Il dito e la Luna

di PIERO ALESSI 

Si può dire che molta parte della mia generazione è stata allevata a pane e internazionalismo. Si veniva crescendo con una immagine del mondo senza chiaroscuri e sfumature. Da una parte i buoni e dall’altra i cattivi. Ciascuno si disponeva, sulla base delle proprie inclinazioni, sul fronte che, per il solo fatto di averlo scelto, era per definizione e senza alcun dubbio quello dei giusti. Non ricordo discussione politica che non avesse come incipit, corollario o prospettiva di ultima istanza ciò che divideva i “Grandi” della terra attorno ad un tavolo diplomatico, diviso a metà dalla “cortina di ferro”. Seduti attorno a noi come testimoni del nostro, talvolta ingenuo e prevenuto  interesse giovanile, vi era anche la Cina; inoltre si seguivano, con grande interesse e partecipazione, i fermenti che scuotevano il Sud America  e poi vi erano in cima ai pensieri di una generazione, in piena  e feconda ebollizione, i percorsi, le difficoltà e le fortune della rivoluzione cubana. A partire dal conflitto vietnamita (1955-1975) le bandiere della pace, della autodeterminazione dei popoli e della lotta verso ciò che era rappresentato dal volto peggiore degli USA., venivano sventolate ad ogni manifestazione di protesta da un variegato e colorato fronte progressista e di sinistra.

Questa brevissima divagazione serve a favorire un altrettanto breve riflessione sul momento storico che stiamo attraversando e con una spudorata forzatura magari a cercare delle correlazioni con una attualità più “paesana”.

Di quella stagione straordinaria, per molti aspetti, mi interessa segnalare questa finestra aperta sul mondo. Il sangue e le sofferenze inflitte ad un popolo che viveva all’altro capo del pianeta e di cui erano sconosciuti usi, costumi e cultura erano ragione sufficiente per sollecitare le migliori inclinazioni verso forme positive di solidarietà e di contrasto ad ogni forma di sfruttamento e dispotismo. Penso, dunque, a movimenti animati da una forte spinta solidaristica  e da un desiderio di liberazione che soffiava come un vento fresco e pulito sul pianeta.

A questo punto mi scuso per l’approssimazione, la superficialità e il sapore nostalgico del riferimento e  mi permetto di constatare come  sembriamo tutti ripiegati sul nostro ombelico.

A titolo di esempio, ricordo a me stesso, come cinque anni di guerra civile in Siria , sulla base di statistiche ufficiali ( forse inesatte per difetto), hanno prodotto, dal 2011 al 2016,  ben più di duecentocinquantamila morti , di cui moltissimi sono civili e tra questi decine di migliaia di bambini che hanno lasciato tra le macerie le loro vite.

Le nostre discussioni politiche, in questo contesto,  a me pare che manchino di respiro. Il perimetro del confronto si è fatto sempre più stretto e ho la sensazione che l’ossigeno sia sempre di meno. Si rischia di soffocare. Ma quando si perde il senso della dimensione delle cose si smarriscono anche le priorità e si confondono gli obiettivi.

E’ intollerabile la scarsissima attenzione riservata a ciò che accade attorno a noi.

Se viene agitato l’argomento della immigrazione come un problema , se la questione dei profughi diviene solo argomento utile ad alimentare le paure e i peggiori istinti di egoismo individuale e collettivo ci troviamo in presenza di  un arretramento politico e culturale che dovrebbe dare materia di riflessione. E’ forse il terreno sul quale scavare per andare alla ricerca di alcuni dei sintomi e dei germi che stanno alimentando una offensiva su scala mondiale segnata dalla destra xenofoba e populista.

Fare diga a questo fenomeno. Schierarsi su di un fronte che oppone alle paure, ai nazionalismi, alle intolleranze, alle sopraffazioni, alle insopportabili inique distribuzione delle risorse,  principi di integrazione, condivisione, tolleranza, giustizia sociale, tutela ambientale dovrebbe rappresentare il senso di una visione in grado di cogliere i beni essenziali, per i quali vale la pena spendersi in battaglie.

A me pare che sia questo il punto.

Non voglio evocare il demonio al solo scopo di mettere sotto il tappeto le diversità e promuovere una Santa Crociata  in concordia ed armonia. Vorrei solo che tornassero come elementi fondamentali di una analisi della storia, alla quale abbiamo il transitorio privilegio di partecipare, questioni come la pace, la povertà assoluta, la tutela del patrimonio ambientale e delle risorse naturali sempre più insufficienti.

Allargare lo spettro dello sguardo significa individuare prioritari terreni di azione unitaria e trascurare come marginali le divisioni conseguenti a iniziative nate e morte nel nostro giardino di casa.

Ho l’impressione che stia avvenendo il contrario. Che la carne e il sangue di donne, uomini e bambini fatti a brandelli dalle bombe in Siria, dalle innumerevoli guerre in terra d’Africa e dalle sofferenze a causa della  fame e della sete, sofferta da centinaia di milioni di persone, sia derubricata rispetto alle nostre piccole liti da cortile.

Ora, come mi ero ripromesso, è il momento che io provi a essere “spudorato”.

Mi azzardo a togliere il grandangolo; perché a parlare, in termini generici, di bambini straziati si fa presto a trovare l’accordo. Più difficile è riconoscere che ci sono dei beni comuni fondamentali ed indisponibili sull’altare dei quali vale la pena sacrificare senza troppi rimorsi dei propri convincimenti ed anche, diciamolo, qualche rendita di posizione.

Guardo con speranza e fiducia all’Europa. Ho consapevolezza che la nostra Europa non corrisponde a quei canoni di giustizia sociale ai quali aspiro. La vedo soffrire dopo quasi un decennio di crisi economica che ha colpito parte dei Paesi che ne costituiscono l’ossatura. Ne soffrono i ceti popolari più deboli ed è tra di loro che trova maggiore alimento questo vento freddo e malarico che soffia  attorno a noi.

Si deve anche riconoscere che in questa Europa imperfetta le Nazioni hanno potuto convivere e condividere uno spazio senza ricorrere a guerre;  si è prodotto uno stato sociale insufficiente ma invidiabile, se paragonato a quanto avviene in gran parte del mondo; un relativo benessere ha realizzato migliori condizioni di vita per gli umili; la cultura e le libertà si sono diffuse e sono tutelate. Questo sistema è minacciato e non è dato una volta per sempre; ha necessità di essere migliorato ma qualora venisse distrutto verrebbe meno un avamposto di democrazia, di libertà, di cultura e persino di benessere.

Ora viene la parte più difficile. Come tenere assieme la miscellanea degli argomenti che ho gettato un po’ alla rinfusa sul tavolo e dargli un esito coerente o almeno, abbassando le ambizioni, rendere chiaro ed esplicito il mio pensiero, anche in relazione alla stretta attualità politica che ci è dato di vivere?

Ritengo, per farla breve, e a rischio di divenire noioso per i concetti ripetuti sino allo sfinimento, che vi sono delle assolute priorità e che queste devono guidare l’azione delle forze autenticamente progressiste. Al di fuori di queste vi sono solo argomenti sui quali si può discutere e ci si può graffiare; ma quando lo si fa in maniera tale da provocare ferite profonde ed insanabili, con la pretesa di essere nel giusto,  si commette un errore grave di cecità e talvolta purtroppo di colpevole opportunismo. In conclusione mi parrebbe puro buon senso dare vita , a partire dall’Europa, ad una maggiore coesione tra le forze che hanno quale terreno comune la difesa dei beni supremi e , in questa direzione, troverei apprezzabile un ritorno dell’interesse attorno ai grandi problemi che il mondo, nel suo insieme è chiamato ad affrontare.

Al di fuori da ogni retorica è bene che si dica con assoluta sincerità che le risorse del pianeta sono scarse ed insufficienti. Vi sono due strade possibili. Il più forte che prevale sul più debole allo scopo di assicurare a sé la maggiore quantità di risorse o un principio di giustizia solidale che garantisca la ripartizione equa di quanto è nella disponibilità. Facile a dirsi. Più complicato da praticarsi perché il secondo principio rende esplicite quelle che un tempo si chiamavano “ contraddizioni in seno al popolo”. E, forse è anche in queste che vanno ricercate le ragioni di tanti successi delle destre, variegate e multiformi, che rappresentano la vera minaccia dalla quale difendersi.

Formulare domande è un facile esercizio. Trovare le giuste risposte è come affrontare un impresa rischiosa. La cosa migliore è trovare dei compagni di strada che vogliano cercare le risposte e condividere i rischi. Tanti più numerosi saranno e tanto più si ridurranno i rischi dell’impresa.

In conclusione togliamo il dito che la nasconde e torniamo a guardare la Luna.

PIERO ALESSI