IL RIMEDIO – 11. Eponia; – 12. Cercatori e Paladini

di FEDERICO DE FAZI ♦

11 – Eponia

La donna dai capelli di rame si incamminò lungo il cortile di terra battuta. Un giovane uomo dai capelli corvini e dal semplice vestito di foggia meridionale la salutò con un sorriso.

“Buonasera, Eponia. Come sapevate di trovarmi qui?”.

La donna camminava adagio verso Samaele, che ancora sorrideva cordialmente.

“Ho tirato a indovinare. Marzio mi aveva accennato che avreste finito di fare un lavoro verso le sei. Quindi ho pensato che sareste stato molto stanco e sareste andato a riposare nel vostro alloggio. È così?”.

Il mago annuì.

“Dov’è la piccola peste?”.

“Pavel, dite? È nella stalla insieme allo stalliere. Direi che sono amici”.

Eponia sfoggiò un sorriso di una dolcezza struggente.

“Sarei curiosa di vedere il vostro cavallo. Marzio mi ha detto che è speciale”.

Samaele porse il braccio ad Eponia, che vi si appoggiò delicatamente, per accompagnarla dentro.

Pertica stava spalando lo stallatico da una canaletta ai lati della costruzione mentre, più in là, Pavel strigliava un bel cavallo morello con una balzana bianca sulla zampa sinistra.

“Mastro Karol, posso presentarvi…” esordì Samaele.

Pertica alzò lo sguardo e rimase illuminato.

“Io… so… sono onorato di…” balbettò Pertica con il volto paonazzo, che conosceva la donna, almeno di fama.

“Anche io lo sono” rispose lei con un lieve inchino.

Pertica balbettò ancora qualcosa, mentre Samaele fulminava Pavel con lo sguardo per farlo smettere di ridacchiare.

“Buonasera signorina Eponia” salutò il ragazzo.

“E quindi questo è il vostro famoso cavallo? È davvero un bell’esemplare di frisone, ma in fin dei conti è un normale cavallo” chiese la donna, un po’ delusa.

“Che vi aspettavate?” esordì Pavel. “Che avesse gli occhi da capr…” non finì la frase perché Samaele lo bloccò di nuovo con lo sguardo.

Il mago fece un sorriso disteso.

“Lasciamo mastro Karol al suo lavoro e non importuniamolo oltre” disse, afferrando il ragazzo per un lembo del vestito.

“È stato un piacere” salutò Eponia uscendo.

Pertica abbozzò un timido saluto.

“Mi dispiace che non abbiate potuto vedere le vere sembianze della mia cavalcatura” disse Samaele una volta fuori. “Capirete che, per molte persone, quelle che noi chiamiamo meraviglie sono mostruosità”.

Eponia 2

“Perché non hanno mai visto le vere mostruosità” commentò Eponia.

“O alle volte ne hanno viste talmente tante che non sanno più distinguere” concluse il mago.

Camminarono fino a un fontanile, dove Samaele si sciacquò le mani.

“Ad ogni modo” aggiunse “mi dispiace davvero che vi siate incomodata per niente. Immagino che a breve la vostra taverna si riempirà di avventori. Pavel, lavati anche tu le mani”.

La donna sollevò l’orlo della veste per evitare che si sporcasse della fanghiglia fatta dal fontanile.

“Non preoccupatevi per i miei impegni. Nel sesto giorno c’è sempre così poco movimento che bastano i mie due garzoni”.

Samaele si asciugò le mani sulla tunica.

“E gli automi come stanno?” chiese Pavel.

“Sono taciturni, ma credo che stiano comunicando in qualche modo, perché alle volte sento come dei ticchettii…”.

“Siete molto perspicace” si complimentò Samaele. “Sareste stata un’eccellente maga”.

“Ora non esagerate” si schernì lei. “Piuttosto, Marzio vi ha detto niente?”.

“Non ci siamo detti molto. Mi è parso piuttosto provato ieri sera ma, dopo la lezione che devo tenere a breve, forse ci incontreremo di nuovo”.

“A me…” disse Eponia, stringendosi le mani sui fianchi in modo da tenere ferma la veste. “A me è parso un po’ deluso dall’incontro”.

Samaele, capendo che quella posizione era piuttosto scomoda, visto l’abito lungo indossato da Eponia, si spostò verso un parapetto che dava sul fiume.

“Capisco. Personalmente non so cosa si aspettasse da me, ma sono più che sicuro di poter chiarire tutto”.

Il mago si appoggiò al parapetto in muratura.

“Ditemi la verità, Samaele, come pensate di fermarlo?”.

Samaele aspirò profondamente l’aria della sera, poi guardò la donna con calma e non disse nulla. Lei scosse la testa.

Eponia 3

“Il vostro scopo non è fermarlo, vero? Voi volete rivederlo”.

Samaele guardò l’orizzonte. Il sole stava tramontando.

“Maestro Samaele” lo chiamò il ragazzo intirizzito. “Farete tardi alla lezione”.

Il mago si alzò, dirigendosi verso la porta della foresteria.

“Io non voglio fermarlo, Eponia. Io voglio salvarlo”.

“Da cosa?” chiese lei con veemenza. “Da se stesso? Non pensate di aver già tentato abbastanza?”.

Samaele sorrise di un sorriso largo e trasognato, strano viste le circostanze.

“Non si salva nessuno da se stesso, buona donna. Ma dalla paura, dalla solitudine e dal dolore sì”.

“Un uomo che fa cose come quelle che ha fatto quello che ancora definite fratello, non sente niente di tutto ciò. Chi fa quello che fa Koschmar non sente più nulla”.

Samaele si avvicinò alla donna con il sorriso trasognato di prima.

“Allora sono solo un illuso, come questi Maghi azzurri, che credono di poter trovare rimedio a tutto tranne che alla morte. Andiamo, Pavel”.

I due salutarono Eponia ed entrarono nella foresteria.

Samaele si cambiò e si fece aiutare a mettersi gli ingombranti e opulenti vestiti che Marzio gli aveva prestato.

“Non vi mettete la tenuta dell’altra volta?” chiese il ragazzo.

“No, non avrebbe senso. L’ho indossata la prima volta perché volevo ribadire che quel lavoro era opera dei Maghi dei nodi, ma una volta chiarito questo, va bene anche vestirsi com’è d’uso tra chi ti ospita. Sono uno che parla tanto, ma non mi è mai piaciuto ripetermi”.

Il ragazzo strinse le stringhe sul retro del giustacuore.

“Comunque lo trovo ridicolo” commentò il mago. “Meglio andare in giro come un boscaiolo che con questa roba”.

Pavel rise.

“Siamo piuttosto allegri oggi” notò Samaele. “Sono state le frittelle betene o l’aver passato la giornata a trafficare tra inchiostri e fogli di pergamena?”.

 Il ragazzo smise di ridere. Samaele sorrise, prendendo la giornea.

“Guarda che mi fa piacere che tu sia così allegro. L’allegria è una cosa importante per un mago dei nodi”.

“Io non sono un mago dei nodi” disse Pavel, porgendogli la giornea.

“E allora? È vietato ridere tra i Maghi azzurri?”.

“Il maestro anziano Degno delle Arnie dice che la risata corrode l’animo e sfigura il volto”.

“Degno delle Arnie morirà annegato nella sua bile” decretò Samaele.

“Gialla o nera?” chiese Pavel, abbozzando un sorriso.

“Che io sappia la bile è verde e basta, ma l’esperto guaritore sei tu. Io al massimo so fare un decotto per  far abbassare la febbre”.

“Penso bile gialla” disse allora Pavel, sentendosi incoraggiato a continuare. “Delle Arnie ha un temperamento collerico e sulfureo, quindi…”.

Visto che la conversazione stava prendendo una piega sgradevole, Samaele la interruppe con un: “Forza, usciamo di qui, che è tardi” e spinse il ragazzo fuori dalla camera.

“Maestro Samaele” lo chiamò Pavel, mentre il maestro dei nodi lo sospingeva.

“Che c’è?”.

“Io non posso partecipare alla lezione”.

“Ah, già, giusto. Be’ qualcosa ci inventeremo”.

Lungo il corridoio che portava alla sala dove si tenevano le lezioni, incontrarono Marzio trafelato.

“Samaele, è tutto pronto e i maestri ti aspettano. Che è successo?”.

“Niente, ho avuto difficoltà a cambiarmi il vestito”.

“Potevi rimanere vestito da mago dei nodi. Penso che ormai ci abbiano fatto l’abitudine”.

“Ogni tanti mi piace variare” rispose Samaele.

Marzio sbuffò accelerando il passo.

“Certo che sei strano forte! Dài, muoviamoci, che i maestri si stanno innervosendo”.

“E Pavel dove lo mettiamo?”.

Marzio si fermò, fissando il ragazzo. Serrò la mascella, poi la rilasciò e disse: “Mi darà una mano col proiettore. Se farà come dico io, non se ne accorgerà nessuno”.

Il volto del ragazzo si illuminò.

“Samaele, tu entra per primo” pianificò il mago azzurro. “Quando avrai attirato l’attenzione dei maestri, noi entreremo dal lato. Nella penombra non dovrebbe essere un problema passare inosservati”.

“Come ai vecchi tempi, insomma” commentò Samaele.

“Sì, più o meno” concluse frettoloso Marzio. “E tu” disse, rivolto a Pavel “non mettermi nei guai”.

Samaele poggiò la mano sulla spalla del ragazzo e disse: “Andrà benissimo”.

Eponia 4

12 – Cercatori e Paladini

Il fuoco ardeva vivace nel braciere della sala comune. Nadia, allegra, porse a Samaele un involto di panno. Il mago sapeva che dentro si trovavano alcuni suoi vestiti, odorosi di bucato.

Marzio, esausto, si tolse il cappello con tanta foga che gli si sfilò anche la cuffia. Il copricapo, poggiato sul tavolo senza attenzione, scivolò fino a cadere sul pavimento. Pavel lo raccolse.

Samaele ringraziò la donna per il servizio e chiese gentilmente a Pavel di portare il bucato in camera sua.

“Permettetemi di aiutarvi in cucina, signora Nadia” disse Samaele.

“Con quei vestiti?” Rise la donna. “Credo che chi ve li ha prestati vi ucciderebbe se si macchiassero”.

“Vero” confermò Marzio.

Samaele si tolse rapidamente la giornea, poggiandola su una sedia e girò le spalle a Nadia.

“Se mi aiutate con questa roba non ci sono problemi”.

La donna, ridendo, allentò le stringhe del giustacuore, consentendo a Samaele di toglierselo, piegarlo e poggiarlo sulla sedia.

“Dalle mie parti questi cosi si allacciano solo sul davanti” commentò Samaele.

“Dalle tue parti c’è poca gente grassa” chiarì Marzio.

Samaele, vestito della sola tunica e un paio di braghe lunghe, si mise sull’attenti e porse il braccio alla donna con fare cavalleresco.

“Signora, siate così gentile da guidarmi nel vostro regno”.

La donna, sempre divertita, non poté dire di no.

Eponia 5

Quando Pavel scese le scale, trovò Marzio con gli occhi socchiusi e la testa reclinata in avanti.

“Dov’è il maestro Samaele?” chiese subito.

Il mago azzurro, muovendo appena la testa rispose: “In cucina con la cuoca. Sembra che ci voglia servire lui la cena”.

Il ragazzo rimase immobile, finché Marzio non gli disse: “Coraggio, siediti. Oggi serve Lontra”.

“Perché?” chiese lui sedendosi.

“È un mago dei nodi”.

“E allora?”.

Marzio si sedette più composto.

“Quando un ragazzo sceglie di entrare nei Maghi dei nodi, si impegna a seguire un codice”.

“Come la nostra regola?”.

“Sì, ma è molto più semplice. Sono solo dieci punti. Ce ne è uno che dice, più o meno: sarà riparo e sostegno per i deboli, difesa degli indifesi e servitore del prossimo”.

Nel pronunciare quella formula, Marzio ebbe un inaspettato moto d’orgoglio.

“E anche voi avete seguito questo codice?”.

“Lo seguo ancora” disse istintivamente Marzio, notando con l’occhio il vestito di Samaele affastellato sulla sedia. “Anche se non alla lettera come fa Lontra”.

Il mago azzurro si alzò, si avvicinò al mucchio di vestiti e iniziò a piegare la giornea.

“E che cosa dice questo codice?”.

Marzio prese la giornea per la metà del lato lungo e poi la distese  e fece quindi combaciare gli angoli così formati con una mossa abile.

“Hai presente le storie dei paladini di Ruggero il Grande, che erano sempre cortesi, veritieri, leali eccetera? Più o meno dice quelle cose” rispose, piegando ulteriormente la giornea.

“Sono solo leggende quelle dei cavalieri che salvano fanciulle in pericolo dai draghi” obiettò Pavel.

“Vero. I draghi non esistono” controbatté Marzio. “Ma girare per Surransia aiutando chiunque ce lo chiedesse, sapendo che tutti si sarebbero fidati di noi perché dicevamo sempre la verità e portavamo a termine quello che iniziavamo, ci faceva sentire un po’ come quei cavalieri. Ed era davvero bello”.

Marzio aveva gli occhi sognanti, ricordando i bei momenti passati di un tempo gioioso. Ma Pavel aveva assunto un tono canzonatorio.

“Be’, certo, i boscaioli che fanno bene il loro lavoro e non cercano di fregare sul tagliato sono sempre bene accetti”.

Eponia 6

Marzio poggiò l’abito piegato sulla sedia, senza dare retta alla battuta di Pavel.

“Anatra, raccontagli di quella volta che tu e la tua casa avete inseguito un gruppo di sileni antropofagi per cinquanta miglia nei boschi intorno a Roccarossa” a parlare era Samaele, che poggiò una pesante pignatta sul tavolo.

“Casa?” chiese Pavel.

“È una squadra di Cercatori” rispose Samaele “che sarebbero Maghi dei nodi più o meno della tua età. Marzio era capo della casa degli Aironi, mentre io dei Lupi. Inutile dirlo che noi Lupi eravamo i migliori”.

“Sì, come no!” rise Marzio. “Intanto i sileni li abbiamo trovati noi”.

“E chi ha trovato la lamia che li guidava?” controbatté Samaele sorridendo.

Nadia sbucò fuori dalla cucina.

“E che sarebbero questi sileni?” chiese.

“Noi li chiamiamo anche satiri o fauni. Sarebbero come dei trold, ma più piccoli e con le corna sulla testa. La lamia invece è una specie di driade che i Beteni chiamano volva”.

Nadia strabuzzò gli occhi.

“Volete dire che voi da ragazzi davate la caccia a diavoli e streghe come fanno i Monaci Cacciatori!?”.

Eponia 7

Disegno di Andrea De Fazi

Samaele arretrò imbarazzato.

“Be’, più o meno. Noi li abbiamo solo trovati, poi il resto del lavoro l’hanno fatto un gruppo di raminghi e maestri”.

Samaele fece cenno a Nadia di sedersi, perché avrebbe fatto lui le porzioni della minestra.

“E che hanno fatto?” chiese Pavel.

Marzio fece un lungo sospiro. Samaele continuò: “Fu una dura lotta, ma alla fine siamo riusciti a imprigionare tutti i sileni. Credo che non ne sia morto nessuno”.

“Uno” puntualizzò Marzio. “Si spezzò il collo cadendo da una scarpata”.

Samaele versò la minestra in una ciotola e la porse all’amico.

“Ah, sì, povero diavolo. Si fece prendere dal panico e corse nella direzione sbagliata. Gli altri però furono più intelligenti”.

“E che fecero?” chiese Nadia.

“Si arresero e accettarono le nostre condizioni, vale a dire che non avrebbero attaccato le carovane dei mercanti e in cambio nessuno avrebbe cercato di lanciargli contro frecce, quadrelli o sassi. La cosa l’hanno accettata di buon grado, visto che la milizia di Roccarossa voleva massacrarli tutti. In più ci offrimmo di dare loro da mangiare qualora avessero avuto fame”.

“Tutto qui?” chiese Pavel deluso. “Non li avete uccisi? E la driade?”.

“I sileni” spiegò Marzio “ di norma non uccidono l’uomo e di solito si accontentano di mangiare piccoli rettili, insetti, insieme a bacche e funghi che per noi sarebbero velenosi”.

“Se poi pensate a quelle storie che vanno nei villaggi a molestare le donne” continuò Samaele “sono cose che succedono quando si uccidono tutte le lamie”.

Nadia sbuffò.

“Bah, strano modo di trattare con i demoni. Adesso capisco perché avete tanta pazienza con questo diavolo qui” .

Pavel si rabbuiò, ma nessuno a parte Samaele ci fece caso. Da parte sua il mago si limitò a sedersi di fronte al ragazzo.

A differenza dell’ultima volta che aveva mangiato alla foresteria, Marzio mandò giù la zuppa con la calma di quelli a cui la stanchezza ha chiuso lo stomaco. Samaele invece sembrava di umore più allegro e mangiò con un certo appetito.

“Cara signora Nadia, credo che rimpiangerò la vostra cucina quando sarò tornato ad Antilla”.

“Quanto tempo pensate di trattenervi ancora?” chiese la donna.

Il mago ristette pensieroso, mantenendo comunque la sua espressione allegra.

“Probabilmente mi tratterrò fino al dì del Sole”.

“Be’” fece Nadia, mandando giù un abbondante cucchiaio di minestra. “Speriamo che l’inverno non venga prima del prossimo quinto giorno. Sarebbe l’ultimo momento utile per comprare qualcosa”.

“È giorno di mercato? Immagino che ci sarà parecchia confusione” dedusse Samaele.

“Una bolgia infernale, come direbbe quel poeta serunese” disse Marzio, dando sfoggio di una non  scontata conoscenza delle produzioni letterarie più recenti. “E non ti dico durante l’equinozio di primavera! Arrivano mercanti beteni, gevenani, vesperansi e chi più ne ha più ne metta. Conta che le baracche che hai visto lungo il fiume vengono abbattute per fare posto ai mercanti”.

Eponia 8

“Molto lavoro per le locande locali”.

Marzio capì che Samaele alludeva a Eponia.

“Al Luccio e il Grifone dispongono dei pagliericci all’interno del refettorio”.

“Accidenti!”.

Parlarono ancora un po’ dell’inverno alle porte, del raccolto scarso e del timore di trovarsi la città invasa da contadini affamati prima delle calende di Antilio, vale a dire prima dell’inizio della primavera. Nadia maledisse con un rito apotropaico beteno Koschmar e i suoi uomini, che avevano così terrorizzato la regione, mentre Samaele pensò se non fosse stata anche colpa di un’estate calda e secca e delle grandinate primaverili che avevano colpito la regione durante quell’anno.

Pavel notò che sia Marzio che Samaele gesticolavano vistosamente da quando si erano seduti, cosa che a tratti sembrava comica. Doveva essere, pensò, un’abitudine delle genti del Sud.

Terminato il pasto, la cuoca si alzò e iniziò a impilare le ciotole. Samaele si offrì di nuovo di aiutarla ed entrò con lei in cucina.

Pavel rimase in silenzio, guardando il tirocinante anziano.

“Com’è andata la giornata?” chiese Marzio.

Il ragazzo inclinò la testa da un lato. Sulla bocca gli si disegnò un sorriso.

“Ho sentito che Samaele ti ha concesso di aiutarlo con i copisti”.

Annuì.

“Ti ha spiegato qualcosa di quegli incantesimi? Hai capito qualcosa?”.

Scosse la testa.

Marzio capì che la situazione era imbarazzante. A Pavel non era concesso accedere alla conoscenza del grimorio di Samaele, ma di certo il ragazzo doveva aver capito qualcosa, sentendo le spiegazioni del mago o leggendo dai fogli copiati dagli incisori.

Era prerogativa dei Maghi dei nodi rendere le cose più complicate estremamente semplici da capire e Samaele, benché possedesse un atteggiamento decisamente più cattedratico della maggior parte dei suoi confratelli, non era da meno.

I due rimasero quindi in silenzio finché non rientrò Samaele stanco e intirizzito per essere stato fuori a prendere l’acqua per lavare le stoviglie.

“Sono stanco morto!” disse il mago dei nodi, accingendosi a salire le scale.

“A chi lo dici!” rispose Marzio.

“Mi metto qualcosa di asciutto addosso e sono da voi”.

Tornò dopo pochi minuti avvolto nel mantello a ruota e si sedette accanto a Pavel, di fronte a Marzio.

“Che sonno!” sbadigliò. “Facciamo in fretta il punto della situazione e andiamo a dormire”.

“Il punto?” chiese Pavel.

“Ho parlato con Bogatir” continuò Samaele senza badare all’interruzione, accompagnando le parole con una serie di gesti articolati. “Non mi ha detto niente di preciso, ma intuisco che, qualora Licio si facesse vivo, farà in modo da tenermi fuori dalla faccenda. Buffo, visto che siamo stati noi a metterlo a parte dei nostri piani”.

Marzio assunse un’espressione preoccupata e con la mano fece un gesto nervoso.

“Non sbagli. Gli hai dato l’impressione di essergli d’intralcio. Penso che tema che gli impedirai di uccidere Koschmar”.

“Ovvio che glielo impedirò” disse Samaele rigido, ma subito dopo fece un gesto conciliante con il braccio. “E gli automi?” chiese poi, massaggiandosi le dita della mano destra.

Marzio irrigidì le dita tozze, facendo percorrere alla mano un movimento prima verticale e poi orizzontale con espressione preoccupata.

“Non ci aiuteranno. Non credo che vogliano collaborare in alcun modo. Ti hanno lasciato solo, Lontra”.

Samaele annuì chinando il capo.

Eponia 9

“Allora non ho scelta. Temo che dovrò andarmene un’altra volta con la coda tra le gambe e sperare che Licio si distrugga in fretta con le sue mani”.

Marzio strinse i pugni delle mani e poi fece combaciare gli indici.

“È stata una giornata dura per tutti. Ma sono più che sicuro che la notte ci porterà consiglio” disse infine.

“Già. Pavel, per favore, andresti a controllare la stufa di sopra? Io ti raggiungo subito”.

“Va bene” disse il ragazzo sbadigliando. Fece per salire le scale, ma si fermò a metà.

Samaele e Marzio stavano parlando. Discutevano a bassa voce nel loro dialetto ricco di vocali aperte e chiare, scandendo le sillabe come fossero metronomi. Parlavano troppo animatamente perché Pavel potesse capire qualcosa. Solo alla fine riuscì a cogliere le parole di Marzio: “È pericoloso e contrario al Codice”.

Al che la risposta di Samaele: “Hai un’alternativa? … Bogatir non può farcela … mi prenderò io le responsabilità”.

“È questo che mi preoccupa” disse infine Marzio andandosene.

Pavel udì Samaele sbattere il pugno contro il tavolo e muoversi verso di lui. Si affrettò a salire le scale.

Il mago entrò nella sua stanza rabbuiato. Quando il suo sguardo incrociò quello di Pavel, si addolcì sorridendo.

“Perdonami, mi ero ripromesso di mantenermi positivo almeno in tua presenza” disse.

“Le cose si mettono male?”.

Samaele scrollò le spalle.

“Non sono mai state messe bene, fratellino, ma non ha senso angustiarsi per quello che non si può cambiare. E poi lo dice anche il Codice di accettare le prove che incontriamo nella nostra vita con pace gioiosa, eccetera, eccetera…”.

Anche Pavel si rattristò.

“Quindi avete fatto questo lungo viaggio per niente”.

“Questo lo ammetterei solo sotto tortura. Ho rivisto un caro amico e ho conosciuto la sua incantevole fidanzata di cui ho tanto sentito parlare, ho visitato una città che non avevo mai visto prima, dimostrato per l’ennesima volta che anche i Maghi dei nodi hanno qualcosa da insegnare a quelli dell’Est e, per ultimo, ma non certo per importanza” disse, scompigliando i capelli tagliati a scodella di Pavel “ho conosciuto un nuovo amico, che è davvero un tipo in gamba. Forse un po’ troppo spavaldo e altezzoso, ma senza dubbio in gamba”.

Pavel sorrise. Il mago si rivolse a lui con occhiata complice.

“Anche se a volte origlia un po’ troppo”.

Il ragazzo si ritirò istintivamente, ma Samaele sorrise ancora e disse: “Tranquillo, non fa niente. Vuoi sapere di che cosa discutevamo?”.

Pavel non si mosse. Samaele, senza attendere la sua risposta, continuò: “Pensavo di fare un ultimo tentativo per cercare di convincere Licio a fermarsi, ma è una cosa un po’ folle e, come dice Marzio, non proprio in linea con il Codice”.

“Volete usare un qualche sigillo adico?”.

Samaele si grattò col pollice il mento, dove stava cominciando a spuntare un po’ di peluria.

“Il Ponte di Tahak. L’idea è quella”.

“Come funziona?”.

Samaele prese il grimorio e lo aprì su una pagina dove si trovava disegnato un rombo circondato e composto da glifi adici di vario tipo. Pavel rimase colpito nel vedere quelle scritte così fitte e strane. Fu come una vertigine, quasi come se stesse guardando dentro un pozzo sul cui fondo quei simboli, alcuni curvilinei e astratti, mentre altri chiaramente ideogrammatici, simili a figure stilizzate, sembravano ballare una danza folle priva di ritmo.

Il ragazzo sapeva che quello era dovuto al lieve eco del mondo del Sogno che quelle immagini contenevano.

Eponia 10

“Tutto bene?” chiese Samaele, vedendo che Pavel stava ondeggiando lentamente.

Il ragazzo si scosse.

“Sì. È strano… ‘stamattina non era così forte”.

“ ‘Stamattina non eri vicino al mondo del Sogno come sei ora”.

“Qui c’è scritto che bisogna essere in quattro per eseguire il Ponte”.

“ Di norma sì, ma sono abbastanza potente da gestire il Ponte da solo… Be’, non proprio da solo”.

Samaele poggiò il sigillo sul letto. Pavel ebbe l’impressione di trovarsi in bilico nel pozzo. Gli sembrò quasi di sentire la musica dissonante a cui ballavano gli esseri fatti d’ombra e simboli nelle profondità, da cui proveniva un odore indefinibile di follia.

“Funziona così: l’oniromante che guida si mette su  uno degli angoli più vicini. Questo per l’esattezza. Lui compie la parte attiva del viaggio, definendo la rotta e la destinazione. Se volessimo fare un paragone con una nave, lui sarebbe il capitano. Poi c’è il cosiddetto vettore, che ha il compito di sognare e di ospitare l’oniromante nel suo sogno. Sempre secondo il paragone di prima, il vettore è la nave con cui si compie il viaggio. Agli angoli più distanti ci sono invece i navigatori. Essi si occupano di assicurarsi che l’oniromante non perda la strada e che il sogno del vettore sia coerente con le richieste dell’oniromante. Loro sono il nocchiero e il nostromo della nave. Attraverso questo ponte un oniromante può mettersi in contatto con i sogni di un’altra persona in qualunque luogo si trovi, a patto che questa stia dormendo e che l’oniromante e le due guide sappiano come trovarla”.

Eponia 11

Pavel guardò preoccupato Samaele. Sentiva come se un vento rovente e gelato al tempo stesso lo spingesse nel pozzo.

“Ma noi siamo solo in due”.

Samaele chiuse il libro, chiudendo anche il pozzo. Tornò la stanza, il letto e il calore della stufa. Gli odori erano quelli della saponata, del poco fumo uscito dalla stufa e del legno.

“È questo il problema. Posso gettare lo stesso il Ponte, se il mio vettore è una persona che io sento affine a quello che sto cercando. Pavel, se tu sarai il mio vettore, potrei facilmente trovare Licio e parlargli”.

Pavel fece due respiri brevi e profondi.

“Qui c’è scritto che i partecipanti devono prendere delle droghe…”.

Samaele poggiò la mano sul libro chiuso come per impedire che si riaprisse.

“È così solo nella teoria. Nella pratica ci sono stregoni e streghe che possono entrare e uscire dal mondo del Sogno solo volendolo e io so fare altrettanto”.

“Avete il Marchio dell’Incubo?” chiese il ragazzo. Lo chiese sussurrando, come se a pronunciare quella parola compisse un peccato talmente grave da aprire le porte infere.

“Sì. I Beteni chiamano così la profonda affinità con il mondo del Sogno. Se fossi nato in Betenia sarei stato costretto a diventare monaco cacciatore o sarei finito bruciato su una pira. Se la cosa ti mette a disagio, la nostra conversazione finisce qui”.

Ma Pavel sorrise: “La mia nutrice mi diceva sempre che se non facevo il bravo sarebbe venuto uno stregone del Nord o un incubo a portarmi via”.

Samaele ricambiò il sorriso.

“Hai dormito vicino a un incubo e non è successo niente. Adesso ascoltami bene” disse, poggiando le mani sulle spalle del ragazzo. “Sono stato io a far sì che tu percepissi il pozzo poco prima. L’ho fatto perché ti rendessi conto che si tratterà di un viaggio pericoloso e che potrebbero succedere cose che ti faranno sentire come se toccassi i limiti della follia. Io farò di tutto per impedire che non ti succeda niente di male, ma non esistono cose prevedibili quando si viaggia nelle Sfere di Fuori. Se tu mi dirai che non vuoi aiutarmi in quest’impresa, non ci sarà nulla di cui vergognarsi, né io ti rimprovererò mai di averlo fatto, quindi…”.

“Va bene” lo interruppe Pavel.

“Va bene cosa?”.

“Va bene. Iniziamo”.

“D’accordo, ma sappi che potremo fermarci in qualsiasi momento”.

FEDERICO DE FAZI

(Il disegno nel titolo (immagine a destra) è di Andrea De Fazi)