Il giudice democratico (di Bertolt Brecht)

di ENRICO IENGO 

A Los Angeles davanti al giudice che esamina coloro che vogliono diventare cittadini degli Stati Uniti venne anche un oste italiano.

Si era preparato seriamente, ma, a disagio per la sua ignoranza della nuova lingua, durante l’esame alla domanda: che cosa dice l’ottavo emendamento? Rispose esitando: 1492.

Poiché la legge prescrive al richiedente la conoscenza della lingua nazionale, fu respinto.

Ritornato dopo tre mesi trascorsi in ulteriori studi, ma ancora a disagio per l’ignoranza della nuova lingua, gli posero la domanda: chi fu il generale che vinse nella guerra civile? La sua risposta fu: 1492. (con voce alta e cordiale).

Mandato via di nuovo e ritornato una terza volta, alla terza domanda: quanti anni dura in carica il Presidente? Rispose di nuovo: 1492.

Orbene il giudice, che aveva simpatia per l’uomo, capì che non poteva imparare la nuova lingua, si informò sul modo come viveva e venne a sapere: con un duro lavoro.

E allora alla quarta seduta il giudice gli pose la domanda: quando fu scoperta l’America? E in base alla risposta esatta, 1492, l’uomo ottenne la cittadinanza.

Ho riletto questa poesia di Bertolt Brecht; era contenuta in un libro impolverato, fra quelli che periodicamente vanno riscoperti.

Ho voluto condividerla con voi e idealmente con la nostra Europa, con i suoi governanti, con l’attuale presidente degli Stati Uniti.

Con quei pochi che ce la fanno.

Con quel bengalese che è stato aggredito perché ha maturato il suo diritto ad avere una casa.

Ma soprattutto voglio dedicarla a coloro che prendono decisioni su altri esseri umani, in nome della Legge, in nome della Giustizia, in nome del Popolo Italiano.

Ha sbagliato quel giudice?  Per includere il debole, adegua la domanda alla risposta e non esige la risposta adeguata ad una domanda alla quale l’esaminando non potrà mai rispondere.

Quel giudice ha applicato la legge, non come acritica accettazione di un codice civile, ma all’interno di una cornice di democrazia che si oppone all’emarginazione e all’idea che qualcuno possa rimanere indietro, abbandonato a sè stesso. Una società non solidale, non inclusiva perde a mio parere i requisiti essenziali del suo essere democratica.

Quel giudice rappresenta la coscienza democratica di una collettività; è la certezza che un’altra risposta è possibile al problema della inclusione, dell’accoglienza. La risposta del giudice non è tolleranza o intolleranza, termini già di per sé discriminanti (si tollera chi dà fastidio, chi si riesce a malapena a sopportare); il giudice parla il linguaggio dei diritti di cittadinanza, ugualmente riconosciuti a tutti, parla di coesistenza di diverse identità.

Ma quella del giudice non è nemmeno mera solidarietà: è il riconoscimento che l’oste, grazie al suo “duro lavoro”, si guadagna il diritto a far parte della comunità, perché è il lavoro un valore fondante di una società di pari diritti, è l’humus su cui si costruisce una nazione: lo compresero bene i nostri padri costituenti e lo comprende il giudice. Nel concetto di “duro lavoro” egli vede una dignità e un diritto che trascendono il requisito, pur importante, della conoscenza della lingua.

Immagino quell’oste italiano, oggi piuttosto avanti negli anni e in meritata pensione.

Disteso sul comodo divano, assiste con un soprassalto allo spettacolo televisivo del nostro parlamento alle prese con la discussione e la votazione sul cosiddetto “ius soli”.

Davanti a quella desolante dimostrazione, ove si è persa, non pretendo la politica nel suo valore più nobile, ma ogni normale decenza, immagino che, atteggiando le labbra ad un malinconico sorriso, ripensi ai suoi anni giovanili, al suo esame di cittadinanza, al suo giudice. A quel punto, in un moto spontaneo, lo vedo alzarsi e gridare “a voce alta e cordiale”: “Studiatevi la storia del vostro paese, per voi non è difficile come lo è stato per me, è nella vostra lingua, potete comprenderla anche voi.

Studiatela bene perché un’altra Storia sarà il vostro giudice e non sarà un giudice democratico, sarà semplicemente giusto”.

 

ENRICO IENGO