L’IGNORANTE GLOBALE

di ROBERTO FIORENTINI 

600 professori universitari pochi giorni fa hanno sottoscritto un accorato appello, rivolto al Governo e al Parlamento, per mettere in campo un piano di emergenza che rilanci lo studio della lingua italiana nelle scuole elementari e medie. Ripartendo dai fondamentali: «dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano». SpiegaGiorgio Ragazzini, uno dei quattro docenti di scuola media e superiore del Gruppo di Firenze che hanno promosso la lettera, «forse stiamo risentendo anche di una svalutazione della grammatica e dell’ortografia che risale agli anni 70». Tra i firmatari della lettera si contano accademici della Crusca, Rettori, il pedagogistaBenedetto Vertecchi, gli storici Ernesto Galli della Loggia, Luciano Canfora e Mario Isnenghi. E poi sociologi come Ilvo Diamanti, la scrittrice e insegnante Paola Mastrocola, da sempre in prima linea sulle questioni della scuola. Oltre a matematici e docenti di diritto, storici dell’arte e neuropsichiatri. Tutti uniti nel denunciare la condizione di semi-analfabetismo di una parte degli studenti universitari. Sul tema La Repubblica ha sentito Massimo Cacciari che è uno dei firmatari più illustri. Ma le sue spiegazioni , personalmente, non mi convincono. La colpa, a suo dire , sarebbe di “ chi ha smantellato la scuola disorganizzandola “. In sostanza delle varie riforme intervenute nel corso degli ultimi 30-40 anni per riformare l’impianto della scuola gentiliana. La soluzione, per il filosofo veneziano, sarebbe ripartire dalle competenze linguistiche che sono alla base di ogni apprendimento. Il gruppo dei docenti che hanno dato vita all’iniziativa anima, da tempo, un blog attivo su questi temi, che ha più volte denunciato come persino le tesi universitarie giungano in lettura ai relatori, infarcite di errori di grammatica, sintassi ed ortografia, che sarebbero gravi persino per un bambino di terza elementare. Come racconta bene questa testimonianza di uno dei firmatari: «Mi è capitato di incontrare in treno una studentessa che non sapeva quale fosse la “penultima” lettera del codice di prenotazione del suo biglietto». Addebitare ad unacattiva scuola tutto ciò mi sembra sbrigativo ed ingenuo.

L’Ocse,  qualche tempo fa, ha divulgato dati sconcertanti sull’alfabetizzazione nel nostro Paese, affermando che il 47% degli italiani ha una mera capacità di analisi elementare. Il che vuol dire che non è in grado di rapportarsi alla complessità dei fenomeni sociali, politici, culturali, civili e religiosi ma che da essi riesce a tirar fuori soltanto una comprensione approssimativa. È quello che antropologi e linguisti definiscono “analfabetismo funzionale”. L’Italia, tra i Paesi europei, è al vertice di questa classifica. L’Ocse chiarisce il significato di analfabetismo funzionale. Sarebbe l’incapacità di una persona di leggere, scrivere e fare di calcolo in maniera elementare ed ordinaria, ma che però è in grado di scrivere il proprio nome, utilizzare scrittura e calcolo nella quotidianità. Un analfabeta è quindi una persona che sa scrivere il proprio nome, fruire di Facebook, ma non è idoneo a “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. Insomma, riesce a fare cose banalissime, ma non a capire un articolo di giornale, a riassumere un testo, men che meno ad appassionarsi a qualsivoglia forma artistica. Si limita, insomma, a rapportarsi a ciò che concerne la sua vita elementare, ai bisogni e ai desideri suggeriti dagli impulsi primari.

L’analfabetismo strutturale, invece, ben più grave, risulta essere intorno al 33%, del quale il 5% è costituito da coloro che non riescono a distinguere il significato di una lettera dell’alfabeto dall’altra. Il 28% riesce a leggere parole semplici, ma non sempre è in grado di metterle insieme in una frase corretta. In estrema sintesi, dall’inchiesta Ocse viene fuori un’Italia estremamente ignorante dove solo un misero 3,3% degli adulti raggiunge livelli di competenza linguistica 4 o 5 – i più alti – contro l’11,8% della media dei ventiquattro paesi presi in esame ed il 22,6% del Giappone, il paese in testa alla classifica.

Parliamo, quindi, di dati estremamente preoccupanti che amplificano oltremodo la denuncia fatta dai 600 professori universitari. Indagare i motivi che sono alla base di questo fenomeno risulta davvero disagevole. Mi limito ad alcuni spunti. Sappiamo, ad esempio, che il numero dei nostri studenti universitari e dei laureati è notevolmente inferiore rispetto alla media europea. Eppure le nostre università sono costose e per accedervi sono previsti test, atti a salvaguardare un inspiegabile numero chiuso. Per capirci : tra i giovani dai 25 ai 34 anni il tasso di laureati italiani è del 34% , rispetto al 45% della Media UE e al 50% della Media OCSE.L’Italia è all’ultimo posto fra i 34 paesi più industrializzati del Mondo. Immagino che chiudere l’università, renderla difficilmente accessibile e costosa non sia esattamente la misura giusta per recuperare posizioni in questa infamante classifica. Anche gli investimenti in cultura , formazione ed istruzione , in proporzione al PIL , vedono il nostro Paese agli ultimi posti. E’ persino banale dire che è da qui che si deve ripartire. Un ultimo cenno lo dedico alla TV. La nascita della televisione commerciale ha innescato una battaglia per accaparrarsi audience e , di conseguenza, inserzionisti. Si è abbassato il livello , involgarendo il linguaggio, in cerca di facile consenso. La cultura è quasi del tutto assente dalla tv generalista e relegata in spazi circoscritti in quella a pagamento. Il ruolo didattico, formativo, della televisione ,che è stato estremamente presente per qualche decennio, si è andato progressivamente perdendo dagli anni ’80 ad oggi. Ai nostri tempi il linguaggio della tv è quello della “ gggente “. La televisione non presenta poeti, intellettuali , filosofi ma gente comune. Il linguaggio si adegua a quello delle persone normali, anche nei programmi di informazione e di approfondimento. E la gente comune , come dice l’OCSE, è fatta da un 33% di veri analfabeti e da un 47 % di analfabeti strutturali. Siamo sicuri che sia la scelta giusta adeguare il linguaggio a questi livelli di comprensione ? Per gli ascolti di sicuro. Ma per far crescere il Paese temo proprio di no.

ROBERTO FIORENTINI