I SUOCERI ALBANESI

di LUCIANO DAMIANI ♦

Ogni tanto capita di andare a Teatro ed essere sorpresi, non tanto dalla pièce in se, dalla sua intierezza, ma quanto dal fatto che i temi stimolati ti sono tutti interessanti. E’ così è stato per “I suoceri albanesi”, commedia rappresentata al Traiano nel primo weekend di marzo.

Il marito/padre Lucio politico progressista assessore (o consigliere?) comunale, interpretato da Francesco Pannofino, esordisce sulla scena con le prove di un discorso da “rappresentare” come fosse a teatro, durante il consiglio comunale che si sarebbe tenuto di li a un’ora un’ora e mezza. Prove di un intervento sul tema migranti e accoglienza contro un invisibile esponente di una qualche non definita destra. Niente di speciale, sia chiaro, tutti preparano i propri discorsi, anche i meno importanti. Ma quel “recitare” restituisce, stimola l’idea della politica come una sorta di “recita”, appunto, con la quale la realtà acquisisce i connotati del “gioco delle parti”, di commedia. Ma siamo a teatro, suvvia!
Comunque già si immagina, alla fine, il progressista, uomo di sinistra, scontrarsi cona la realtà del dover fare i conti con i “suoceri albanesi”. Come dire, a chiacchiere siamo tutti bravi.

Altro tema stuzzicato nella commedia è quello, cui sono sensibilissimo, della cucina. La moglie Ginevra è un o una chef in cerca di notorietà. uno chef, scusate il maschilismo, ma non mi viene da dire “una”, uno chef, dicevo, di quelli che confondono la cucina con qualcosa di diverso, qualcosa che oscilla fra il quadro d’autore ed il laboratorio chimico. Nella scena, ad un lesso destrutturato gustabile leccando una foglia di alloro, ad un insieme di ingredienti a noi del tutto estranei, su una “goccia” di petto di pollo. Non nascondo il piacere che ha dato me, cultore del valore culturale della tradizione gastronomica e del rispetto della materia, quel leggero mettere in berlina la supponenza e presunzione di certo modo di far cucina.

Gli “albanesi” arrivano sotto forma di “idraulici”: s’è rotto qualche tubo nel bagno e goccia al ritmo di un catino ogni mezz’ora, nell’appartamento sottostante abitato da un colonnello gay che interpreta il tipico ruolo del “caratterista” non protagonista. Il suo essere omosessuale non entra nell’economia della commedia per il tema della “diversità”, ma per far da oggetto dell’amore della sfigata erborista Benedetta. Riuscirà a tirar fuori l’etero che è in lui? Non è dato saperlo.

Più interessante invece è l’albanese idraulico Igli, fiero del suo essere lavoratore/imprenditore che “mi s’ho fatto la mercedes… usata ma mercedes”. Interessante il suo pensiero sui migranti dal continente africano che Lucio il padrone di casa di sinistra e progressista, definisce “persone di colore” e che Igli chiama “negri”, negri perché se sono colorati di nero sono negri. Gli vogliamo dar torto? Ma sopratutto i “negri” non hanno voglia di fare un cazzo, invece Igli s’è fatto il mazzo e col lavoro, s’è fatto il mercedes, usato ma pur sempre mercedes. Migranti della prima ora intolleranti verso i “nuovi migranti”?

Il guaio è comunque dietro l’angolo.. la commedia mica può durare ore. La figlia di Lucio, Camilla, rimane incinta ad opera del figlio albanese Lucian dell’idraulico albanese Igli.
La commedia prosegue in una serie di quadretti, in uno dei quali cala il “panico”: il padre di Camilla, che ha deciso di sposare il figlio dell’idraulico albanese, scopre in internet gli usi e costumi delle genti al di la dell’Adriatico, sui monti del nord d’Albania e già si immagina le bastonate che la figlia, vittima predestinata, dovrà sopportare. Ma sia Lucio che la moglie sono progressisti ed aperti, senza preconcetti e così si arriva al termine della commedia con tutto il gruppo, valige in mano, in partenza per i festeggiamenti in terra d’Albania. Un compagno di partito, o giornalista, non si capisce bene, chiama l’assessore complimentandosi per la sua apertura. “bravissimo hai fatto proprio una cosa di sinistra, io non cui sarei riuscito…” Lo sguardo di Lucio, è assolutamente espressivo. E la domanda nasce spontanea, Quanti di coloro che professano apertura e tolleranza del diverso sono poi capaci di praticarlo una volta che gli capita tra capo e collo?

Una commedia di certo piacevole, fatta di quadretti brevi e senza calo di tensione. Senza voler approfondire argomenti, ma rilasciando non pochi spunti di riflessione. Non ho la presunzione di farmi critico teatrale, ma a dire che una commedia è piacevole e che si fanno tante risate non rischio d’esser preso per presuntuoso, a conferma gli applausi finali sono stati veramente calorosi e lunghi.

LUCIANO DAMIANI
Fotografia del titolo è presa dal cartello del sito ufficiale del Teatro Traiano.