Non voglio più ascoltare, non voglio più vedere.  Mi avevano detto che dopo morti si deve andare oltre, passare oltre la luce! Dove sta? Dov’è questo corridoio di luce? Certo non può essere dentro la chiesa.

Preferisco uscire.

 

MARIA LETIZIA GALDI