IL RIMEDIO – 13. L’Incubo

di FEDERICO DE FAZI 

13 – L’incubo

Nella stalla Samaele pulì con una scopa di saggina il pavimento di pietra per liberare l’area quadrangolare delimitata dalle  travi verticali che reggevano due trabeazioni. Poi prese un carboncino e srotolò una delle trecce che aveva fatto con la cordicella di ginestra.

Con l’aiuto di Pavel, iniziò a tracciare una serie di piccoli archi usando la cordicella come compasso e le travi come punti di riferimento principali. In breve tempo l’area quadrangolare si riempì di diverse croci fatte al compasso con il carboncino.

Come passaggio successivo, Samaele prese un pennello e una scatolina di legno, il cui interno era ricoperto di ceramica. Nella scatola c’era una polvere color cobalto. Il mago versò parte della polvere in un altro piattino di ceramica e la mescolò con pochissima acqua.

Con attenzione Samaele immerse il pennello nella tintura e iniziò a tracciare una serie complessa di simboli curvilinei tra una croce e l’altra,  definendo così i lati del rombo. Ogni tanto prendeva altra polvere, la mescolava di nuovo e riprendeva a tracciare i glifi sulla pietra che, invece di assorbire la tintura, la lasciava seccare sulla sua superficie, come se in realtà il pavimento fosse ricoperto da un sottilissimo strato di vetro.

“È la linfa del frassino delle Sfere quella che usate?” chiese Pavel.

“Frassino delle Sfere, albero della Luna, latice di muffa dei sepolcri e altre sostanze. È un composto molto complesso” rispose il mago.

“È quello che usavano gli Adici?”.

Samaele aveva smesso di tracciare i contorni del rombo e ora stava facendo ulteriori simboli lungo gli angoli e al centro. Da quella posizione non potevano vedere il cavallo, ma si poteva udire Solstizio battere gli zoccoli e sbruffare nervosamente.

“Non lo so. Gli Adici probabilmente usavano composti diversi a seconda delle circostanze e alcuni contenevano minerali tossici o umori di animali presenti solo nelle Terre desolate o estinti. Le dosi con cui erano mescolati poi sono andate perdute e nelle ricette spesso molti ingredienti sono dati per scontati e quindi non menzionati. Questo è un composto di mia creazione che assolve bene alle funzioni per cui mi serve, senza gli effetti collaterali che spesso avevano le tinture adiche”.

“Ed è anche meno potente di un incantesimo adico, immagino” commentò Pavel.

Samaele iniziò a tracciare in maniera apparentemente casuale degli ideogrammi stilizzati rappresentanti figure umane, animali, parti del corpo o oggetti di vario tipo. Agli occhi di Pavel sembrò che le figure iniziassero a ballare secondo una musica senza ritmo e senza note.

“Non potrò certo evocare un grumo d’ombra o un silente dei pozzi, ma non è questo il nostro scopo. Gli adici usavano questi incantesimi per aprire voragini nel tessuto della realtà, chiamando a loro i peggiori orrori, e si è visto che fine hanno fatto” disse il mago, rivolgendo lo sguardo verso Pavel. “Noi non vogliamo certo fare quella fine”.

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Le figure smisero di muoversi. La musica senza ritmo e senza note cessò.

Samaele si alzò e confrontò la figura che aveva tracciato con quella del suo libro.

“L’avete disegnata a memoria?”.

“Più o meno” rispose distrattamente Samaele, guardando alternativamente il grimorio e il sigillo che aveva disegnato. “Diciamo che non ho tracciato simboli a casaccio. È come quando ripeti a memoria una poesia: è più facile se sai che cosa significano le parole”.

Poggiò il grimorio in un angolo, prese una ciotola di metallo brunito e la mise al centro della composizione, sopra il piattino di ceramica rovesciato. Dentro ci mise una sfera nera e una bianca, poi si alzò e andò verso Solstizio. La bestia era quanto di più lontano dal cavallo morello che Eponia aveva visto il giorno prima. Oltre alla barba, le zanne e gli occhi caprini, che scintillavano come fiamme cremisi, lungo il manto danzavano linee e curve bianche che si univano e separavano, formando le immagini e figure più disparate. Il corpo stesso sembrava aver perso i suoi contorni: oscillava e vibrava, cambiando dimensioni in modo imprevedibile.

“Che cos’ha?” chiese il ragazzo preoccupato.

Samaele, mormorando qualcosa, accarezzò il muso del cavallo, che scalpitava freneticamente. L’animale sembrò placarsi.

“Se un cavallo sente una forte brezza che soffia nella brughiera, viene sopraffatto dall’istinto di correre. Ecco, più o meno è quello che ora Solstizio sente. Galopperà con noi. Ci aiuterà”.

Il cavallo fece come per impennarsi, ma poi ritornò a terra relativamente calmo.

“Cominciamo”.

Samaele si scostò dal cavallo e prese una boccetta, dalla quale spillò alcune gocce di un liquido oleoso nella ciotola di metallo, che poi la prese in mano e percosse con un pestello di legno. La ciotola emise un tintinnio profondo, seguito da una vibrazione argentina. Il mago sfiorò il bordo della ciotola lentamente, rinnovando la vibrazione della ciotola, finché essa non continuò da sola, alimentata dalle sfere che avevano preso a ruotare al suo interno. Fatto ciò, la ciotola venne rapidamente posizionata sopra il piattino rovesciato e in breve tempo la vibrazione argentina si incupì fino a divenire una sorta di ronzio sommesso, mentre il colore della ciotola, da brunito, passò al rosso, poi all’arancio, al giallo, fino ad assumere il bagliore del calor bianco.

“A che serve la candela di Marivelli?” chiese Pavel.

“Calore e luce sono ingredienti fondamentali per ravvivare le linfe incantate. Ecco, guarda”.

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I simboli tracciati sul pavimento iniziarono, a partire dal centro, a colorarsi di un azzurro elettrico, che in breve tempo virò verso sfumature opalescenti, tremolando e danzando in sintonia col profondo ronzio della candela.

“Sappi che se non te la senti, sei libero di fermarmi quando vuoi” disse per l’ennesima volta Samaele.

“Non avevate detto che odiate ripetervi?”.

Il mago annuì.

“Va bene, ma appena avrò il sentore che ci sia qualcosa che possa metterti in pericolo, interromperò l’incantesimo. Adesso siediti su quell’angolo lì”.

Pavel si sedette a gambe incrociate su uno degli angoli più vicini. Notò che, se guardava il sigillo con la coda dell’occhio, sembrava che i simboli si muovessero come esseri vivi, galleggiando nell’aria come fossero pesci che nuotano nell’acqua. Se li guardava direttamente, però, rimanevano fissi a terra nella posizione in cui erano stati tracciati.

Samaele si dispose sull’angolo opposto sedendosi sui calcagni, mentre solstizio si avvicinò al sigillo, pur rimanendo distante. Appariva docile nei movimenti, ma era chiaro che fremeva per fuggire via.

“Adesso” disse il mago “concentrati su di me. Cerca di seguire il mio respiro e lascia che i tuoi pensieri vadano dove vogliono”.

Pavel guardò fisso il maestro dei nodi. Il mago respirava lentamente e il ragazzo cercò di fare lo stesso. Aveva paura, ma non voleva farlo vedere a Samaele. Voleva viaggiare oltre il mondo della Veglia e fare quello che faceva il mago. E gliel’avrebbe fatta vedere ai maestri che dicevano che era inutile e che non avrebbe mai combinato niente. Ai suoi compagni avrebbe raccontato che aveva viaggiato con un oniromante e che aveva acceduto a segreti di cui loro avrebbero sentito parlare solo dopo anni di studio.

Sentì i suoi sensi ottenebrarsi e farsi indistinti, proprio come se stesse per addormentarsi. I suoi pensieri galleggiavano come ora galleggiavano i glifi davanti ai suoi occhi.

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Erano come pesci nell’acqua in un giardino dove il sole cola giù verso l’erba del mare che cerca il luminoso blu della corazza di una tartaruga….

Per un attimo si accorse dell’assurdità di quel pensiero, ma qualcosa gli impedì di emergere dall’acqua dove i glifi galleggiavano. Era Samaele.

Pavel non lo vedeva più, ma percepiva la presenza del mago, che lo teneva sotto quella specie di acqua che aveva riempito la stalla. Il mago respirava e anche Pavel respirava. Poi fu come sprofondare. I glifi si fecero sempre più rarefatti, mentre la luce divenne sempre meno forte, fino a scomparire.

Rimase l’oscurità. Un’oscurità senza corpo, senza né basso, né alto, tempo o temperatura. Rimaneva solo Samaele. Pavel udiva la voce del mago, ma era l’unica cosa che percepiva, come se fosse Pavel stesso quella voce.

“Tra poco arriverai in una regione dell’Oriab dove incontrerai chi cerchiamo. Una volta che lo avrai trovato, ti dirò cosa fare, capito?”.

Ma Pavel non aveva polmoni che potessero emettere fiato o una bocca per parlare, né braccia o gambe o corpo o vere orecchie, quindi rispondere a quella domanda non aveva senso.

Poi iniziò a sentire qualcosa. Era una guancia, la sua, che sentiva un morbido guanciale d’erba, poi le mani e i piedi, nudi sull’erba, infine una luce chiara ma non accecante, mista tra quella del tramonto e quella dell’alba.

Poteva sentire il rumore delle onde del mare. C’era uno strano senso di familiarità in quello che vedeva, come se ci fosse già stato tante e tante volte.

Si alzò e capì di trovarsi su uno spiazzo erboso sopraelevato rispetto al mare. Avvicinandosi al bordo dello spiazzo, poteva vedere la costa frastagliata di scogli e faraglioni. In un punto però la terra e il mare si avvicinavano e si poteva vedere una piccola spiaggia, dove c’era una capanna di legno e una piccola barca.

Si incamminò lungo un sentiero che scendeva fino alla barca e si accorse che una lontra stava facendo la stessa strada.

Anche quell’animale gli era familiare. Era come se gli fosse sempre stato vicino e che sapesse che era lui la sua guida in quel luogo. La bestiolina trotterellò fino alla spiaggia e si diresse sicura verso la capanna. Pavel spinse la porta di legno ed entrò.

La capanna era spoglia, ma seduto dietro un tavolaccio di legno c’era un ragazzo della sua stessa età con capelli arruffati e lo sguardo di chi avesse subito una grave offesa.

“E tu chi sei?” chiese lo sconosciuto.

Pavel non rispose. L’altro guardò la lontra accanto a lui e sorrise.

“Alla fine mi hai trovato, fratello”.

“Ho un messaggio da darti” disse Pavel, ma in realtà non riuscì a trovare il fiato per emettere il suono.

L’altro si alzò.

“Si è fatto tardi, torniamo a casa”.

Lo sconosciuto guidò Pavel fuori dalla capanna e lo accompagnò lungo uno stretto sentiero scavato nella roccia di lato alla costruzione di legno.

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Disegno di Carlo Cianflone

Camminarono all’ombra di grandi alberi che affondavano le loro radici nella roccia, fino a raggiungere un altro spiazzo erboso molto più grande. Lì c’erano  delle piante dalle larghe foglie, dal cui centro si alzava un lungo gambo. Pavel si accorse che alla fine del gambo c’era un baccello lanugginoso che sembrava avere zampe e testa come quelle di un agnello.

La lontra e lo sconosciuto si incamminarono fino a un bacino d’acqua circondato da salici.

“Cosa vuoi fare, Lontra?” chiese lo sconosciuto.

“Ho un messaggio da darti” cercò di dire di nuovo Pavel, ma la lingua gli si bloccò come fosse annodata.

Si avvicinarono al laghetto. Lo sconosciuto accarezzò la corteccia di uno dei salici, poi continuò a camminare in salita, lungo una strada coperta di ghiaia.

“Qui sono stato felice” disse lo sconosciuto, raggiungendo alla fine della salita una bassa torre rotonda, alla cui base si trovava una stalla. Più in là iniziava una rada macchia di alberi bassi, massicci e dalle forme contorte, le cui foglie stormivano al vento tiepido proveniente dal mare.

Lo sconosciuto si affacciò verso la discesa, contemplando un piccolo villaggio di case bianche costruite a ridosso della collina. Annuì, sorridendo alla lontra.

“Vuoi che torni, non è vero? È questo il messaggio che mi deve mandare il tuo moccioso”.

Si girò verso Pavel. Ora non aveva più la sua stessa età, ma era grande, quasi vecchio.

“E lui chi è, un nuovo allievo? Qualcuno con cui sostituirmi? Dimmi un po’, mentirai anche a lui, dicendo che non lo avresti mai lasciato solo, per poi lasciarlo abbandonato a se stesso?”.

Il sole sembrò oscurarsi, rendendo l’aria fredda e umida.

“Ho un messaggio da darti” riuscì a dire Pavel con assoluta padronanza delle proprie parole, pur non capendo come mai sapesse esattamente cosa dire. “Torna a casa e tutto ti sarà perdonato”.

L’uomo sorrise minaccioso.

“È tutto qui quello che ha da dirmi Lontra? Sei così disperato da mandare un moccioso a dirmi una cosa così assurda? Cosa ho da farmi perdonare?”.

L’uomo si avvicinò a Pavel, che avvertì un senso di minaccia e terrore. Avrebbe voluto andarsene, ma non poteva più muoversi.

“Dì un po’, ragazzino, il tuo maestro ti ha raccontato quelle balle sul Codice, sulla lealtà, la fiducia e tutto il resto? Credo che lui ancora ci creda, ma è un povero sciocco illuso”.

Pavel non rispose. Lo sconosciuto continuò: “I Maghi dei nodi credono che il rimedio a tutto sia qualche chiacchiera messa bene e una dimostrazione di coraggio e cortesia, ma si sbagliano” la sua voce strideva nelle orecchie di Pavel come un grido penetrante. “Lo dimostra il fatto che non sono riusciti a tirarmi fuori dalla torre dove quel cane di mio padre mi ha rinchiuso”.

Lo sconosciuto lo afferrò brutalmente.

“Io ho risolto il problema. Ho ucciso mio padre e tutti gli altri bastardi che gli leccavano i piedi e non l’ho fatto con qualche gioco di prestigio e una predichella sull’amore fraterno. L’ho fatto con l’acciaio e col fuoco. L’unico vero rimedio che esiste”.

Il ragazzo poteva sentire l’odio dello sconosciuto come se fosse un vento gelato che gli mordeva le viscere.

“Non hai trovato di meglio da mandarmi che questo moccioso insignificante. Potrei schiacciarlo come un insetto solo volendolo”.

Pavel cercò di divincolarsi, ma la stretta dell’uomo era ferrea, quasi dolorosa.

“Anzi credo che lo farò. Adesso stai bene attento, ragazzino, ché ti farò capire perché mi chiamano l’Incubo”.

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Una morsa gelata afferrò il petto del ragazzo e lo stringeva togliendogli il respiro, mentre nelle orecchie iniziò a sentire un ronzio che, lo sapeva, presto sarebbe divenuto un grido forte, assordante. Tanto forte che gli avrebbe tolto la vita…

“Ora basta!”.

La voce fu come un tuono. Un’esplosione che sciolse il freddo e lo spazzò via. Tra Pavel e lo sconosciuto si ergeva ora Samaele, vestito con la sua tenuta da mago dei nodi. Il mago fece un gesto con la mano e fu come se avesse colpito un piatto di bronzo. Il suono vibrò caldo nell’aria, costringendo lo sconosciuto a cadere a terra.

“Rimarrò in città fino a mezzogiorno del dì del Sole, Licio. Se vorrai tornare con me, attendi che io esca dalle mura e ti prometto che le tue colpe saranno trattate alla maniera dei Maghi dei nodi. Altrimenti, ti avverto, andrai incontro alla tua stessa distruzione”.

Il mago ritirò la mano e Pavel avvertì come se avesse strappato il telone dove le immagini del sonno venivano proiettate. In breve tempo si ritrovò nella stalla, con gli odori tipici di una stalla, e la candela di Marivelli che lentamente tornava del suo colore normale. Prese un lungo respiro. Il cuore gli batteva all’impazzata.

“Stai bene?” chiese Samaele, avvicinandosi a lui. Il ragazzo annuì.

“Quello era Licio?”.

“Sì, era lui. Un bell’ammasso di rancore e paura”.

Samaele aiutò Pavel ad alzarsi.

“Non poteva uccidermi, vero? Nei sogni non si muore veramente” chiese il ragazzo.

“No, certo che no. Ma avrebbe potuto farti tanto male. Tanto da farti perdere la ragione. Gli incubi però hanno un grosso difetto: sono vigliacchi e basta guardarli negli occhi per farli fuggire in preda al terrore. Come ti senti adesso?”.

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Pavel si accorse di non sentire più neanche la traccia del dolore o della paura provata. Rimanevano nei ricordi, ma erano poco più che una cosa sbiadita, come una vecchia pergamena miniata lasciata al sole per giorni.

“Sto bene. È stato come…”.

“Come un brutto sogno. E infatti è quello che è stato. Solo un brutto sogno e niente di più”.

Samaele raccolse gli oggetti che aveva lasciato per terra e li pose in una borsa che aveva portato con sé.

“Mi dispiace” disse il ragazzo.

“Di cosa?”.

“Di non essere riuscito a convincerlo. Volevo dirgli qualcosa di meglio, ma l’unica frase che riuscivo a dirgli era quella”.

Samaele, che era accosciato sulle ginocchia, si girò verso Pavel portando una gamba in avanti.

“Pavel, ascolta, sono io che ti devo le mie scuse. In realtà sapevo bene che Licio non avrebbe mai e poi mai accettato la mia proposta. È troppo orgoglioso e troppo spaventato per farlo. L’ho sperato, credimi, ma il mio scopo ultimo era totalmente un altro”.

“E cioè?”.

“Guardando te, Licio ha in parte visto i tuoi pensieri. Ha saputo degli automi, di Bogatir ed è convinto che io sia arrivato a un punto morto, perché è così che ti ho lasciato intendere, ma è vero solo in parte. Presto gli automi si convinceranno che possono fidarsi di me e mi daranno appoggio. Ma ora Licio è sicuro di avere la strada spianata per i suoi piani e questo lo porterà ad accelerare i tempi e a compiere qualche passo falso, ignorando che io sono pronto a fermarlo”.

Pavel arretrò di un passo. Non era arrabbiato o deluso. Era sorpreso.

“Anche il tirocinante Marzio lo sapeva?”.

Samaele annuì, rimanendo in ginocchio.

“Mentre parlavamo, abbiamo concordato la cosa secondo un codice di gesti. Lui però è convinto tutto ciò vada contro il Codice. Non sono d’accordo, ma lo capisco. Pavel, ho fatto di tutto perché nell’eseguire questo mio piano tu non subisca danno, ma nel farlo ti ho usato come una pedina e, se facendo ciò ho perso la fiducia che avevi in me, puoi considerarti libero da  ogni obbligo nei miei confronti”.

“E cioè?”, chiese Pavel, imbarazzato da una così strana situazione.

“Se quello che ho fatto ti ha offeso in qualche modo, puoi chiedermi di non seguirmi più. Farò in modo che tu possa tornare alle tue attività di allievo senza nessuna conseguenza”.

“E se invece voglio continuare a stare con voi?”.

Samaele Sorrise.

“Allora continuerai a seguirmi come hai fatto fin’ora e ad obbedirmi come hai fatto fin’ora. Allora? Cosa scegli?”.

Pavel si girò verso la borsa di Samaele e la raccolse. Il mago capì e sorrise.

“Mi sembra ovvio. Perché dovrei tornare a consumarmi i gomiti per imparare a memoria la Regola e le formule di Iperide, quando con voi posso viaggiare verso le Altre Sfere?”.

Samaele si alzò. Il volto si fece severo.

“Attento, anch’io ho le mie regole e il mio Codice. Non ti chiedo di seguirlo, ma se vuoi comprendere la mia magia, devi almeno conoscerlo”.

Pavel strinse le labbra.

“Sono solo dieci punti, vero?”.

“Sì”.

“Allora non sarà difficile”.

“Dipende dalle persone. Ora però sono veramente stanco e voglio andare a dormire”.

Samaele rimise Solstizio dove era stato legato e poi si diresse con Pavel alla foresteria.

Salirono le scale silenziosamente e si diedero la buona notte.

Nella sua stanza Samaele si tolse i vestiti del giorno e si mise una tunica che usava per dormire. Spense la candela e si coricò. Poteva udire nell’altra stanza che anche Pavel stava facendo lo stesso. Poi si sdraiò anche lui e calò il silenzio, finché il ragazzo non sussurrò: “Maestro Samaele, mi sentite?”.

“Sì” rispose il mago, parlando un po’ più forte “ cosa c’è?”.

“Non ho ancora capito perché Marzio ha detto che quello che avete fatto va contro il vostro Codice”.

“È il secondo punto: “Sarà leale all’Uno, all’Imperatore, alla sua terra, alla sua gente, a chi è sopra di lui e a chi è sotto di lui”. Non mettendoti completamente a parte del mio piano non ti ho mentito, ma non sono neanche stato pienamente leale, secondo Marzio”.

“E secondo voi?”.

Samaele si spostò dalla posizione sul fianco nella quale si era messo e si mise a pancia in su, incrociando le mani dietro la nuca.

“Secondo te?”.

Il ragazzo invece era seduto con la schiena contro la parete. Non aveva ancora spento la luce.

“Non saprei. I maestri non ci dicono mai tutto quello che vorremmo sapere…”.

“Il punto non è questo. Pensi che ti abbia mentito in qualche modo o non ti abbia spiegato bene quale pericolo avresti corso?”.

“Be’, no. Credo di no”.

Samaele si rimise di nuovo sdraiato sul fianco.

“Allora sdraiati sul letto e chiudi gli occhi, che domani ci aspetta un’altra giornata impegnativa”.

Pavel si sdraiò, ma non chiuse gli occhi. Rimase per qualche minuto in silenzio, pensando a quello che gli era successo, poi chiese: “Maestro, già dormite?”.

“Ci stavo provando. Dimmi”.

“Perché dite che vi ricordo Licio?”.

“Perché quando l’ho conosciuto aveva circa la tua età, ma a parte questo non avete molto in comune. Tu sei molto più in gamba. Ora dormi o almeno cerca di far dormire me. Buonanotte”.

Ma Pavel sapeva che non era vero. Diverse volte aveva fantasticato sull’idea di fuggire dall’Accademia, dove era tenuto in un certo senso prigioniero, e magari vendicarsi veramente di tutti quei maestri che dall’alto dei loro scranni condannavano ogni suo errore e lo punivano a suon di frustate. Poi gli sarebbe piaciuto andare da suo padre, che l’aveva strappato dalla madre e fatto rinchiudere in quel posto.

L’idea di darsi al brigantaggio però non lo attirava. Non aveva alcuna intenzione di passare il tempo a dormire all’aperto, braccato da tutti. A lui sarebbe piaciuto essere temuto, certo, ma come si temono i nobili feudatari, a cui tutti devono chinarsi e rendere omaggio.

S’immaginò nobile a cavallo, mentre i servi della sua gleba abbassavano lo sguardo per evitare di incrociare il suo, sapendo bene che avrebbe potuto passarli a fil di spada perché non avevano pagato la gabella o perché era scontento della loro corvee, o semplicemente perché lo voleva.

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FEDERICO DE FAZI

 

L’autore del disegno del titolo è Carlo Cianflone