Orte-Civitavecchia / Civitavecchia-Orte (seconda parte)

 di FRANCESCO CORRENTI ♦

Oleandro contestato

A questo punto, in quel mio primo esame della storiografia su Civitavecchia, introducevo alcune osservazioni, che trascrivo:

[A proposito di Leandro] «Solo il Calisse parla di questo personaggio, da lui consacrato ad eponimo della platea Leandra, con riferimento ad una “tradizione”, che però non trova riscontro nei precedenti scrittori municipali, nessuno dei quali fa menzione di questa mitica figura. L’affresco vaticano della Galleria delle Carte geografiche, di cui tratteremo meglio in seguito, ci mostra una Civitavecchia ricca di cortili alberati, che trova riscontro in toponimi come Colle dell’olivo – già attestato nei disegni di Antonio da Sangallo, con un caposaldo riferito ad una “mach(i)a dello uliuo” – , via dell’Olmo, forse anche vicolo di Laura (se il nome femminile – peraltro presente nella popolazione civitavecchiese dei secoli scorsi – è una continuazione corrotta o riadattata del termine lauro, alloro). Come la romana platea populi, pur derivando da populus, pioppo, o da populus, parrocchia, è divenuta “piazza del Popolo”, è probabile che il nome di Leandra si debba attribuire all’esistenza di una pianta d’oleandro o, appunto, leandro. Di questo stesso parere è Giovanni Insolera, nel suo recentissimo ed acuto studio Iscrizioni e stemmi pontifici nella storia di Civitavecchia, Civitavecchia 1984, pag. 28.»

[A proposito dello stemma civico] «”Vollero i di lei rappresentanti – scrive l’Annovazzi (op. cit., pag. 215) –, affine di perpetuare la memoria di tanto avvenimento, assumere per regola di Blasone l’arma del comune rappresentante una Quercia in campo azzurro con due lettere iniziali O. C. poste ai due lati a piè dell’Arbore sotto cui fu preso l’ottimo consiglio di far ritorno a Centocelle, e le lettere significassero appunto il motto Optimum Consilium”. Di diverso avviso è la Commissione araldica romana (relatore Tomassetti) che, nella seduta del 20 dicembre 1897, sanziona il riconoscimento delle prerogative di antico municipio romano alla città, consentendo che lo stemma comunale sia fregiato della sigla “+ S.P.Q.C.”, analogamente a Roma: “Le lettere O. C. (…) significano Ordo Centumcellensium”. Cfr. sull’argomento la documentata opera di Vittorio Vitalini Sacconi, Gente, personaggi e tradizioni a Civitavecchia dal Seicento all’Ottocento, s.l. 1982, II. pagg. 66 e 81. n. 3, anch’essa edita per iniziativa della Cassa di Risparmio di Civitavecchia, e G. Insolera. op. cit., pagg. 27-28. Non viene, però, negata l’origine dell’albero dal luogo della leggendaria adunanza. Si consideri, allora, che il primo stemma comunale noto è quello inciso sulla lapide dei Prezzi de’ pesci, affissa nel marzo 1681, sotto il pontificato di Innocenzo XI Odescalchi. A questi anni di fine secolo si riferiscono anche le parole dell’Annovazzi (op. cit., pag. 291): “La bella fontana di Sisto V rimasta senza il suo liquido elemento, fra le altre cose che l’adornavano, aveva due leoni ed un albero scolpiti in pietra; demolitone l’edificio, i primi si trassero nella nuova fontana eretta da Innocenzo XI sull’ingresso della darsena fuori della così detta porta marina, e l’albero, come emblema della comunità di Civitavecchia, si pose ai piedi del suo palazzo sull’angolo del primo rione della città». I leoni e l’albero (un pero, con riferimento alla famiglia del papa, Peretti) sono tra i simboli ricorrenti, come vedremo, nell’iconografia celebrativa del pontificato sistino. Il collocamento dell’albero scolpito sull’angolo del palazzo comunale, all’inizio della prima strada, va in realtà riferito agli anni ‘94-’95, quando il palazzo stesso fu costruito, a seguito della riforma di Innocenzo XII sul governo di Civitavecchia. Ma già negli anni Ottanta, la leggenda dell’ottimo consiglio doveva essersi formata e consolidata nella città e non stupisce che dell’albero sistino, dimenticatane l’originaria simbologia, fosse data un’interpretazione locale, identificandolo come emblema dell’immaginata adunanza. La scarsa accuratezza della scultura, evocante forme genericamente vegetali (“broccolo” ne sarà l’appellativo popolare), ben consentiva di vedere in essa non il pero, ma una più nobile quercia, atta a riparare un numeroso consesso.»

Riprendendo, nel capitolo L’ondata saracena e la crisi della fascia costiera, la questione delle incursioni arabe (pag. 152-153, n. 239), ho precisato: «Per i motivi che esporrò più ampiamente nel testo, accolgo la tesi secondo la quale Centumcellae è stata saccheggiata dai Saraceni più di una volta. La data (813) appare sufficientemente attendibile, ove appunto si accetti la veridicità di questa prima incursione durante la vita di Carlo Magno: Eginardo, biografo dell’imperatore e contemporaneo ai fatti, può ritenersi probante (“Centumcellae civitas Etruriae per proditionem a Mauris capta atque vastata est”. Da: Vita Karoli in Monumenta Germaniae Historica, Script., II, 452), ma non mancano argomenti contrari. Il Calisse (op. cit., pagg. 59-64 e note) di tutti fa esauriente menzione, ma non approfondisce l’esame critico delle fonti e tralascia brani significativi degli stessi autori citati: resta comunque validissima la bibliografia, per un approfondimento del problema. Inaccettabile, alla luce delle diverse circostanze, è la tesi che la città sia stata, “fin dall’813” completamente distrutta, come vorrebbe il Lauer.»

Questo nome, cioè quello di Philippe Lauer, di cui avevo letto gli scritti di ricercatore presso l’École française de Rome, non era minimamente noto a quel tempo (e temo neppure oggi) tra gli studiosi di Civitavecchia, forse con un paio di eccezioni. Ne diedi quindi un breve profilo bibliografico (nota 249): «Lauer Ph., La cité carolingienne de Cencelle (Léopoli), in Mélanges d’Archeologie et d’Histoire, XX, Roma 1900. Lo studioso francese sostiene la tesi che l’813 rappresenti la data dell’unica e definitiva presa di Centumcellae. Egli ritiene che “l’église de Saint-Pierre de Centumcellae avait pu subir quelques restaurations, et il se peut qu’une partie des habitants fugitifs y soient revenus de temps à autre, sans que pour cela Centumcellae ait été définitivement repeuplé, Cencelle restant toujours l’asile des plus prudents”. Il Lauer polemizza con il Calisse (op. cit., ediz. 1898) circa il saccheggio dell’828 e, più fondatamente, contro la leggenda della rinascita della città nell’889: “Il est vraisemblable que les habitants de Léopoli ne revinrent pas à Civitavecchia tout d’un coup, mais au contraire peu à peu, au fur et à mesure que la confiance renaissait avec l’oubli des dangers passés car on sait que Cencelle n’a pas cessé d’être habité après 889”. Il Calisse (cit., ediz. 1936) replica, ribadendo le proprie tesi; v. qui n. 285.»

Anche dell’opera del Molletti – come ricordato nel brano di Toti che ho citato prima – pochi si erano occupati a Civitavecchia, per cui feci eseguire a mie spese alla Biblioteca Casanatense il microfilm dell’intero manoscritto, mettendolo a disposizione del Centro di documentazione comunale ed invitando Odoardo a curarne con me la pubblicazione per le Edizioni del C.d.u. (con copyright del Comune di Civitavecchia), come avevo programmato anche per altri “classici”: Gaetano Torraca, Jean-Baptiste Labat, Giuseppe Fati eccetera.

Riprendendo il discorso della tradizionale versione della fondazione di «”Leopoli” e del successivo presunto ritorno alla patria non obliata», ho riportato integralmente il racconto del Molletti: “Restò dunque Ciuita Vecchia distrutta, e disabitata, e gl’abbitanti dispersi per li Monti, e Selue circonvicine, iui s’accomodorno, e stiedero, finchè Leone 4. Santo Pontefice per loro refugio li fece fabricare Leopoli, Castello 12 miglia lontano dà Ciuita vecchia, chiamato poi dall’istessi abitanti Cencelle. E perche anche doppo in diuersi tempi, sì gli Vngari, come gl’Affricani tornarono ad’inuadere l’Italia con prenderla, deuastarla e saccheggiarla, soggiacè anche a questo infortunio il sudetto luogo di Leopoli onde il Popolo dell’anticha Città di Centocelle, che si era iui raccolto, e rifugiato, vedendo che Stefano 4. [da intendere 6°] Pontefice nell’anno 889 haueua in parte riedificata Centocelle, persuasi dal medesmo Pontefice, ritornarono quiui ad abitare, dicendo Andiamo ad’abitare nella nostra Ciuita vecchia, di donde nacque il nome poi di Ciuita Vecchia”. Aggiungendo: «In modo non dissimile, tutti gli altri storici civitavecchiesi ripetono la leggenda del quasi immediato ritorno dei profughi, trascinati dalla esaltante eloquenza del mitico Leandro o di papa Stefano IV. Secondo questa tradizione, peraltro relativamente recente, la nuova città di Centocelle verrebbe abbandonata dopo appena quarantacinque anni dalla sua costruzione, rivelandosi – se cosi stessero le cose – un grossolano errore urbanistico di Leone IV. Il Calisse, malgrado il rigore e la mole della documentazione portata a corredo della sua opera, è il più tenace negatore della vitalità della nuova Centocelle, preso com’è dall’atmosfera retorica del suo Discorso pronunziato in Civitavecchia a nome dell’eccellentissimo Municipio il XV agosto M DCCC LXXXIX nelle feste pel millenario della città. Egli nega la validità di quanto il Lauer ha già intuito ed insiste nell’attribuire a Civitavecchia interi secoli della storia di Centocelle. Tanta è la sua certezza e tale la sua convinzione, da fargli dimenticare che gli stessi eventi da lui indicati come determinanti le condizioni favorevoli al ritorno degli «esuli» si verificano molti anni dopo l’889. Questa interpretazione distorta (che non può neppure dirsi campanilistica, e come tale giustificarsi, perché Centumcellae, Centocelle e Civitavecchia sono sempre la medesima entità giuridica, e territoriale, in tempi e luoghi diversi), suffragata dall’autorità – in altri casi incontestabile – del Calisse, ha di fatto fuorviato per lungo tempo l’approfondimento della vera storia di Civitavecchia.

«Si deve al Signorelli, a Silvestrelli e infine a Odoardo Toti il superamento di questa impasse. Giuseppe Signorelli, in Viterbo nella storia della Chiesa, edito a Viterbo nel 1907-1909, rileva con chiarezza che la data dell’889 è prematura “se si consideri in quale stato erano le città più vicine a Roma”, e contesta la tesi del Calisse, con precisi documenti: “Ad ogni modo non deve ritenersi che la nuova città, fondata da Papa Leone per raccogliere i profughi dell’antica Centocelle, fosse abbandonata. Questa rimase sempre col nome di Centocelle e fu il centro del vescovato”, nettamente distinta dalla vecchia, lentamente risorta come Civitas vetus, Civitavetula, Civitas vegia o Civitavecchia.

Corr 4 dopo Civitavetula, Civitas vegia o Civitavecchia

«Giuseppe Silvestrelli, è l’autore di Città, castelli e terre della regione romana, opera del 1914, fondamentale per le innumerevoli notizie su tutte le località abitate del Lazio, accresciuta nella riedizione anastatica del 1970 da una appendice di aggiornamenti e aggiunte a cura di Mario Zocca. Richiamandosi al Signorelli, il Silvestrelli puntualizza la distinzione tra le due città: “Certo è – afferma – che la coesistenza, nel Medio Evo, di Civitas vetula e di Centum Celle diede luogo a molte confusioni, a chiarire le quali è indispensabile una critica sana e scevra di malinteso amor proprio cittadino. Tanto più che in ogni caso il Vescovato riunito a Tuscania era sempre quello istituito nel sec. IV nella Centum Celle romana”.

«Con una stringente analisi delle fonti, a sua volta, Odoardo Toti ha definitivamente confutato la tesi della prematura decadenza di Centocelle, dimostrando la totale distinzione tra essa e Civitavecchia, a partire dal IX-X secolo fino a tutto il XIV. Poco possiamo aggiungere all’opera del Toti, che chiarisce egregiamente l’attribuzione all’una o all’altra città dei documenti e dei fatti più ragguardevoli del periodo indicato. Dal punto di vista storico urbanistico, dobbiamo rilevare che causa fondamentale delle errate conclusioni settecentesche e ottocentesche è la mancata analisi dei motivi politici dell’attività edificatoria di Leone IV. Soprattutto l’obiettiva valutazione dei fattori esterni, che hanno determinato l’ubicazione di Centocelle non tanto come soluzione imposta dalle circostanze, quanto come precisa scelta politica di un nuovo assetto territoriale, ci convincono infatti che, per il momento, il ritorno alla città portuale è impossibile ed inconcepibile. Le conferme storiche ed archeologiche della sopravvivenza di Centocelle fino al periodo in cui la nuova situazione politica determinerà un nuovo modello di sviluppo, sono – in questo senso – accessorie ed indicative, più che altro, del successo dell’operazione leoniana.

«Sotto questo aspetto, già le prime osservazioni del Toti sui numerosi rifacimenti e modificazioni, operati in tempi successivi nelle mura urbiche di Centocelle, offrono sufficienti conferme. Possiamo aggiungere che altra prova inconfutabile della lunga vitalità della Leopoli è data dal bellissimo pavimento rinvenuto dallo stesso Toti tra le rovine d’una delle chiese cittadine: opera “cosmatesca”, databile quindi tra il XII ed il XIII secolo, il litostrato attesta che, ancora in quel periodo, vengono effettuati in Centocelle importanti lavori d’arricchimento decorativo degli edifici pubblici.»

Questo, dunque, è quanto ho scritto sulla questione delle lettere che affiancano la quercia nello stemma comunale e sulle vicende riguardanti il loro significato e quello della stessa quercia, peraltro notevolmente simile per foggia e disegno a quella dell’arma dei Della Rovere, quindi dei papi Sisto IV e Giulio II. Dello stemma di quest’ultimo, è noto, un elegante esempio – in parte danneggiato – è presente sul torrione di est-sud-est della Fortezza da lui voluta, il torrione verso Santa Marinella, detto “di Porta Romana” o “alla campagna” e dedicato a San Romolo e poi a San Sebastiano o San Bastiano.

 

Ornamenti civici

Ho curato personalmente lo studio storico, araldico e grafico per il bozzetto dello stemma da allegare alla domanda del Sindaco per riportare il blasone municipale alla foggia originaria. La domanda, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri Lamberto Dini, fu approvata con Decreto del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in data 29 dicembre 1995, trascritto nel Registro Araldico dell’Archivio Centrale dello Stato in data 22 gennaio 1996 e registrato nei registri dell’Ufficio Araldico addì 31 gennaio 1996, Reg. Anno 1995, pag. n° 114. Il decreto riporta le caratteristiche tecniche e araldiche del gonfalone e dello stemma, il cui scudo – secondo le disposizioni in vigore e diversamente dalla forma visibile in alcune vecchie rappresentazioni – deve essere, obbligatoriamente, quello detto “sannitico moderno”; cioè «uno scudo rettangolare con gli angoli inferiori arrotondati, in cui si mantenga una proporzione di 7 moduli di larghezza per 9 moduli di altezza»:

«Sono concessi alla Città di Civitavecchia, in provincia di Roma, uno stemma e un gonfalone descritti come appresso:

stemma :        d’azzurro, alla quercia di verde, fustata e sradicata al naturale, con i due rami principali decussati, accompagnata dalle lettere maiuscole romane O e C, d’oro, poste a mezza altezza del tronco. Sotto lo scudo, su lista bifida e svolazzante d’azzurro, le lettere maiuscole romane S P Q C, puntate, d’oro. Ornamenti esteriori da Città.

gonfalone:   drappo di giallo, riccamente ornato di ricami d’oro e caricato dello stemma sopra descritto con la iscrizione centrata in oro, recante la denominazione della Città. Le parti di metallo e i cordoni saranno dorati. L’asta verticale sarà ricoperta di velluto giallo, con bullette dorate poste a spirale. Nella freccia sarà rappresentato lo stemma della Città e sul gambo inciso il nome. Cravatta con i nastri ricolorati dai colori nazionali frangiati d’oro.»

Con la mia relazione prot. n° 53 del 27 novembre 1995 indirizzata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri / Segretariato Generale / Ufficio Araldico – dopo numerosi incontri e scambi di corrispondenza iniziati dai primi del 1994 –, ho trasmesso lo schizzo definitivo del gonfalone e dello stemma, debitamente firmato dal sindaco Pietro Tidei e da me stesso. In tale documento, è detto che le caratteristiche degli emblemi corrispondono a quelle approvate dal Consiglio comunale con deliberazione n° 136 deò 18 luglio 1995, relativa allo Statuto Comunale nel suo testo aggiornato. È, appunto, nell’art. 3 dello Statuto che, nella descrizione dello stemma, è riportata testualmente la frase: «Le lettere OC hanno per tradizione popolare il significato di “Ottimo Consiglio”.»

La nota inviata all’Ufficio Araldico (all’epoca diretto egregiamente dal professor Paolo Tournon), a conclusione degli studi e delle elaborazioni per definire gli elementi grafici dello stemma, chiarisce che:

«La figura della quercia riportata nel bozzetto è tratta da uno stemma civico del 1681, inciso su una lapide già restaurata nel 1771, di cui si conserva una copia del 1955. L’originale, infatti, è andato distrutto negli eventi bellici del 1943, ma ne esiste una fotografia e da essa si è ripreso il disegno dello stemma, essendo la copia moderna alquanto imprecisa. Sono stati tenuti presenti i suggerimenti e le indicazioni che codesto ufficio ha espresso nella nota del 22 aprile 1994 e nei successivi incontri con lo scrivente, che ha svolto un’approfondita ricerca sulle modifiche arbitrarie subite dallo stemma comunale nel corso degli anni, pervenendo a ricostruirne la configurazione originaria.»

Una precedente relazione, prot. n° 9 del 14 giugno 1995, da me inviata al segretario generale dottor Attilio Pecoraro aveva proprio lo scopo di comunicare l’ormai avvenuta definizione del nuovo stemma e relativo gonfalone e fornirne la descrizione da inserire nello Statuto «che il Consiglio comunale si appresta a deliberare nella sua prossima seduta».

Un Nota bene, inserito a commento della descrizione, riporta la frase sulle lettere OC ed esplicita la mia valutazione, non dell’origine della “sigla” – troppo complessa per essere illustrata in quel tipo di documento – ma della interpretazione nel contesto storico del momento. Scrivevo, infatti:

«Le lettere OC hanno per tradizione popolare il significato di “Ottimo Consiglio” (che spiega la figura della quercia) o, nell’interpretazione erudita (con le lettere invertite nella forma CO, attestata dalla “pietra del pesce” del 1681), “Centumcellensium Ordo”. Nel ricordo dell’originario toponimo latino, si potrebbe oggi dare all’OC il significato di “Olim Centumcellae”: Civitavecchia, “un tempo (anticamente) Centumcellae”. Il motto, ricalcato sul prototipo romano, significa “Senatus Populusque Centumcellensis”.»

Corr 5 dopo Senatus Populusque Centumcellensis

Dai miei appunti sul progetto dello stemma, rilevo che avevo consultato ripetutamente, sull’argomento, il gruppo di studiosi che, proprio in quel periodo, erano stati chiamati a far parte del Comitato scientifico per i beni culturali e ambientali, costituito quale supporto all’Ufficio Speciale per il Territorio e i Beni Culturali e Ambientali da me diretto e che venne poi formalizzato con la deliberazione della Giunta municipale n° 954 del 20 giugno1996. Non a caso, contemporaneamente alla procedura per il “nuovo” stemma civico, mi ero particolarmente impegnato nell’organizzazione della Commemorazione del 50° anniversario (1945-1995) della morte di Carlo Calisse. Articolata in diverse iniziative, la manifestazione fu accompagnata da mostre, da pubblicazioni e dal conio di speciali medaglie commemorative, culminando nella solenne cerimonia pubblica cittadina, svoltasi il 23 giugno 1995, alla presenza di tutti i familiari, rintracciati in Italia e all’estero. In tale occasione, dopo l’apertura dei lavori da parte del presidente del Consiglio comunale e l’allocuzione del sindaco, è seguita una conferenza del professor Luciano Osbat sulla figura e l’opera dello storico, poi il presidente dell’Associazione Archeologica “Centumcellae” Maffei ha riferito sull’influenza della Storia calissiana sulle ricerche successive, il dottor Toti ha avuto il compito di testimoniare il valore fondativo della Storia anche dopo le “correzioni” apportate dalla critica recente e, da parte mia, ho illustrato il programma degli studi proposto dal Centro di documentazione urbanistica e deliberato dalla Giunta, anche in relazione agli scritti del Calisse sugli usi civici.

Devo dire che, proprio da quel programma, si sono successivamente sviluppate ulteriori ricerche, in cui ho avuto accanto alcuni componenti del Comitato scientifico, tra cui il carissimo Giovanni Massarelli, di cui pochi giorni addietro sono ricorsi i due anni dalla scomparsa, e diversi discendenti del grande storico, giurista e senatore, con i quali si è instaurata una cordiale amicizia. Un approfondito lavoro di indagine storica, in particolare, ho avuto modo di portarlo avanti, su incitamento di Giovanni e attraverso gli archivi del Ministero degli Affari Esteri e anche documenti famigliari, su due figure unite dall’appartenenza allo stesso dicastero e da azioni benemerite compiute nelle tragiche circostanze della occupazione nazista in Francia e a Roma: il console generale d’Italia a Nizza Alberto Calisse – uno dei figli del Nostro, il terzo – e mio padre Antonino. In questa ricerca, ho avuto il piacere e l’onore di avere costante e cordiale aiuto da Carla Calisse, figlia del settimo figlio Enzo, persona, autrice e regista di squisita sensibilità, di cui ho dovuto apprendere con grande dolore, dalla voce della figlia Gioia, l’improvvisa prematura scomparsa nell’agosto del 2011.

Opinioni conclusive

È necessario, però, che io termini questo scritto con le mie opinioni conclusive sull’origine del tema araldico, avendo divagato abbastanza. Lo faccio, aggiungendo a quanto riportato delle osservazioni esposte nella prima edizione di Chome lo papa uole… una successiva ipotesi, illustrata nel 1989 al convegno di Perugia “Il rilievo tra storia e scienza” e pubblicata nella seconda edizione del 2005, ma già, precedentemente, negli atti del convegno (XY dimensioni del disegno, a. V, n° 11-12, pagg. 72-93).

Partendo dall’affermazione dell’Annovazzi sulla fontana di Sisto V Peretti, ho avanzato l’idea che l’albero fosse stato assunto come emblema civico, riutilizzando una scultura di tale fontana, «che probabilmente rappresentava in realtà non la quercia dell’adunanza ma il tipico pero alludente al cognome del pontefice». Ritenevo possibile anche che le lettere OC dello stemma derivassero da elementi presenti nella scultura con altro significato, ossia che si trattasse della «rappresentazione dell’albero affiancato dal disco solare e dalla falce lunare», il cosiddetto albero alchemico, con significati simbolici documentatamente presenti nell’iconografia sistina.

Prescindendo dalla mia ipotesi, è certo che lo stemma della quercia sradicata dai rami decussati e con il fusto affiancato dalle lettere O e C, sia stata un’invenzione degli ultimi decenni del Seicento. La pietra dei pesci, come si è visto, fu posta nella piazzetta di Santa Maria, dov’era la pescheria, durante il pontificato di Innocenzo XI, Benedetto Odescalchi, nel mese di marzo del 1681. Pochi anni dopo, la Sacra Congregazione del Buon Governo, di cui era prefetto il cardinale Giuseppe Renato Imperiali (1651-1737), provvederà anche a regolamentare la vendita delle carni e la gestione del macello. Sappiamo che Civitavecchia vedrà ancora, per vari decenni, la vigile e illuminata azione del cardinale, compreso il periodo della presenza in città del domenicano Jean-Baptiste Labat, ospite del convento di Santa Maria retto da fr. Giuseppe Maria Fati.

Sono anni di intenso rinnovamento per la città, oggetto di una vera e propria pianificazione delle opere pubbliche che ha preso l’avvio con gli interventi di Urbano VIII Barberini, è proseguita con le azioni innovative di Alessandro VII Chigi – assistito da Gian Lorenzo Bernini e Carlo Fontana – e continua con gli interventi pianificati dall’Imperiali, che  riguardano l’Infermeria presidiaria e, all’esterno, la sistemazione in terra di nuovi spalti sul perimetro della cinta bastionata (utilizzando il materiale ricavato dallo spianamento, ricordato anche dal Molletti, di alcune collinette pericolose a nord-est) e, all’interno, l’assetto de-finitivo della Piazza d’Armi, con la demolizione della doppia fontana di Sisto V e Urbano VIII, i cui materiali saranno riutilizzati dal Labat per la nuova facciata di Santa Maria. Sulla testata dei due isolati compresi tra la prima, la seconda e la terza strada verso la Piazza d’Armi, vengono costruite due palazzine per i soldati del Presidio, mentre a fianco della Rocca viene “restaurata e abbellita” la Porta Marina che immetteva nella Darsena. Infine, davanti a questa porta, è posta una nuova fontana, adorna dei due leoni che ancora oggi sopravvivono.

Possiamo supporre che Renato Imperiali abbia dato, sia pure con la sua consueta discrezione e riservatezza, qualche suggerimento per il concepimento dello stemma? Non abbiamo nessun indizio per dirlo, se non il fatto che, nei suoi soggiorni civitavecchiesi, egli alloggiasse nella casa dell’assentista Giulio Pazzaglia, perché – sottolinea il Labat – era «bella e situata nel posto più elevato della città, dove gode di aria buona e d’una bellissima vista». Se l’argomento dello stemma era in discussione da parte dei rappresentanti della comunità, conoscendo il carattere e i metodi del futuro cardinale, credo di poter supporre qualche sua influenza. Inoltre, il livello culturale della magistratura cittadina si era notevolmente elevato. Operano nell’amministrazione della comunità, oltre al Pazzaglia,  altri noti personaggi, tra i quali – per ricordarne alcuni – Giuseppe Rocchi, Arcangelo Molletti, Terenzio Collemodi, Paolo Biancardi, Giuseppe Malacrosta, Stefano Vidau, Carlo e Michelangelo Bonaguri,.

E tuttavia, non ho dubbi in proposito, credo che nessuno di loro avrebbe pensato di utilizzare il termine Ordo per indicare nello stemma civico la qualifica di municipio, con riferimento a qualche tipo di “compagnia” o di “centuria” che non aveva neppure senso a livello urbano (non conosco altre città municipali che abbiano questa denominazione nel proprio blasone) e tantomeno accostata all’emblema della quercia, in una città di mare e portuale. Ho già ricordato che Giovanni Insolera, nella sua monografia del 1984 (fu l’occasione per conoscerlo e l’inizio della nostra amicizia), cita un Ordo Mutinensis riferito ai cittadini di Modena. Come egli stesso ricorda, si hanno numerosi altri esempi, come lo splendidissimus ordo Beneventanus et honestissimus populus, l’Ordo et populus Ligurum Baechianorum, l’Ordo civitatis Aeclanensium, l’Ordo Populusque Salernitanus, ma francamente io credo che questo dato inconfutabile non renda più credibile il riferimento a tale entità per Civitavecchia, quale coltissima espressione della magistratura civica o di suoi ispiratori.

È proprio l’Ordo Centumcellensis ad essere una erudita invenzione ottocentesca, appunto del relatore Tomassetti, mentre è perfettamente plausibile che, nel concepire l’insegna civica in quel clima di nobilitazione della storia cittadina – quando anche le stesse famiglie dei Nobili Cittadini si fregiano di un’arma – abbiano ritenuto un Optimum Consilium la decisione per cui, come fu scritto tra le iscrizioni commemorative nel Palazzo Comunale:

Stephano VI romano / pulsis ab Ecclesiae ditione Saracenis / Leopolitani Cives / ad antiquam urbem rediere / quam iterum extructam / Civitatem Veterem appellaverunt.

Leandro è solo la personificazione del mito, ideata per dare un senso al nome della piazza principale della terra. La riproduzione dello stemma, questa volta con le lettere invertite, nella veduta Civita Vecchia dell’Amidei pubblicata nell’Itinerario d’Italia di Francesco Scotto del 1761, indica che l’emblema fa ormai parte dell’immagine cittadina e così la leggenda.

Anche in tempi recenti, l’Ottimo Consiglio ha dato origine a molte applicazioni, ispirate sempre alla speranza, all’auspicio, che la Città fosse retta da un Consiglio esemplare: un augurio sincero e, letteralmente, ottimista…

In questo senso, non vi furono dubbi quando, nel marzo del 1979, proposi all’Amministrazione il nome del periodico informativo – “OC / quaderni del C.d.u.” – che avrei curato e diretto per circa trent’anni. Ma già sette anni prima, la porta in cemento a bassorilievi che avevo progettata per il casale Antonelli divenuto la sede della Ripartizione Urbanistica riproduceva al tempo stesso la planimetria della Città e del Piano regolatore e lo stemma civico stilizzato, con le lettere O e C ben evidenti. Identico spirito benaugurale animò in quegli anni la fondazione di un’altra testata giornalistica, quella di Costantino forno, che, per evitare lo stesso nome della precedente pubblicazione comunale, adottò un nome assonante: “O&C – l’Opinione e il Confronto”.

Possiamo dire, quindi, che al di là degli errori cronologici e a dispetto della insussistenza storica e dell’ingenuità del mito, l’anelito ad una perfetta rispondenza dell’assemblea cittadina alla volontà popolare ed all’espressione di scelte fondanti suffragate dalla condivisione democratica abbiano alimentato e trasfigurato la vecchia leggenda in un ideale politico: lo stesso che – con magistrale sapienza pittorica – Ambrogio Lorenzetti ha rappresentato nel ciclo di affreschi trecenteschi del Palazzo Pubblico di Siena, l’Allegoria e gli Effetti del Buon Governo, posti a confronto, efficacemente, con quelli del Cattivo.

Ma qui mi fermo. Oportet concludere.

Corr 6 Oportet concludere

 FRANCESCO CORRENTI