LA MANO INVISIBILE: UN MITO DOMINANTE.

di CARLO ALBERTO FALZETTI 

Nell’articolo precedente si è detto che il capitalismo nel quale siamo entrati da qualche decennio, il terzo in ordine temporale,  abbia come punto di forza il liberismo dei mercati. Niente regole, niente impedimenti.

I capitali circolano con velocità inimmaginabili spostandosi secondo le pure convenienze, da un punto all’altro del globo. Il mercato è l’imperativo preminente, il “mondo piatto” la logica conseguenza.

Dopo il crollo del socialismo reale si disse: “la storia è finita”, il mondo dovrà avviarsi verso il pensiero unico. Il mercato libero non potrà che tollerare uno stato ausiliario dedicato a garantire che quella libertà non venga mai meno.

Con il neoliberismo ( Thatcher, Reagan) la vecchia idea del liberismo economico , nata dal liberalismo illuminista, assumeva il rango di teoria dominante scalzando da questo ruolo l’altro ramo nato anch’esso dal liberalismo, il riformismo. Quel riformismo che ha caratterizzato la lunga stagione del capitalismo 2 ( dal dopoguerra alla fine del passato millennio). Il capitalismo attuale, dunque, si ricollega al capitalismo aurorale della rivoluzione industriale esaltandone quelle iniziali spinte liberiste che oggi possono contare sui progressi tecnologici, informatici e, soprattutto, su un lunghissimo dibattito teorico a suo favore.

Ma qual è il cuore pulsante del liberismo?

Per capirlo dobbiamo risalire nel tempo, nella seconda metà dell’Ottocento.

In pieno clima positivistico tutto ciò che ambiva ad avere “senso” doveva svolgersi con metodo scientifico.  Questo significava trattare l’economia con il linguaggio della matematica. Partendo dalla considerazione che ogni discorso economico si può basare su due concetti, massimizzare o minimizzare una qualche grandezza, trovare un equilibrio, era facile assimilare l’economia alla fisica e trattarla con la tecnica matematica. La “rivoluzione marginalista austriaca”( fine Ottocento, inizi Novecento) è il tentativo di dare una svolta decisa, definitiva, vincente al classicismo di stampo inglese “fondatore” della teoria economica (Smith, Ricardo ,Malthus, Marx). Sorvoliamo i complessi contributi dei vari autori, se pur importanti, e soffermiamoci sul concetto più forte.

L’informazione è l’elemento più importante che permette alle scelte di una moltitudine di individui, in un dato sistema e in un dato momento, di essere soddisfatte al meglio trovando alla fine un equilibrio. Ma come è possibile che nel coacervo di infinite azioni indipendenti si produca una ottimizzazione del risultato? Come è possibile far emergere l’informazione necessaria per raggiungere un punto di equilibrio soddisfacente? Nella vecchia teoria classica si faceva riferimento ad una “magica”intuizione: una mano invisibile poneva ordine al tutto, a condizione che nessuna Autorità o regolamentazione intervenisse. Una mano invisibile è certo una metafora ma se osserviamo il meccanismo da vicino e nel suo agire nel tempo possiamo asserire che questa sia stata una felice metafora. Non è difficile capire il meccanismo nei suoi risultati finali essendo ogni giorno, in ogni luogo, sotto i nostri occhi. Più complesso comprendere lo schema logico sottostante il risultato finale. Proviamo a descriverlo.

Nel momento in cui gli attori economici danno inizio al loro incontro ravvicinato, ognuno è portatore di esigenze. Esigenze differenti: per alcuni opposte, per altri di stesso segno ma divergenti nella intensità. L’informazione che queste esigenze contengono è all’inizio latente. Allo stato potenziale perché inespressa oppure soltanto parzialmente espressa. Ma ecco che, con il tempo, l’informazione latente comincia a essere sollecitata, “cavata fuori, attratta semplicemente facendo agire sempre più intensamente gli interessi della moltitudine. Inizialmente incerta, timida, parziale, tentennante l’informazione comincia a serpeggiare, si fa strada, si insinua, corregge le azioni, tempera i desideri eccedenti, incita i desideri inespressi. Appare tumultuosa da qualche parte, timida altrove.  Col passar del tempo le oscillazioni però si quietano, si raggiunge un livello. Qualche sussulto ancora. In alto, in basso. Poi, alla fine. prende forza a poco a poco…alla fin trabocca e scoppia…come un colpo di cannone…che fa l’aria rimbombar.

L’informazione dallo stato fluido iniziale assume, al termine, una realtà incarnandosi in una forma stabile e nitida: il prezzo!

 E’questo il “mercato”. E, questa, la sua anima immortale, il prezzo. Il prezzo, il gran catturatore dell’informazione!

Il liberismo  della rivoluzione marginalista annuncia che quella felice intuizione della mano invisibile si può dimostrare matematicamente: la libera concorrenza, in assenza di qualsiasi intervento esogeno al mercato, ammette uno stato di equilibrio ottimale!

E questo “ottimo” non è un giudizio di valore suscettibile di opinione diversa. E’ un ottimo stabilito col rigore scientifico: l’ottimo Paretiano ( si raggiunge un punto di ottimo solo quando è impossibile migliorare la situazione di qualche individuo senza peggiorare quella di qualche altro).

L’ordine spontaneo non è risultato di un progetto intenzionale e ciò perché qualsiasi intenzione programmatrice non può “catturare” l’informazione, pena il dissesto del sistema ( il riferimento è alle pianificazioni centralizzate che pensano di disporre intenzionalmente delle necessità dei loro cittadini).

Ma c’è di più. L’efficienza del mercato è tale da utilizzare una parsimoniosa quantità energetica di informazione, una sorta di “Rasoio di Ockham”per tagliare l’informazione eccessiva e disporre solo di quella “quantità marginale” utile all’equilibrio generale.

In sostanza, poche regole sufficienti a permettere una libera azione del mercato. Il ruolo dello Stato ridotto a garantire il mantenimento della “spontaneità”.

Il teorema dell’equilibrio spontaneo, che conduce ad un punto ottimale ( Pareto-Ottimale), ha un postulato: l’esperienza soggettiva dell’individuo rappresenta il solo legittimo fondamento della scienza economica. E’ questo il trionfo dell’individualismo metodologico che potremmo sintetizzare nel fatto che gli attori economici svolgono le loro azioni ( comprano, vendono, lavorano, rivendicano reddito e diritti, investono, allocano risorse, scelgono…) non quali rappresentanti di classi o di gruppi ma solo come singoli individui.

E’ la morte della ragione classista, della storia come lotta di classe.

Che cosa colpisce maggiormente in questa idea liberista?

In primo luogo, il concetto di libertà. Si deduce da quanto detto un possente concetto di libertà, frutto goloso della grande stagione dell’Illuminismo. E’ un grido di una libertà da. Una libertà dalle costrizioni, dai “lacci e lacciuoli”, una liberta dalle costrizioni, una libertà dallo Stato soffocante, una libertà dagli impedimenti. Si risente l’eco antico delle servitù incombenti, dei dazi disseminati ovunque, degli ostacoli alla libera circolazione, delle enclosures  demaniali. Il liberismo, si è detto, è figlio del liberalismo settecentesco.

Ma è una libertà di tipo negativo, appunto libertà da. Ciò che manca è un concetto di libertà positiva, una libertà di. Una libertà di essere, di esprimersi non solo uti singuli, in quanto individui isolati, ma quali portatori di una identità sociale, come animali sociali, per dirla in termini aristotelici.

In secondo luogo, l’ordine spontaneo riecheggia la selezione evolutiva. Non nel senso atroce che si è voluto dare in certe derive del liberismo, richiamando la metafora della sopravvivenza del più forte, ma nel senso che gli individui meno adatti (all’agone economico, si intende) dovranno adeguarsi a svolgere mansioni meno remunerative.

In terzo luogo, l’ottimo di cui si discute ha un forte spessore di rigorosità ma, certo, mette al bando qualsiasi politica di redistribuzione che conti, per l’appunto, di togliere a chi ha più per dare a chi a meno ( in una situazione di raggiunto equilibrio di Ottimo-Paretiano non è possibile fare altro che creare più reddito e sperare che se ne avvantaggino i meno abbienti; ridistribuire vìola l’efficienza raggiunta).

Queste osservazioni ci possono irritare? Non soddisfano la nostra esigenza di equità?

Per controbattere lo spirito del liberismo non si possono tirare in ballo giudizi etici, religiosi, politici. Per controbattere si deve rimanere all’interno del dominio economico. Queste le regole del gioco valide per ogni conoscenza. Se il liberismo, nel suo argomentare,  ha espresso rigore scientifico è lecito rispondere solo con lo stesso rigore.

E’ quanto avvenuto nella teoria economica successiva. E’ quanto vedremo in seguito.

CARLO ALBERTO FALZETTI 

 

Immagine titolo : scatola di Edgeworth.