Perché resto nel Partito Democratico ?

di PIERO ALESSI ♦

La mia esperienza politica affonda le sue radici dentro il Partito Comunista Italiano già attorno alla metà degli anni ’70. Per essere più precisi nella sua organizzazione giovanile. Venni attratto da una forte struttura organizzata che trasmetteva il senso di una comunità protesa verso un sostanziale cambiamento della società, della quale erano evidenti i limiti, le contraddizioni, le forti diseguaglianze sociali. Inoltre, ero un adolescente immerso dentro un “universo giovanile” che risentiva ancora delle turbolenze, e delle passioni non esauste, esplose in tutto il mondo,  con il 1968. Il PCI ragionava  e si divideva al proprio interno con discussioni e dibattiti anche laceranti attorno ad una ipotesi che trovai affascinante, quanto elementare e immediatamente comprensibile. E’ la forza della semplicità. Quella semplicità che arriva subito al cuore e alla mente delle persone. Era quello che passò alla storia con la definizione attribuita da altri con scopi dispregiativi e mai del tutto apprezzata dai suoi stessi proponenti, di “ Compromesso Storico”.

Di cosa si trattava? Il progetto era di costruire le condizioni perché correnti di pensiero che avevano valori comuni ma che sino a quel momento si erano anche vivacemente combattute trovassero le modalità per incontrarsi e fare fronte comune.  Il PCI si rivolgeva ai socialisti e ai cattolici progressisti perché ci si adoperasse nella direzione dell’unità. Per alcune di queste forze  si trattava di ricomporre, sia pure in termini di unità d’azione,  drammatiche fratture ( penso alla scissione di Livorno del 1921, quando la costola comunista si staccò dal Partito Socialista Italiano), e ad altri veniva rivolto un invito a scoprire ciò che poteva unire. Perché questo progetto? La dico in breve ed utilizzando per comodità e maggiore comprensione categorie del ‘900. Si voleva portare al Governo del Paese uno schieramento progressista che affrontasse un serio piano di riforme economiche e sociali a tutela dei settori più umili ed avviasse un cammino di modernizzazione, ampliando l’orizzonte dei diritti civili. Era, inoltre, l’argine che veniva proposto ad ogni tentazione autoritaria e alla aggressività della destra politica.

Questa dunque è l’idea che mi ha conquistato e per la quale con tutta la coerenza di cui sono stato capace mi sono battuto. Poi la storia è nota. Terrorismo, Brigate Rosse, rapimento ed assassinio di Moro. E poi ancora caduta del muro di Berlino nel 1989 e crollo dei regimi autoritari, sedicenti campioni del socialismo reale. Quindi, in Italia esplode il fenomeno passato alle cronache con il nome di “ mani pulite”; si sciolgono e si ridefiniscono molti dei  partiti che sino a quel momento avevano costituito il panorama politico e parlamentare.

Nel 1991 il PCI esaurisce la propria esperienza e nasce il PDS. Quella scelta non verrà condivisa da una parte che darà vita alla esperienza di Rifondazione Comunista. Nel 1998 il PDS diverrà DS ( Democratici di Sinistra) e nel 2007 dalla fusione dei DS e della Margherita nascerà il PD. Anche Rifondazione Comunista andrà incontro a trasformazioni e divisioni che daranno vita nel 2009 a Sinistra Ecologia e Libertà che poi diverrà Sinistra Italiana.

Solo a ripercorrere questa storia recente di separazioni, di grandi e piccole scissioni viene la nausea da mal di mare e si è presi da una certa sofferenza. In realtà si rafforza la convinzione che questo percorso accidentato non abbia prodotto nella società quella spinta rinnovatrice che era nelle primarie intenzioni e le condizioni delle persone che si volevano rappresentare non ne abbiano tratto alcun giovamento.

Dopo questa lunga e ahimè noiosa premessa veniamo ai giorni nostri e alle vicende che hanno riguardato il Partito Democratico e a quella che si è chiamata impropriamente scissione.

Ciò che era avvenuto e che aveva visto tentativi di unione e altrettante operazioni di divisioni ha avuto in comune un terreno progettuale di incontro o di scontro.

Questo è del tutto mancato nella discussione alla quale abbiamo assistito.

Per quanto mi riguarda non ho mai vissuto con gioia le separazioni ma ne ho sempre compreso le ragioni.

In questa circostanza confesso tutto il mio sconcerto, il mio stupore e la mia totale incapacità di cogliere  il progetto in forza del quale si sarebbe consumata la scelta di alcuni di separarsi ed uscire. Non parlo di scissione perché questa, come nel passato, deve potersi interpretare sulla base di precise scelte strategiche e non tattiche. Non mi riferisco a opzioni politiche  che possono essere diverse, su questo o quel provvedimento legislativo. Mi riferisco a scelte valoriali. Se c’erano non le ho colte. Il confronto mi è apparso del tutto fuori contesto.

La Sinistra  e il fronte progressista dovrebbero discutere della riapertura della corsa agli armamenti avviata da Trump e dalle sue politiche, che vogliono costituire un punto di riferimento per le varie destre del pianeta, comunque si chiamino. D’altra parte anche Putin, con l’idea di tornare , alla “grande Russia” gli fa eco, minacciando pesanti ritorsioni e paventando l’apocalisse. Penso ancora alle intollerabili condizioni in cui versa gran parte dell’umanità ( fame, sete, guerre etc. etc.). E, continuando, alla fragilità di un progetto europeo che comunque, con tutte le sue contraddizioni, ha garantito quasi un secolo di, mai scontata,  pace tra le nazioni di questa parte del mondo. Per venire al nostro Paese forse dovremmo appassionarci alle non facili soluzioni da proporre, per offrire protezione ai più deboli; a coloro che nel mondo del lavoro, e ancora di più fuori da esso, soffrono gli effetti di una crisi economica ormai decennale.

Non si è discusso di questo e comunque il confronto non è avvenuto, e troppo raramente avviene, con la predisposizione ad ascoltare le posizioni dell’altro, allo scopo di  trovare una sintesi ed una composizione .

Non è tempo si separazioni. Non è tempo di anteporre questioni di gruppo agli interessi generali. Non è tempo per il fronte progressista di ulteriori fratture. Oggi è più che mai il tempo per trovare le ragioni di una visione condivisa. Oggi è più che mai il tempo per individuare valori fondamentali comuni e mettere da parte le liti condominiali per altre meno pericolose stagioni. Oggi è il tempo di scongiurare la catastrofe verso la quale i vari sovranismi e populismi ci spingono. Oggi è il tempo nel quale evitare che grandi masse popolari subiscano, come in altri periodi storici, quel fascino indiscreto e drammatico dei totalitarismi e della destra più reazionaria.

E , di fronte a questa prospettiva, a questa posta in gioco, a questo livello della discussione avrei dovuto lasciare il PD, cioè quella forza che ad oggi per i valori di fondo, il radicamento sociale e robustezza di consensi può rappresentare il più sicuro argine alle peggiori derive?

No, grazie. Non ci ho pensato un solo minuto.

In primo luogo il PD ha una “ carta dei  valori fondamentali” che io ho condiviso. Vi possono essere politiche che in qualche aspetto non trovo coincidenti con quei valori. In tal caso sono pronto a dare battaglia all’interno per affermare quella che io ritengo, ma non è detto che sia, la strada giusta. Così si fa in una organizzazione democratica. Bisogna essere capaci di essere minoranza ma al tempo stesso dico che bisogna anche essere capaci di essere maggioranza. Non si può da un lato prevaricare e dall’altro esercitare forzature. La capacità di ascolto e di mediazione deve prevalere se ciò che si ha nella mente non è una misera battaglia di posizione ma si ha sempre chiaro il contesto nel quale si opera e i valori che dovrebbero guidare i nostri comportamenti.

Per ciò che mi riguarda trovo coerente con i miei anni giovanili continuare a perseguire dentro al PD quella idea che mi fece incontrare il  PCI di Berlinguer. La storia non percorre strade dritte e quasi mai prevedibili. Così ho appreso quanto sia spesso arduo e complicato riconoscere nelle idee degli altri quel sottile elemento che rende possibile camminare e progredire assieme.

Infine, resto nel Partito Democratico! Non sosterrò la candidatura di Renzi a Segretario. Non l’ho mai sostenuto del resto. E’ una ragione di più per rimanere. Si può convivere nello stesso Partito anche con visioni diverse della società e persino proponendo ricette e approcci diversi.

Sosterrò Andrea Orlando.

Confesso che se non fosse emersa la sua candidatura avrei avuto difficoltà a sostenere altri

Ciò nonostante sarei, per tutte le ragioni esposte, sia pure, lo riconosco, in maniera confusa, rimasto nel PD.

PIERO ALESSI